A Long Journey Through Nothing New. Intervista a Gianluca Morini

Fotografare. Quando è iniziata la tua storia della fotografia?
Ho iniziato a prendere in mano la macchina fotografica con l’unico scopo di far foto durante i miei viaggi, in quel modo che Italo Calvino descrisse, anticipando l’ultima domanda, come “proprio di certi idioti e certe monache”. Col tempo son diminuiti i soldi che spendevo per i viaggi e sono aumentati quelli per la fotografia. Ho cominciato a comprare libri, tanti libri, e penso che ad ora siano ancora pochi. Fotografia d’autore, per lo più americani, il primo fu “La Calle” di Alex Webb.  All’inizio ero affascinato dalla “fotografia di strada” che tanto va di moda adesso, Gilden e Cohen soprattutto mi colpirono sin da subito. Poi col tempo ho cominciato a comprare autori i cui lavori si trovavano agli antipodi, libri tecnici, un paio di piccoli saggi sulla fotografia, addirittura presi un paio di libri sull’organizzazione e l’editing di un progetto dalla fase di completamento fino alla parte espositiva. Cerco ancora di comprare libri, anche se con meno frequenza rispetto a prima.

Da un paio di anni a questa parte sono cambiati completamente i soggetti che mi attraggono ed essendo una cosa che si è sviluppata piuttosto naturalmente ho lasciato che continuasse.
Ho sempre fatto tutto d’autodidatta, anche se ultimamente sento molto la necessità di “accademizzare” tutta la conoscenza acquisita fino a questo punto, o comunque in qualche modo di avere un confronto con chi di fotografia ci vive. Ora te lo descrivo come se fosse un periodo tortuoso durato chissà quanti anni, ma la verità è che sono in questo mondo da pochissimo tempo, e ricordarmelo fa bene e mi permette di avere sempre la testa aperta per imparare.

Quali sono i fotografi che ti hanno fatto crescere da un punto di vista stilistico?
Di sicuro Lars Tunbjork, principalmente per una questione di poetica anche se alcune sue fotografie, stilisticamente parlando, mi ritornano sempre alla mente in molte situazioni che mi ritrovo a fotografare. L’osservazione del banale, del quotidiano, in quel modo così intimo e personale, cerco sempre di portarmelo dietro quando esco a far foto. Sicuramente ci sono tantissimi fotografi che ammiro e da cui prendo inspirazione. Senza stare a scomodare sempre i soliti noti, mi piace tantissimo il lavoro di Ville Lenkkeri e Ola Billmont, pure loro scandinavi, ma anche in Italia senza Salvatore Matarazzo probabilmente non mi sarei mai avvicinato al flash durante i primi anni. Di recente ho anche rivalutato tantissimo il lavoro di Guido Guidi e tutta la classe di fotografi che ha creato “Viaggio in Italia”.

Quanto è importante per te osservare la società nelle sue articolate sfumature e quanto è complicato tradurre le tue sensazioni, le tue idee, fotograficamente?
È importantissimo, e grazie alla fotografia è una cosa che faccio continuamente, anche senza avere una macchina fotografica nello zaino. Prima era mentalmente degradante, non avevo valvole di sfogo, e certe idee e osservazioni rimanevano lì senza poter essere espresse o peggio, esprimendole male e in modo dannoso per me e per chi mi stava intorno. Adesso osservo continuamente, e se non ho la macchina fotografica con me, memorizzo per un’altra eventuale opportunità che mi riporti alla mente quella data immagine, con tutte le componenti emotive e non, integrando con gli elementi che mi si presentano in quel preciso momento. Ora sto cercando di concentrarmi sulle sensazioni, sulle emozioni, sui rapporti con le mie origini e la mia crescita, col mio Io, passato e presente, anche se poi tra sensazione e idea penso che si rischi sempre di fotografare l’idea della sensazione.

I produttori di fotocamere stanno implementando l’intelligenza artificiale, seguendo la stessa logica che interessa gli smartphone, capacità di ottenere esposizioni perfette confrontando la scena con un database di immagini analoghe. Pensi sia una scelta positiva quella di limitare l’intervento della persona in fase di scatto e di sviluppo digitale, dove l’intelligenza artificiale è già presente?
A mio vedere è un discorso complesso, che va contestualizzato in base a chi è il fruitore della fotografia.  A mio padre non importa niente di gestire la scena che sta fotografando. Il suo unico interesse è quello di ottenere una foto che funzioni per i suoi scopi, ovvero l’archiviazione di ricordi e luoghi.  Non c’è un’idea dietro alla foto, e di conseguenza potrebbe averla fatta con un banco ottico che il contenuto non cambierebbe. 
D’altra parte, conosco alcuni ottimi fotografi che fotografano anche con il cellulare, stampano e creano progetti funzionali per il mezzo che hanno usato. Ed è questo l’importante, avere sempre in mente la finalità del progetto e soprattutto come lo si vuole vedere una volta pronto. Stephen Shore ha iniziato con una Rollei 35 mm e poi si è reso conto di dover passare al grande formato. E i due lavori, seppur caratterizzati dallo stesso soggetto, sono completamente diversi in tutto.

Perché ha ancora senso scattare fotografie usando la pellicola?
Per me ha senso perché mi ha permesso di avvicinarmi a quello che è tutto il processo che viene dopo, ovvero la stampa e spero in un futuro, la parte editoriale. Non dico sia impossibile farlo dal digitale, ma di sicuro è meno immediato.
Purtroppo non ho ancora la possibilità di stampare in camera oscura e sviluppare da me, ma ci si rende subito conto di quanto la digitalizzazione delle pellicole sia fine a se stessa se non si conclude nella stampa, così come d’altro canto tutto l’atto di fotografare. Ed è un concetto che fortunatamente, proprio per quanto appena detto, si estende immediatamente alla fotografia digitale una volta compreso.

Close to routine e Seven. Puoi raccontarci questi progetti fotografici?
Sono stati i primi tentativi di dare una serialità alle mie fotografie. Entrambi sono caratterizzati dall’essere stati fatti utilizzando obbiettivi grandangolari e un flash remoto gestito con la mano sinistra, avvicinandomi molto ai miei soggetti, in luoghi pubblici e non. Di fatto Seven è quello a cui sono più legato e rispetto a Close to Routine è partito con un’idea ben precisa in testa. Istanbul è una città molto importante per me, la mia ex-ragazza è di lì, così come due dei miei più cari amici. È una città stupenda, complessa, perennemente in movimento, poliedrica. Non fai in tempo a fare due isolati che cambia completamente il contesto in cui ti trovi, e mi intrigava l’idea di usare un approccio che fosse in contrasto con quella che è la loro cultura, ma allo stesso tempo fosse perfetto nel descrivere la dinamicità di una metropoli così immensa. È stato a tratti stressante, soprattutto nei quartieri più conservatori, si sono create anche situazioni spiacevoli, però è venuto fuori un lavoro che a rivederlo oggi ancora mi lascia soddisfatto. Avevo in mente di tornare a breve e vedere se si può ampliare quello che già esiste.

Quanto è importante esporre le proprie fotografie? Quanto è determinante per la tua crescita come fotografo?
Penso che l’esposizione del proprio lavoro sia una parte fondamentale nella crescita di qualsiasi artista, ma è una tappa a cui si deve arrivare con pazienza. Io esposi delle prime fotografie in un paio di circoli artistici in provincia e mi servì solo a capire che non volevo esporre quella roba e che in ogni caso era ancora troppo presto per esporre, soprattutto se fatto senza cognizione di causa.
Ad ottobre dopo parecchio tempo fermo sono tornato ad esporre nell’ambito di un concorso a Venezia parallelamente alla mostra di Yuri Catania, ed ovviamente è tutta un’altra cosa. È un percorso che per me sta appena iniziando, e speriamo possa andare avanti.

A Long Journey Through Nothing New è un progetto che parte dalla Lombardia per poi estendersi al resto dell’Italia. Qual è l’Italia che ti interessa e che vuoi raccontare fotograficamente attraverso questo reportage?
È difficile da spiegare. Penso si possa descrivere come un progetto sulla mia relazione con questa terra, la percezione che ho ora comparata con quella che avrei voluto sviluppare durante le varie fasi della mia vita fino ad adesso. È complicato capire un paese, farne parte, quando culturalmente hai un background diverso. Nonostante sia cresciuto in Italia la mia famiglia è tutta in Brasile è i miei genitori di fatto sono Brasiliani, il che mi ha sempre reso impossibile vivere quell’esperienza culturale che vedevo nei miei coetanei. E il fatto di essere il perfetto prototipo di italiano rende le cose ancora più ambigue. Sono fisicamente integrato, ma a livello di tradizioni, lingua e abitudini sono con un piede in due scarpe. Il che vedo come un pregio sia chiaro, però porta con se anche dei lati negativi, soprattutto nella comprensione di chi mi sta attorno. Quindi di fatto il lavoro si articola tra la Lombardia, che è l’Italia in cui sono nato e cresciuto, per poi estendersi a quell’Italia, soprattutto del centro-sud, che è dominante nell’immaginario straniero del belpaese, immaginario che penso sia proprio dei miei e forse anche un po’ mio.

Ti senti di considerare il tuo lavoro un proseguimento di quello di Luigi Ghirri?
Nonostante mi sia sentito dire più volte che le mie foto in qualche modo lo ricordano, non è uno dei fotografi a cui mi sono particolarmente ispirato all’inizio del lavoro. La sua conoscenza è arrivata dopo, insieme a Guido Guidi e Basilico, e dopotutto penso sia stato un bene per riuscire a sviluppare un mio stile personale.

Sei d’accordo con Italo Calvino: la fotografia ha un senso solo se esaurisce tutte le immagini?
Forse ti saprò rispondere tra qualche anno.

Immagine copertina © Gianluca Morini

 

Intervista a cura di Federico Emmi