A proposito di selfie

Il MAN di Nuoro è stata la prima struttura italiana dove è stato possibile ammirare una selezione di immagini di questa strana fotografa che è stata Vivian Maier, una bambinaia con l’hobby della fotografia.
Per la prima volta in Italia, dal catalogo immenso, oltre 150 mila negativi e pochissime stampe, molto in sintonia con i tempi attuali, hard disk pieni di immagini e poche stampe, la mostra proponeva

120 fotografie tra le più importanti dell’archivio di Maloof, catturate tra i primi anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, la mostra presenta anche una serie di dieci filmati in super 8 e una selezione di immagini a colori realizzate a partire dalla metà degli anni Sessanta. Privi di tessuto narrativo e senza movimenti di camera, i filmati fanno chiarezza sul suo modo di approcciare il soggetto, fornendo indizi utili per l’interpretazione del lavoro fotografico.

Vivian Maier è diventata ormai molto famosa, non solo per la sua street photography, ma anche per i suoi selfie, realizzati in quel periodo quando le macchine si tenevano sulla pancia e ancora non si portavano all’occhio. Raro esempio di bellezza, i suoi selfie stanno diventando delle autentiche icone e inevitabilmente il pensiero è andato a una pubblicazione tutta italiana, il cui autore è uno dei più apprezzati e noti fotografi italiani.
Laterza editore ha pubblicato nel 2014 un libricino, eccessivamente ino, di Ferdinando Scianna: lo specchio vuoto.
Il maestro siciliano nell’introdurre il saggio dice di non essere “né un filosofo né uno psicologo o un sociologo” ma “solo un fotografo che condivide con voi le sue divagazioni”. La polemica paga, monetizza, quindi ne (ap)profitto per contestare l’approccio, poco condivisibile, visto che Scianna è considerato maestro e pertanto si presume che insegni e che lo faccia non solo in virtù di una teoria costruita empiricamente, ma anche attraverso una biblioteca arricchita nel tempo di libri, altrimenti che senso ha citare grandi pensatori per un discorso che aspira al semplice pourparler?
Questo per dire che passare da Barthes a Jünger, da McLuhan e per di più in inglese alle proprie pubblicazioni, dalla filosofia alla psicanalisi, si c’è anche l’immancabile Recalcati, non trasmette l’idea della semplice divagazione, tutt’altro.
L’identità di ogni persona messa a confronto con lo specchio diventa l’occasione per parlare, ovviamente male, del selfie. Poco importa che “Narciso annega in quell’acqua che sa di essere specchio, e muore. E va bene che si trasforma nel bel fiore che porta il suo nome, ma, insomma, ci lascia la pelle” – non muore, ma continua a vivere cambiando forma, è una metamorfosi, Narciso non era narcisista, tutt’altro – perché anche le recensioni al saggio, per ragioni elegantemente commerciali, di ranking, di stelle e condivisioni, si sono concentrate solo sul decimo capitolo, l’ultimo: “Selfie: lo specchio vuoto”.
In poche parole, tralasciando il pensiero colto che arricchisce lo scritto, il fatto che tutti possano fare fotografia, addirittura con un telefono, a Scianna, aggiungerei e compagnia, non va proprio giù, tanto che: “Il problema è che non ci sono abbastanza quarti d’ora per tutti. E allora, se non mi pubblicano un libro, mi apro un blog. Se non mi intervistano alla televisione, metto uno sproloquio su YouTube. Nessun giornale pubblica le mie foto, bene, me le faccio da solo e le “posto” su un social network”.
Una tesi decisamente forzata? Abbastanza.
Il selfie, parola dell’anno 2013 secondo l’Oxford Dictionary, apparentemente così comunista nel suo essere di massa e così fascista nel braccio teso per scattare, tanto da contagiare anche, e non sia mai, la politica, addirittura quella che permette la formazione di maggioranze di governo, la politica del selfie insomma; sembrerebbe essere solo una questione di spazio d’espressione, da negare, forse non in modo assoluto, finché non si è appresa la sapiente tecnica della fotografia e soprattutto non si utilizzano gli apparecchi fotografici adatti.
La sensazione è che in questa caccia alle streghe non mancherà qualcuno che dirà che nel creare l’uomo, facendolo a sua immagine e somiglianza, Dio si è fatto un selfie. Sarà tra l’altro evidente e nessun potrà smentirlo, Michelangelo lo aveva capito con largo anticipo. Nello spazio così filosoficamente infinito tra Adamo e Dio (ordine alfabetico) stranamente ci sta sempre bene l’ultimo modello di iPhone, non stanno casualmente con il braccio teso a indicarsi, si somigliano.
Comunque. Interessante come la statistica, quella di Scianna, individui il successo dei social network, di YouTube, dei blog, attraverso il tentativo di aggirare il buon modo di fare fotografia con un pessimo modo di fare fotografia. Dal vir bonus dicendi siamo arrivati al vir bonus fotografandi, o photographandi, e photographandi è comunque latino.
Il trionfo della morale dell’estetica, tanto severa con chi si fotografa sorridendo, quanto cordiale con chi fotografa corpi dilaniati da bombe. Colpisce come il tentativo di auto proporsi, a prescindere dalla qualità fotografica, sia considerato comunque un male, senza valutare minimamente, almeno, lo spirito imprenditoriale nascente. Nel continuo flusso di immagini che riproducono se stessi è ormai chiaro che dalla società di massa siamo passati a quella dell’individuo, ognuno con i propri bisogni, lontani dal necessario dare tutto a tutti. Non è più il tempo dell’esercizio del dominio, della rigida gerarchia, dalla gavetta al successo, ma quello di una trasformazione lenta e ancora in fase caotica, così in sintonia con il nietzschiano “bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. (Si rimanda al concetto di gioco in filosofia). È lo spirito dionisiaco che in un certo senso anima le bacheche, sicuramente nel tentativo di emergere e di apparire, ma che sempre più spesso regala delle vere e autentiche perle artistiche. Una interpretazione felice che nel migliorare la tecnica del braccio teso, ingentilisce il messaggio. L’autoritratto diventa un momento per introdurre la tecnica, lo strumento, contestualizzandolo. Alle bocche chiuse si propone anche la forma di una reflex, agli occhi anche l’intimità di un obiettivo, al dito che indica anche quello che ferma il tempo con un bottone. È la consapevolezza che la persona, con il suo corpo, può essere ancora opera d’arte.
Al contrario di quello che pensa Scianna e più in generale tutta la sua generazione, la fotografia non è assolutamente morta, ma sta evolvendo verso un canone di bellezza differente. Questo non significa che le opere del passato che hanno materialmente contribuito a scrivere la storia della fotografia perdono improvvisamente valore. Tutt’altro, rimangono validi esempi, come dimostrano i successi di pubblico delle mostre fotografiche proposte nel nostro paese, così come le numerose occasioni per conoscere i maestri, quelli fotograficamente grandi e avanti nell’età, che vengono accolti con spirito di profonda ammirazione, quasi religiosa, Scianna compreso.
Il selfie non inventa nulla di nuovo, al massimo amplifica e semplifica un comportamento abbastanza documentato nel corso della storia dell’uomo: il culto dell’immagine voluto da Augusto imperatore e in tempi più recenti dal suo emulatore, i quadri devozionali che vedono il committente insieme tra i santi ai piedi della Madonna, Dürer che con il suo selfie assomiglia addirittura a Cristo, Leonardo da Vinci da anziano, la fin troppo scontata Frida Kahlo. Perfino snapchat con la pratica del sexting ha il suo precursore nell’immagine di Coubert l’origine du monde. Si potrebbe andare avanti, boicottare l’istinto a fotografarsi bollandolo come una malattia dei nostri tempi, un virus che va estirpato. Certamente alimenta discorsi superficiali, capaci di scalare le classifiche del posizionamento, garanzia di un’ottima visibilità, fedeli alla linea attuale di parlare sempre e solo male di tutto, perché il male muove l’economia, laddove la realtà storica è in grado di smentire queste banalità.
Sorprende che nel criticare un comportamento fotografico non si faccia minimamente riferimento al vasto mondo dell’insegnamento e della divulgazione. Numerose le realtà che propongono workshop, letture portfolio, didattica a differenti livelli di difficoltà, festival e quant’altro, che notoriamente si scontrano con un mondo dell’editoria che, nelle espressioni più note, si avvale di stock di immagini nella migliore delle ipotesi, nella peggiore chiede di partecipare a titolo gratuito regalando prestigio e notorietà vedendo pubblicata la propria immagine.
L’aspetto più faticoso del selfie di massa, non per questo criticabile, è la difficoltà di trovare quello che ha caratteristiche proprie di un’opera d’arte e questo richiede certamente passione, curiosità e impegno. La storia che sta dietro la scoperta di Vivian Maier fotografa ne è la dimostrazione.