Arctic Zero. Intervista a Paolo Verzone

Paolo Verzone è un fotografo appassionato e curioso. Il suo lavoro Arctic Zero, ancora in fase di realizzazione, è già espressivo e convincente. È certamente una documentazione della vita nelle isole Svalbard, a nord della Norvegia, ma è anche un invito a riflettere e confrontare un luogo con il resto del pianeta. Alla comunità internazionale, infatti, si contrappone la positiva esperienza della comunità scientifica, capace di raccogliere numerose persone di diverse nazionalità e farle parlare la stessa lingua, quella della scienza. Convivono, poi, persone di cinquanta nazioni differenti, in un mondo che, al contrario, non sembra più offrire alternative a chi decide di spostarsi da dove è nato e cresciuto, non le accoglie, le respinge. Analogamente, il paesaggio pulito, bianco, freddo, contrasta con quello sporco, inquinato e terribilmente caldo di ampie parti del mondo. Infine, nella lenta documentazione di Paolo Verzone, centrali sono le persone, con le loro attitudini, le loro specializzazioni. Persone che si incontrano per uno scopo comune anziché scontrarsi per ragioni differenti. Persone che ci insegnano a convivere, ognuno con le proprie tradizioni, ma nel reciproco rispetto. Persone che compiono gesti semplici, banali, come lanciare un pallone sonda, eppure essenziali per la sopravvivenza dell’intero pianeta.
Un reportage che documenta una esperienza sensoriale diversa, in un luogo dove gli occhi possono guardare lontano, il tanto lontano, le orecchie ascoltare il silenzio, le mani scavare nella neve, strato dopo strato, per non parlare degli odori. È allora anche la storia di come le persone riescono ad adattarsi a luoghi estremi, trovando una ragione positiva per viverci.

 

Ho qui il piacere di parlare con Paolo Verzone del suo progetto Arctic Zero. Un reportage che documenta la vita, da diversi punti di vista, da quella della gente locale a quella della comunità scientifica, nella città più a nord del mondo, situata nelle isole Svalbard.

Arctic Zero fa parte di un progetto più ampio che sto realizzando sull’artico. Ci sto lavorando da circa quattro anni e andrò avanti ancora un po’ di anni. Quindi questo è un capitolo, in questo caso è un capitolo su una base di ricerca e la città delle isole delle Svalbard, sono isole più a nord della Norvegia ed è l’ultima comunità abitata prima del Polo Nord. Ho cominciato questo lavoro per un caso, da un assignment di Le Monde, scoprendo che questo luogo aveva più di un punto di interesse, più di un livello di interesse, e quindi ho provato ad andare a ricercare in altre basi scientifiche se per caso c’erano delle corrispondenze tra le cose ho visto alle Svalbard, per cui sono andato in Siberia, in Groenlandia. Il lavoro esposto qui (Cortona on the Move) è prevalentemente quello delle isole Svalbard, dove c’è una base scientifica con scienziati di sedici nazionalità diverse e una capitale, di queste isole, che ha circa duemila abitanti, in cui ci sono più di novanta nazionalità di gente che è di passaggio, che si sposta e si muove, ma che è comunque di passaggio. Passano molte persone perché essendo fuori Shengen, ci sono proprio dei protocolli di migrazione che sono completamente diversi, vale a dire, sono posti talmente remoti dove tu vai con il tuo passaporto, puoi dimostrare che puoi vivere lì due o tre mesi e non devi chiedere nulla, ci vivi. È una roba quasi impossibile oramai. Sono luoghi talmente remoti e quindi tutto diventa estremo, tutto diventa estremamente facile o estremamente difficile, tutto ha dei parametri diversi da quello a cui siamo abituati.

Nell’immaginario, questi luoghi dovrebbero essere desolati, quello che invece mi ha colpito del tuo reportage è invece la presenza umana, i protagonisti sono le persone, la loro quotidianità, una quotidianità che uno non si aspetterebbe di vedere lì. È una scelta voluta?

Certo. In pratica io ho centrato il mio lavoro sulle persone che si muovono, lavorano e dialogano con questo ambiente. Parto da loro e poi mi allargo all’ambiente, non faccio il contrario, cioè non parto dall’ambiente e poi trovo le persone. Io cerco le persone e intorno a loro costruisco una storia sull’ambiente in cui si muovono, lavorano o in qualche modo interagiscono.

Nell’allestimento, molto suggestivo, ci sono un paio di immagini che sono parzialmente retroilluminate. Perché questa scelta?

Ho scelto, con la curatrice del festival Arianna Rinaldo, di mettere in risalto la figura umana in questo paesaggio che è, come hai descritto tu, desolato, vuoto, deserto. L’uomo ha una funzione precisa e dunque volevamo metterla in risalto. Ci siamo, quindi, chiesti: come possiamo mettere l’uomo al centro? Direttamente illuminandolo con una luce diversa dal resto.

Al di là dell’aspetto che colpisce fin da subito per via della diversità, molto forte, di un luogo diverso da quello al quale siamo abituati, diverso da quello in cui abitiamo, un luogo dove ogni nazione della comunità scientifica, tra l’altro, sembra replicare un po’ del paese di provenienza, come ad esempio l’ingresso della base cinese che ha due leoni. Come riesce a passare il messaggio di un pianeta che cambia, di un clima che cambia e di persone che si danno da fare affinché possa essere misurato questo cambiamento, quando non scongiurato, dal tuo lavoro?

Cercando di mostrare tutta una serie di lavori quotidiani, momenti di ricerca che ti danno l’idea che c’è un grosso lavoro, fatto su più fronti per fornirci queste informazioni. Quindi ci sono quelli che hanno palloni metereologici, quelli che vanno sott’acqua come sommozzatori e via dicendo. Fanno tutti la stessa cosa, tutti stanno cercando di darci informazioni. Ognuno nel suo campo. In una delle immagini retroilluminate c’è una ricercatrice tedesca con una rete, rete che serve semplicemente per concentrare il plantom. Quindi, ognuno di loro, nello specifico, fa dei gesti e delle operazioni che contribuiranno a darci delle informazioni.

Abbiamo parlato, appunto, di persone che si adoperano a vari livelli, con varie mansioni, soprattutto mansioni scientifiche, per farci conoscere nel modo più preciso possibile lo stato del pianeta. Tu, come fotografo, in quelle isole, ti sei sentito uno di loro? Ti sei sentito protagonista di questo cambiamento di visione nei confronti della scienza che studia il clima o del problema del clima in sé. Ti sei sentito alla pari di loro?

No. È semplice, lì proprio ti rendi conto che abbiamo bisogno di gente come loro. Te ne rendi conto subito perché ti parlano, ti dicono delle cose, che tu sei costretto a dirgli: per favore spiegamelo meglio che non ho capito cosa mi stai dicendo. Ci ho messo mesi a capire su cosa stessero lavorando davvero. Quindi, capisci che ci vuole una competenza specifica, unica, per poter fare quel lavoro. È una cosa che ho capito subito, perché noi siamo tutti abituati a interagire con scienziati, più o meno, in campi di cui capiamo qualcosa. Non so un biologo, un chimico, capisci cosa fanno. Di alcuni di loro, invece, non capivo che cosa fosse il loro lavoro, me lo hanno dovuto spiegare. È talmente specifico che c’è una università, in quelle isole, dove fanno solo studi sull’artico che non fanno in nessuna altra parte del mondo. Quindi, non mi sono sentito uno di loro, perché non ho avuto la formazione per poterlo essere. Io sono un messaggero.

Mi riferisco ora alla tua sensibilità di uomo che vive in un mondo. Vivendo a stretto contatto con una comunità scientifica, efficiente, che tu contrapponi a quella internazionale che dovrebbe garantirci un futuro migliore, mentre al momento sembra latitare. In base alla tua esperienza, da quello che hai imparato a conoscere durante questo reportage, questo contributo scientifico può avere un esito positivo o se al contrario, è una battaglia persa?

Quello che io penso è che tutto il contributo scientifico che queste persone ci stanno danno, da anni, perché loro dicono “Climate Change è un problema vostro, perché noi è da vent’anni che lo diciamo. Noi siamo andati oltre. Stiamo studiando le microplastiche, stiamo studiando dell’inquinamento che mai tu pensi di trovare qui, per esempio una variazione a Pechino noi la vediamo qua”. Quindi, ci sono moltissime informazioni che, secondo me, nelle nuove generazioni stanno dando origine a un senso di responsabilità e di comprensione di un fenomeno che nelle nostre generazioni non c’è stato. Ti faccio un esempio pratico. Mia figlia sta crescendo con l’idea che ci sono delle cose molto gravi che stanno accadendo e che dovrà, in qualche modo, combattere, perché il mondo resti per lo meno a questo livello, perché altrimenti si prospettano scenari che non sono prevedibili. Mia figlia ha undici anni e è una bella cosa che a scuola stiano formando dei bambini, dei ragazzi, che il mondo è stato in qualche modo bistrattato da tutte le parti e che bisognerà fare qualcosa. Probabilmente, tutti noi a scuola, quando eravamo alle elementari, neanche ci ponevano il problema. Adesso è parte dell’insegnamento scolastico. C’è qualcosa che quindi ha funzionato. Da lì, vedere se riusciamo a fare qualcosa non lo sappiamo, ma le nuove generazioni hanno sicuramente più informazioni, più strumenti per poter cambiare le cose.

 

Federico Emmi