Belgrado. Un reportage di Angelamaria Fiori

Discorsi Fotografici continua la serie di reportage con il viaggio nella capitale serba della fotografa romana Angelamaria Fiori.

DFBenvenuta su Discorsi Fotografici e grazie per il tuo contributo! Per iniziare parlaci un poco di te.

AF: Nata e vissuta a Roma, lavoro a Roma. Frustrata da sempre nel desiderio di fuga dalla mia città, amo viaggiare e poi raccontare come meglio posso quello che ho visto. Infatti, oltre ogni altra cosa, per primo mi piacerebbe aver scritto l’incipit di Moby Dick, poi aver scattato le foto di Robert Capa. Quando non viaggio è la musica a sostenermi, al punto che certe volte mi sembra di rasentare la patologia (per esempio quando dico che il pensiero che Joe Strummer sia morto mi fa quasi piangere). Oltre al rock non disdegno il jazz e conosco bene anche la classica. Sono stata un’entusiasta studentessa di Chimica dell’Università di Tor Vergata e lavoro ora come chimico ambientale in una grossa stamperia. Per il resto, sono dilettante in molte cose… insomma, per me il diletto è importante.

DFPrima di partire ti sei documentata fotograficamente?

AF: No, in genere non lo faccio mai. Magari leggo qualcosa, ma non perderei per niente al mondo il piacere irripetibile della sorpresa, del primo sguardo su una cosa nuova.

DFChe attrezzatura hai portato con te?

AF: Viaggio leggera: avevo la mia Nikon D60, il 18-55 mm, il 35 mm fisso. Solo una volta, stanchissima, ho lasciato tutto in stanza. Me ne sono poi pentita amaramente.

DFQuali soggetti hai fotografato più frequentemente?

AF: Non ho deciso a priori un tema da seguire. Guardando ora le foto, mi rendo conto di aver accuratamente evitato i monumenti e di aver semplicemente ripreso quello che mi sembrava quotidiano, prosaico, vissuto.

DFHai sperimentato particolari difficoltà?

AF: La temperatura è stata veramente infelice: ad agosto a Belgrado non è infrequente raggiungere e superare i quaranta gradi.

DFSe dovessi avere l’occasione di tornare negli stessi luoghi cosa fotograferesti ancora?

AF: La gente a passeggio sulla Knez Mihaijlova, alla stazione, al mercato. La gente. Scene di vita quotidiana.

DFChe cosa non sei riuscito a fotografare e avresti voluto?

AF: Senza dubbio girerei per le periferie di Novi Beograd, viste solo di sfuggita dall’autobus. Mi aveva attratto l’aria sovietica e dimessa, il degrado e in alcuni casi la sorprendente continuità strutturale con edifici e quartieri nuovi che tanto somigliano ai nostri quartieri-dormitorio.

DFHai trovato la forza di spegnere la fotocamera e goderti il viaggio ogni tanto?

AF: Sì, infatti un po’ mi pento di non aver fatto tutte le foto che avrei dovuto.

DFCosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

AF: Il mio consiglio è di leggere qualcosa sulla storia recente dei Balcani, per capire quanto sia miracoloso non trovare quasi segni del pesantissimo bombardamento NATO sulla città, per stupirsi sia dei simboli ultranazionalisti visibili un po’ ovunque, sia del rapporto pacificato e neutro che ora tutti dimostrano, dopo trent’anni, con il titoismo. Da vedere anche i film di Kusturica che raccontano il folclore serbo che, a parte la vita metropolitana di Belgrado, non è difficile vedere nelle campagne, e ascoltare la musica di Goran Bregovic e dell’attuale star di un genere musicale locale, il turbo folk, che è Rambo Amadeus.

DFAl di là dell’aspetto puramente legato alla fotografia, hai qualcosa da aggiungere riguardo questa esperienza?

AF: I Balcani sono una zona d’Europa con una storia unica e incredibile che non conosciamo praticamente per niente, nonostante le tormentate vicende che ci hanno visti schierati da parti opposte per via dell’Istria e di Trieste. I Balcani hanno ospitato prima un dittatore al cui funerale, dopo quasi quarant’anni di regime, hanno partecipato oltre duecento delegazioni internazionali, poi una guerra civile sanguinosissima finita a forza sotto le bombe NATO. Le vicende sono pazzesche, ma unica e incredibile è la gente che si incontra. L’ospitalità verso i popoli amici (tra cui l’Italia) è così grande da risultare a tratti imbarazzante. Il rapporto dei Serbi con la musica, è strettissimo, sia che si tratti del pop con cui furoreggiano tutti gli anni all’Eurofestival, sia del turbo-folk che sta invadendo tutti i paesi confinanti, sia della musica tradizionale. Gli slavi, i serbi sono nostri vicini, eppure così diversi e capirli, per poi fotografarli, non è facile.

Discorsi Fotografici ringrazia Angelamaria Fiori e si augura vivamente di ricevere al più presto altri suoi contributi da condividere con i lettori.