Berenice Abbott: la fotografa di New York

Fino all’8 Settembre 2019 a Lecco presso il Palazzo delle Paure (piazza XX Settembre) è possibile visitare la mostra Berenice Abbott – Topographies.

Curata da Anne Morin e Piero Pozzi, col patrocinio del Comune di Lecco, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, presenta 80 immagini originali in bianco e nero divise in tre sezioni della “fotografa di New York”, una delle artiste più interessanti del Novecento.

Berenice Abbott (Springfield, 1898 – Maine, 1991) ha avuto un ruolo di rilievo nella storia della fotografia che, anche grazie al suo contributo, si è liberata dallo scomodo confronto con la pittura cominciando a godere di una certa autonomia ed indipendenza.

In una età come quella odierna dove l’apprendimento è per lo più autodidatta, la Abbott diviene testimonianza preziosa di quanto sia importante la formazione. Lo studio, la ricerca personale e la capacità di individuare maestri autorevoli da seguire sono strumenti fondamentali per imparare ad esprimere la propria arte.

“La gente dice che ha bisogno di esprimere le proprie emozioni. Ma sono stanca di queste cose. La fotografia non ti insegna ed esprimere le tue emozioni. Ti insegna a vedere”. Berenice Abbott

A New York, nel primo periodo di formazione, Berenice Abbott si impegna nella scultura. Già in questa fase si può percepire l’attenzione alla forma e alla struttura, caratteristiche riconoscibili in ogni sua immagine.

Appena ventitreenne, nel 1921 Berenice Abbott si sposta a Parigi, luogo cardine per gli artisti di diverse discipline, dove ha la possibilità di conoscere Man Ray che rappresenterà il punto di svolta della sua formazione: linee, forme e grafica unite ad una spiccata creatività sono i tratti salienti delle sue opere.
Diversamente da Nadar, autore capace di evocare la personalità dei soggetti, sono i ritratti che trovano in Man Ray quella intuizione di lasciare libertà ai soggetti davanti alla fotocamera, la stessa attenzione che Berenice Abbott erediterà come cifra stilistica per la propria attività di ritrattista.

La mostra si apre proprio con i ritratti realizzati a partire dal 1925 nello studio parigino di Man Ray, di cui la Abbott fu assistente. Tra gli scatti più famosi ricordiamo quelli alla scrittrice Solita Solano, all’attrice Dorothy Whitney, al pittore Max Ernst, a Jean Cocteau e quello a James Joyce.
Con queste fotografie Berenice Abbott ottenne subito grandi favori di critica e riconoscimenti commerciali, al punto che ottenne popolarità sufficiente ad aprire un proprio atelier.

Berenice Abbott è conosciuta inoltre per avere promosso e divulgato in Europa e negli Stati Uniti l’opera del fotografo francese Eugène Atget (1857-1927) che rimarrà un punto fermo per tutta la sua vita. Atget fu capace di ritrarre la rapida trasformazione della città di Parigi con uno stile non effimero e svincolato dalle convenzioni del pittorialismo e del simbolismo. A livello tecnico la scelta di un apparecchio di grande formato obbliga ad un atteggiamento lento, meditativo e contemplativo, in controtendenza rispetto alle piccole moderne fotocamere che concedono uno sguardo più distratto.
La Abbott ebbe la sensibilità di riconoscere il valore di questa fotografia testimone dell’intreccio tra passato e presente, inoltre fece parte del movimento della straight photography, che difendeva l’importanza delle fotografie non manipolate.

“Il fotografo è l’essere contemporaneo per eccellenza; attraverso i suoi occhi il presente diventa passato”. Berenice Abbott

Nel 1929, tornata negli Stati Uniti, Berenice Abbott si trova costretta ad abbandonare l’attività di ritrattista a causa delle vicissitudini economiche che seguirono la Grande Depressione. Sconvolta dalla diversità con cui ritrova New York decide di documentare l’inevitabile cambiamento della metropoli. Prima esplorata con una piccola fotocamera, successivamente ripresa nel 1932 in grande formato, divenne infine un libro “Changing New York”.

La mostra prosegue nella seconda sezione con queste immagini urbane che consacrano la Abbott nell’olimpo della fotografia contribuendo per qualità, precisione, pulizia e rigore formale, ad infervorare l’acceso dibattimento fra arte e documento.

Nella terza ed ultima sezione troviamo le fotografie forse più curiose e particolari dell’intera mostra, perché rendono visibile l’invisibile.
Negli anni quaranta e cinquanta la Abbott iniziò il progetto più ambizioso della sua vita dedicandosi alla fotografia scientifica. Si impegnò per oltre vent’anni a dimostrare che la fotografia era il mezzo più efficace per saldare insieme arte e scienza, convinta che i fenomeni della fisica come il magnetismo, la meccanica quantistica e la cinetica fossero interessanti soggetti artistici.
Nel 1958 il suo lavoro venne finalmente riconosciuto dal Physical Science Study Committee e addirittura assunta come insegnante dal MITMassachussets Institute of Technology.

Non solo la Abbott fu fotografa, ma grazie al suo rigoroso metodo di lavoro divenne anche una inventrice. Tra le sue creazioni ricordiamo un cavalletto per distorsioni, che creava singolari effetti nelle immagini sviluppate in camera oscura, e la lampada telescopica, oggi nota come Autopole, alla quale le luci possono essere affrancate a qualsiasi altezza.

Al termine del percorso espositivo è possibile visionare il documentario “Berenice Abbott: A View of the 20th Century” di Kay Weaver e Martha Wheelock del 1992. Il lungometraggio di circa 90 minuti non è solo da compendio alla mostra ma una vera e propria testimonianza della vita della Abbott.

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it

 

BERENICE ABBOTT. TOPOGRAPHIES
Lecco, Palazzo delle Paure (piazza XX Settembre)
20 aprile 2019 – 8 settembre 2019
ORARI
Lunedì chiuso;
Dal martedì al venerdì, 09.30 – 19.00
Sabato, domenica e festivi, 10.00 – 19.00