Che fine ha fatto il fotografo?

Accade sempre più spesso, anzi ha proprio l’aspetto di una vera e propria tendenza, quella di vedere una fotografia associata a un brand. Sfogliando una rivista si scopre che un grande fotografo, apprezzato dalla critica e dal pubblico, ottiene le sue suggestive immagini grazie all’utilizzo, riportando con caratteri sufficientemente grandi, della marca che realizza la fotocamera e gli obiettivi.
Analogamente, nei contest più famosi, a destare curiosità è la lista delle macchine fotografiche utilizzate dai fotografi che hanno presentato i loro reportage. Nel limitato mondo dei social avviene la stessa cosa, ma estesa a una platea di persone fatta tanto da grandi nomi, quanto da quelli sconosciuti che cercano notorietà; in questo caso sfruttando il diabolico meccanismo degli Hashtag e delle menzioni, per cui nella descrizione della fotografia, addirittura sopra di essa, compaiono una serie di rimandi a chi ha costruito la fotocamera.

Non è cosa di poco conto, su cui sorvolare o peggio ancora banalizzare, perché nel dibattito che anima le discussioni sul valore di una fotografia, sulla sua bellezza, sul suo contenuto espressivo, è importante, se non decisivo, considerare anche la presenza del costruttore, perché inevitabilmente il discorso è falsato.
Lo è fin tanto che a orientare l’interesse è la logica del profitto, delle vendite.

Chiaro è che all’inizio della storia del reportage, quelli che oggi sono considerati, a ragione, i grandi nomi della fotografia, hanno con i loro lavori reso noti e famosi se stessi, di conseguenza il brand che gli forniva l’attrezzatura. Poi l’economia è diventata fondamentale in tutti i campi, con campagne pubblicitarie sempre più sofisticate, la fotografia è scomparsa, il messaggio in essa contenuto allo stesso modo, il logo è diventato la fotografia e il fotografare.

La creatività, la tecnica, la sperimentazione, l’esperienza, sono finite per essere clausole di contratto. Un legame sancito dalla giurisprudenza che certamente porta prestigio, ma che inevitabilmente toglie la libertà di espressione, probabilmente la condiziona, modificandone il percorso, compromettendo anche lo stile. Di contro, è anche possibile vedere una galleria di immagini di fotografi, di quelli noti, che improvvisamente iniziano ad associare i loro lavori al nome del costruttore della fotocamera, eppure tra il prima e il dopo non cambia nulla. La domanda è: perché uno allora dovrebbe lasciarsi convincere a preferire una marca anziché un’altra, quando l’evidenza dimostra che il passaggio è stato ininfluente?

Viene da chiedersi se una buona, bella, interessante fotografia sia merito di chi l’ha scattata o dell’oggetto che ha permesso di registrarla. La stessa scelta cromatica è diventata una esclusiva del brand. Così come l’intensità di un reportage o di una storia, sembra dipendere dall’attrezzatura fotografica con cui è stato realizzato.

C’è poi una certa scorrettezza nel presentare come un merito del brand la bellezza delle immagini di un fotografo, perché la gran parte dei professionisti scatta in raw e come noto il negativo digitale in fase di sviluppo può essere modficato in modo tale che ogni riferimento alla fotocamera viene meno.
Nessun picture style, che in un certo senso rappresenta la firma del brand, può realmente competere con la potenza di un software out of camera. Le stesse regolazioni selettive, che permettono di variare il contrasto in maniera molto precisa, sono impossibili con le fotocamere professionali digitali fino a oggi prodotte.

È assolutamente necessario, dunque, restituire la bellezza alla fotografia, come è indispensabile sottrarre il fotografare alla spettacolarizzazione. Se è auspicabile un lento abbandono al riferimento del brand utilizzato, per meglio godere le fotografie è importante che aumentino gli output, che venga dato spazio al linguaggio fotografico e fornita la giusta importanza al fotografo.

 

Federico Emmi

 

Immagine copertina proveniente da Google Images