Chéroux. L’errore fotografico. Una recensione di Luisa Raimondi

Il breve saggio di Clément Chéroux non è né un’apologia dell’errore, né una difesa dell’indifendibile, né, ancora, un’enciclopedia degli errori fotografici. L’autore, al contrario, si propone di indagare l’errore facendolo assurgere a strumento cognitivo, in grado, dunque, di contribuire all’analisi della fotografia stessa.

Il punto di partenza da cui muove è un interessantissimo excursus storico su una serie di défaillance tecniche, cattive manipolazioni, incidenti nella ripresa, nello sviluppo o nella stampa a partire dagli albori della fotografia fino al XX secolo, in cui, con l’aumentare dell’uso amatoriale, si assiste ad un incremento anche dei classici difetti: sfocature, mossi, pellicole velate, danneggiate, ecc.
L’autore fa notare, tuttavia, che il registro degli errori più comuni è rimasto quasi invariato; basti sfogliare uno o più dei tanti manuali di fotografia per ritrovare un elenco simile, al più cresciuto a causa di qualche nuovo ritrovato tecnico. Sostanzialmente, infatti, i difetti non sono altro che derive generatesi nel corso del processo di creazione della fotografia, più o meno casualmente, più o meno evitabili.

Se, tuttavia, gli errori restano gli stessi, la percezione che se ne ha può cambiare moltissimo: il riferimento culturale  dell’autore e/o dell’osservatore possono essere completamente diversi sia nello spazio che nel tempo (Chéroux cita, ad esempio la celeberrima fotografia di Jacques Henri Lartigue al Grand Prix de La France, in cui la ruota dell’automobile, completamente ovalizzata, viene da subito considerata errore, mentre qualche decennio dopo entra a far parte dei canoni utili per descrivere l’alta velocità); non solo, possono essere di diverso tipo gli atteggiamenti degli osservatori e/o degli autori: ciò che delizia un amatore, può non essere affatto gradito al professionista o all’artista; ciò che ama l’artista può ripugnare il fotografo professionista o l’amatore e così via.

Il difetto fotografico, dunque, può essere sempre lo stesso, ma il concetto di fallimento è del tutto versatile e può addirittura essere trasfigurato totalmente.

Il pregio di questo saggio è quello di prendere per mano colui che non riesce più ad orientarsi nella distinzione tra foto non riuscita e foto corretta, evitandogli di arrivare alla – devastante – conclusione che “non esistono foto errate” o che una foto contenente un difetto fotografico sia errata a tutti i costi; la stigmatizzazione del difetto è infatti soprattutto legata alla funzione mimetica (mimesis), dura a morire, che viene tipicamente attribuita alla fotografia sin da quando è stata scoperta. È illuminante l’esempio e la comparazione tra un negativo non esposto e quindi, una volta stampato, completamente nero, con il Quadrato nero di Malevic; è proprio in ragione della mimesis attribuita alla fotografia che una stampa fotografica nera viene considerata un errore, mentre una tela dipinta di nero, pure se non mimetico, resta un quadro.

Quanto più cambia il rapporto con la mimesis da parte degli autori e degli osservatori, tanto più cambiano le variabili che fanno percepire un difetto come un errore.

La vera discriminante, tuttavia, è la consapevolezza del processo che crea un difetto, indipendentemente dal fatto che esso sia voluto o casuale e dunque anche il suo utilizzo.

Chéroux, infatti, riparte dal processo. Citando Man Ray “To make a picture, you need a camera, a photographer and above all a subject”, l’autore testerà la capacità di un errore di rivelare nuove conoscenze sulla tecnica (il come), l’autore (il chi) e il soggetto (il cosa).

Il brillante gioco di parole e anagramma “la fotografia errata servirà a tarare la fotografia” è la chiave di lettura di tutto il saggio.

Dalla stigmatizzazione iniziale dei difetti fotografici, legata alla concezione funzionalistica della fotografia, Chéroux ci accompagna nell’entusiasmante viaggio attraverso le intuizioni sperimentali delle avanguardie di Moholy-Nagy, dalle verifiche di Ugo Mulas, alle scoperte casuali e pregnanti di Man Ray, dalla serendipity e la fertilità del caso, al curioso intermezzo dedicato alla fotografia dei fluidi.

Un saggio ricchissimo di riferimenti storici che incoraggia il porsi le domande, prima che trovare le risposte.

 

Luisa Raimondi