Cosa succede a Instagram

Instagram è un’applicazione che ha quasi raggiunto il miliardo di utenti e, alla base del suo funzionamento, c’è l’idea di manipolare con dei filtri proposti dallo sviluppatore le immagini realizzate con il proprio smartphone.
Nell’ultima parte del 2010, quando venne lanciata per la prima volta, il dispositivo fotografico dei telefoni, all’epoca del solo iPhone, non era paragonabile a quelli di oggi, arrivati ormai alla tripla fotocamera e a un numero non indifferente di megapixel. Proprio per la qualità limitata del gruppo ottico e del sensore, l’idea era quella di filtrare, nel senso di applicare un filtro, le immagini. In effetti il successo fu proprio quello, un numero limitato di preset che però riuscivano a enfatizzare sempre e comunque ogni scatto, alcuni dei quali vennero – tutt’ora vengono – addirittura emulati dai guru Adobe nei loro corsi di Photoshop.

Da un punto di vista tecnico il funzionamento di Instagram è rimasto invariato, migliorata l’utilizzabilità, introdotte le modifiche e aumentato il numero dei filtri. Quella che è cambiata nel tempo è la filosofia, sempre meno fotografica, sempre più orientata, o forse sottomessa, alla monetizzazione.
La ricerca di hashtag che facciano tendenza, le pubblicità, le storie, i video, hanno portato Instagram a diventare una vetrina a scorrimento veloce di immagini, tanto veloce che ormai una percentuale significativa di foto neanche viene vista.

Al di là delle parole che diventano necessarie per scalare la classifica della visibilità, le inserzioni pubblicitarie, unitamente alla presenza dei marchi, hanno contribuito di fatto a eliminare l’aspetto creativo di Instagram. Il motivo è intuibile. Il prodotto che viene pubblicizzato deve essere quanto più vicino alla realtà, un filtro lo altererebbe. Spazio quindi a un sistema di illuminazione professionale, al ricorso di attrezzature fotografiche altrettanto professionali, all’immancabile fotoritocco volto a perfezionare i dettagli. Tutto quello che non ha niente a che vedere con Instagram. Una prassi che nel tempo ha contagiato molti, non tutti, ma certamente la maggioranza.

Scorrendo la timeline infatti, è possibile constatare come quasi tutte le immagini selezionate dall’algoritmo, siano prive dei filtri originali dell’applicazione, oltretutto spesso neanche sono realizzate con uno smartphone. È un bene? È un male? Sicuramente non è più Instagram.
Se la pubblicità può comunque essere sopportata e dispensata, in fondo tecnicamente sono inserzioni, annunci; ben diverso invece è il ruolo dei brand di fotocamere, dei canali tematici legati ai generi fotografici, delle agenzie fotografiche.

In questo caso la piattaforma viene piegata a esigenze altre: alimentare l’idea che certe immagini lo sono solo grazie a quella fotocamera, dove si è anche arrivati a trasformare in soggetto fotografico l’oggetto che fotografa; che ogni genere fotografico ha un proprio cromatismo dal quale si è indotti a non discostarsi; la stessa caratteristica peculiare di Instagram, il formato quadrato, è stato abbandonato.
Ha senso vedere le immagini vincitrici del Worldpress Photo, quelle del National Geographic, della Nasa, degli artisti musicali, del cibo, degli animali e così via, realizzate con prodotti altamente costosi, con il ricorso alla post produzione, senza essere instagrammate?

Esistono applicazioni e piattaforme che rispondono a questo genere di esigenze, quelle cioè di mostrare le immagini a prescindere dal dispositivo e dal tipo di sviluppo fotografico. Molti temi andrebbero apprezzati in contesti diversi, con output diverso da quello di un display.
Instagram dovrebbe riappropriarsi della sua anima: smartphone, dimensione quadrata, filtro. La pubblicazione dovrebbe essere vincolata a queste tre caratteristiche.

 

Federico Emmi