Cuba. Un reportage di Dario de Cristofaro

Discorsi Fotografici ospita quest’oggi il bellissimo reportage del fotografo napoletano Dario de Cristofaro sull’isola di Cuba, visto con un occhio diverso da quello di un qualsiasi turista.

DF: Benvenuto su Discorsi Fotografici e grazie per il tuo contributo! Per iniziare parlaci un poco di te.

DDC: Iniziare così è un po’ come rispondere alla fatidica domanda “a piacere” che veniva fatta a scuola. E, ovviamente, la prima cosa che viene detta magari è la più scontata: Amo la Fotografia.
Scatto foto, da sempre. Da bambino in gita con la scuola; da grande in giro con qualcuno; a volte in giro con me stesso (una compagnia ingombrante!).
Non amo le etichette in genere, e, allo stesso modo non saprei darmi una classificazione.
Paesaggista, ritrattista, reporter… tutte belle parole. Diciamo che mi limito a fotografare ciò che mi interessa. Con questo non voglio lasciar intendere che non si debba avere una preparazione adeguata al genere che si vuole affrontare,ma, più semplicemente, che ogni tecnica debba essere semplicemente il medium per dire qualcosa nel miglior modo possibile

DF: Prima di partire ti sei documentato fotograficamente?

DDC: Ho volutamente evitato, come invece ho fatto altre volte, di documentarmi prima di partire. E’ stato il mio primo viaggio fuori dall’Europa e volevo partire libero da ogni sorta di pregiudizio o condizionamento mentale. Uno dei maggiori problemi nel confronto con le altre culture credo risieda proprio in un automatismo che ci porta ad “inquadrare” ciò che vediamo nei nostri schemi culturali. Così sono partito senza sapere cosa dovevo aspettarmi e, siccome il tour avrebbe toccato una serie di località in ogni zona di Cuba, ho preferito scoprire pian piano le varie facce di questo paese.

DF: Che attrezzatura hai portato con te?

DDC: Ho deciso di viaggiare “leggero” lasciando a casa la mia D700 e portando il mio secondo corpo macchina, una fedelissima Nikon D300 con un’ottica versatile ( 18-200 Vr Nikon) e un 50 mm 1.8, sempre Nikon. La prima ottica è stata la più utilizzata perché, per la varietà delle situazioni che mi si presentavano inaspettate, avevo bisogno di uno zoom che passasse velocemente da grandangolo a tele.

DF: Quali soggetti hai fotografato più frequentemente?

DDC: Generalmente persone, persone contestualizzate, ma comunque persone
C’è una differenza enorme tra l’Havana e le parti più interne dell’isola e nelle persone, più che nei luoghi, questa differenza è evidente.
Per raccontare il mio viaggio a Cuba ho quindi usato volti, sguardi, qualche paesaggio, particolari di strade… insomma tutto quello che mi potesse aiutare nel descrivere il rapporto dei cubani col Tempo, una strana sospensione, come in un’attesa di una nuova rivoluzione,di un cambiamento, di un avvicinarsi al modello euro/americano o come le ore stanche di un popolo che, dopo aver avuto un motivo per lottare, si trovi di fronte allo scorrere dei giorni senza avere uno scopo, senza avere un’avventura da vivere e poi raccontare.

DF: Hai sperimentato particolari difficoltà?

DDC: Non ho incontrato nessuna difficoltà durante il viaggio. Il tempo è stato clemente e le persone estremamento cordiali. Solo in alcuni casi, soprattutto all’Havana, è sato necessario ricorrere al tele spinto al 200mm perché troppe persone, pur di ricevere qualche moneta, tendevano a riempire l’inquadratura mettendosi in posa non appena vedevano avvicinarsi qualcuno armato di macchina fotografica, e queste situazioni sarebbero state inquinate da una non naturalità delle foto.

DF: Se dovessi avere l’occasione di tornare negli stessi luoghi cosa fotograferesti ancora?

DDC: Sicuramente approfondirei il discorso del loro lasciar scorrere il tempo e mi piacerebbe catturare alcune situazioni di contrasto che mi hanno fatto vedere in quella Cuba talvolta troppo trascurata scene simili alla mia Napoli. Paesaggi deturpati dall’abbandono o dai rifiuti, paradisi rovinati dall’uomo, scugnizzi che attraversano posti meravigliosi non curanti del bello che c’è intorno.

DF: Hai trovato la forza di spegnere la fotocamera e goderti il viaggio ogni tanto?

DDC: Provo piacere nel viaggiare. E un senso del viaggio è avere qualcosa da portare con sé.
La fotocamera, per uno come me che ha una pessima memoria, è, ancor di più, una compagna in grado di tenere vive le memorie dei luoghi in cui sono stato.
Non vivo lo scatto come un lavoro, ma come un gioco, un gioco per i bambini: una cosa estremamente seria, ma divertente.
E in certi posti non si vorrebbe smettere mai di giocare…

DF: Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

DDC: Non credo che su un percorso del genere si possano dare consigli. Ogni viaggio è personale e come tale offre un’infinità di soluzioni. L’unica cosa che mi sento di aggiungere è provare a visitare le strade meno battute dell’isola per trovare, soprattutto nel sud, una dimensione che sembra essere rimasta ad un’altra epoca.

DF: Al di là dell’aspetto puramente legato alla fotografia, hai qualcosa da aggiungere riguardo questa esperienza?

DDC: Non credo sia scindibile l’esperienza di questo viaggio dalla fotografia. In questo viaggio ho visto tante cose, qualcuna è rimasta impressa su carta, qualcuna nella memoria, ma questa sospensione del tempo mi ha fatto essere per un paio di settimane lontano dalla routine, e un po’ mi sono abituato al concetto di “cinque minuti” cubani, un tempo senza velocità e, soprattutto, senza fretta.

Discorsi Fotografici ringrazia Dario de Cristofaro, invita tutti a visitare il suo bellissimo sito e si augura vivamente di ricevere al più presto altri suoi contributi da condividere con i lettori.