Curare la fotografia: intervista ad Alessia Locatelli

Alessia Locatelli nasce a Milano nel 1977.
Ha collaborato con Denis Curti nella progettazione di passate edizioni del SiFest e del Premio Canon, specializzandosi in fotografia e diventando Indipendent Curator nell’organizzazione di mostre con realtà sia pubbliche che private in Italia e all’estero, mentre in parallelo continua l’attività di curatela e consulenza per artisti e fotografi.
E’ firma di alcune riviste di settore e del Dossier Fotografia (terza edizione) all’interno del “CAM, catalogo di arte moderna” pubblicato dalla Editoriale Giorgio Mondadori-Gruppo Cairo.
Dal 2016 organizza ed è docente di corsi professionali per diventare Photocurator in alcune scuole di fotografia in Italia ed in altre realtà indipendenti.
Partecipa come Folio Reviewer in vari Foto Festival italiani (SiFest di Savignano, Photolux di Lucca, Fotografia Europea di Reggio Emilia).
Si occupa di aiutare e coadiuvare gli autori nella scelta delle carte Fine Art e nei materiali di montaggio utili alla conservazione e alla vendita ai collezionisti.
E’ direttore artistico dell’archivio Enrico Cattaneo.

Qual’è la tua personale storia della fotografia?
Arrivo alla fotografia dopo una laurea in Lettere Moderne con indirizzo in Storia dell’Arte Contemporanea e dopo aver vinto un master di un anno all’accademia di Brera organizzato e pagato dal fondo sociale europeo in “comunicazione ed organizzazione delle arti visive”. Esperienza unica che mi ha permesso di incontrare tanti professionisti ma soprattutto mi ha dato la formazione strutturata di base per iniziare il mio lavoro di curatore e critico.
Approdo definitivamente alla fotografia quando inizio a lavorare con Denis Curti per alcune edizioni del premio Canon Giovani Fotografi e affiancandolo poi nella segreteria organizzativa quando era direttore artistico del SiFest di Savignano sul Rubicone.
Dopo una pausa, in cui mi dedico al settore del lusso che mi ha segnato moltissimo per quanto riguarda la parte marketing e manageriale, torno a lavorare nella fotografia come curatore e critico indipendente.

Per tua esperienza quali sono i punti di maggior debolezza di un fotografo che vuole proporre il proprio lavoro?
Credo che un punto sia la curiosità personale in primis. Una persona osmotica che si lascia stimolare dall’esterno e che rielabora al suo interno. Anche lo studio è importante. Conoscere, soprattutto in fotografia, cosa è accaduto prima di entrare in un percorso evita di proporre cose già viste pensando di aver scoperto l’acqua calda. La tecnica in fotografia non è l’unica cosa importante: il cuore, l’intelligenza la capacità progettuale, saper difendere il proprio lavoro Io sono altrettanto. Anche andare a visitare mostre di fotografia sia fisicamente che attraverso internet è sicuramente importante. Inoltre spesso vedo portfolio poco strutturati. Per aiutarvi su questo ci siamo noi curatori!

La progettualità è una delle caratteristiche importanti di un fotografo. Quali altre competenze dovrebbe avere?
Oltre alla progettualità e la capacità di individuare e sviluppare un concetto che come tu ricordi è fondamentale. E’ altrettanto interessante conoscere tutto quello che può essere corollario del proprio lavoro come le carte montaggi e alcune piccole caratteristiche di conservazione delle proprie stampe, molto utile anche per la vendita al collezionista. Anche la gestione del colore e del flusso di lavoro credo siano da approfondire. La parte tecnica è necessaria per evitare incomprensioni con lo stampatore e perdite di tempo.

Come riuscire ad emergere in un mondo fotografico dove numerosi addetti ai lavori non hanno ancora idea della differenza di concetto tra fotografia ed immagine?
In Italia abbiamo delle difficoltà contingenti perché in passato non vi erano scuole che potevano dare una formazione completa in ambito critico relativamente la fotografia. Questo ha fatto sì che una serie di storici e giornalisti con esperienza in fotografia (teorica) si siano poi trovati a doversi creare anche la professione di curatore. Inoltre a queste generazioni spesso manca anche una prospettiva manageriale nella gestione e nel fundraising. Questo è un solco storico che crea delle grosse difficoltà nel paese. Le dirigenze del settore del pubblico non ha competenze e risorse da poter utilizzare in questo ambito per far cassa, in un momento totale di crisi in cui alla cultura non si dedica denaro, tanto meno al settore del contemporaneo.
Mi intristisce molto quando vedo fotografi che si improvvisano curatori pensando che basti sapere appendere due fotografie alla parete per fare una mostra.
Io credo sia assolutamente necessario formare per il futuro generazioni curatoriali capaci di muoversi tra pubblico e privato in sinergia, tenendo presente che la cultura e la diffusione di un senso critico sia la meta fondamentale del nostro lavoro. Per questo i workshop che tengo sono nati dall’esigenza concreta e vera di poter diffondere la mia esperienza per formare i professionisti del futuro.

Quanto è importante fare rete e mettere al servizio le proprie competenze in un mondo che ci spinge sempre di più verso l’individualismo?
Fare rete a questo punto diventa fondamentale soprattutto per alzare la qualità. Questo è un settore dove, per mancanza di fondi, ci si improvvisa senza professionalità oppure chi ha budget e conoscenze fa strada, ma non per questo ne ha il merito.
La rete alza la qualità, crea buoni rapporti con professionisti basati sulla fiducia e sulla stima reciproca. La rete può venire in soccorso per aiutarci a creare un evento senza per forza avere i grandi budget. Soprattutto una buona rete di professionisti aiuta a diffondere nel modo migliore quello che per noi è il valore del lavorare nella fotografia oggi e della cultura, cercando per quanto possibile di stare al di fuori della “marchetta”, non certo deprecabile, ma che non deve diventare l’unica modalità di lavoro per Il curatore. Inoltre, non meno importante, fare rete per approfondire argomenti in una società globalizzata che possono sfuggire nelle loro mille sfaccettature al pensiero del singolo. Affrontare oggi temi concettualmente interessanti necessita per forza lo scambio, non soltanto all’interno del proprio settore di appartenenza. All’estero lo hanno capito e stanno cominciando ad organizzare delle residenze curatoriali, aperte anche a professionisti di differenti settori su un tema assegnato, in modo da riuscire a strutturare analisi importanti.

Visitando le fiere di fotografia è evidente che ancora oggi sia difficile decifrare cosa ricada all’interno della fotografia e cosa nell’arte contemporanea, e lo è diventato ancor meno con l’avvento delle tecnologie digitali. Cosa ne pensi?
Sono entusiasta dell’avvento del digitale non perché non sia un’amante degli archivi e di tutto quello che è la fotografia come memoria storica, bensì perché il digitale ha aperto a nuove prospettive la fotografia stessa. Oggi non si lavora più esclusivamente con il dato reale ma attraverso il digitale si possono compiere stratificazioni, manipolazioni ed interventi che portano una serie di scatti a diventare altro, aprendo a mondi onirici e personali. La fotografia oggi gode di un particolare fermento visivo e culturale che l’arte contemporanea non ha.
E sicuramente non sono per definire le arti attraverso compartimenti stagni: pensiamo alle performance di Cindy Sherman o Vanessa Beecroft il cui collezionismo si sviluppa attraverso scatti fotografici o still da video.
Pensiamo alle fotografie dei costosissimi teschi di Damien Hirst, una sorta di “vorrei permettermelo ma non posso”. E allora compro la fotografia.
Ma in generale la fotografia è in un bellissimo momento e bisogna pensare che soprattutto nella società liquida cui viviamo, rinchiudere le arti visive in compartimenti stagni è antistorico. Contaminatevi, contaminatevi, contaminatevi!

In questa ottica come impostare il rapporto con le gallerie?
Le gallerie vivono un bruttissimo momento. Mancano i collezionisti, l’iva è tra le più alte in Europa e l’idea che possa salire al 25% spaventa molto.
Una stampa fotografica può essere comprata ovunque nel mondo, messa in un tubo e trasportata come semplice carta senza necessità di essere dichiarata opera d’arte. Potete immaginare quindi dove si orienta il collezionismo in questi ultimi anni.
I galleristi seri – e non gli affittacamere come definisco io quelli che affittano la galleria come spazio espositivo e poi non hanno neanche la professionalità e un giro di collezionisti a cui proporre i lavori – sono davvero in difficoltà. Dal 2006 è venuto a mancare il sostegno della parte pubblica nel talent scouting e nel supporto degli autori e dei fotografi attraverso mostre sostenute da comuni, province e regioni.
Per un po’ le spalle larghe dei galleristi sono riuscite ad arginare questo passaggio fondamentale. Ma naturalmente a lungo termine questa cosa crea difficoltà economiche e rema contro lo sviluppo di un discorso culturale proiettato nel futuro. Non si può chiedere ai galleristi di fare i mecenati quando comunque anche loro a fine anno devono far quadrare i conti.
Nel mio ragionamento ho individuato in questa rottura della filiera la parte fondamentale relativa alla crisi della cultura contemporanea nel nostro paese. Vengo da una residenza curatoriale vinta a Barcellona: nella capitale catalana viene investito molto denaro nella cultura e nelle arti visive a sostegno dei giovani in differenti modi.

Possiamo dunque dire che il curatore sia un vero e proprio mediatore interdisciplinare?
Il curatore è sicuramente un mediatore. Il suo ruolo si sviluppa in due macro categorie.
Da un lato la parte psicologico-relazionale che ti porta a mediare con gli autori, le istituzioni, le gallerie, i collezionisti, coi giornalisti e tutto il corollario dei referenti.
Dall’altro è assolutamente un referente interdisciplinare perché deve parlare il linguaggio anche degli altri professionisti con cui si relaziona, siano essi grafici, stampatori, uffici stampa, laboratori, possibili sponsor. E’ un lavoro mai noioso e sempre pieno di stimoli nuovi. Pensate ad esempio ai testi e alle ricerche che si possono fare ogni volta che ci si approccia a un nuovo concept.

E’ mai successo che il lavoro di un fotografo ti suggerisse strade diverse dalle sue a livello di significato?
Certamente non si può avere sempre lo stesso approccio al lavoro di un fotografo.
Ci sono volte in cui le letture coincidono, altre in cui la mia individualità, la mia conoscenza della Storia dell’Arte o semplicemente il fatto che sia un critico, mi portano a vedere ed avere stimoli differenti a volte lontani dalle intenzioni del fotografo.
Ma è naturale che ogni fotografia abbia diversi livelli di lettura. Quello espresso dal fotografo, quello dell’esperienza che fa ognuno di noi le persone che siamo e quello tecnico del professionista.

A che punto è la fotografia (anche quella d’arte) in Italia?
Questa domanda mi fa scendere la tristezza. In Italia siamo messi malissimo soprattutto nell’ambito del contemporaneo. Dal 2006 non vengono investiti soldi da parte del pubblico, si fanno terribili mostre “botteghino”, abbassando il livello critico e culturale degli italiani. E’ difficile appassionare nuove generazioni attraverso la scuola alla visione contemporanea. Soprattutto la mancanza atavica di soldi fa sì che progrediscono soltanto coloro che possono permettersi di pagarsi le mostre e portare avanti in autonomia il proprio lavoro.
Tutto questo porta ad un immobilismo del mercato in cui siamo impantanati oltre al relativo immobilismo culturale. Il contemporaneo è quello che ci permette di ragionare sullo stato attuale delle cose, di fornirci il senso critico per guardare ciò che accade intorno a noi con intelligenza e capacità di analisi.

In un recente intervento ad un incontro di fotografia all’M9 di Mestre, Denis Curti sosteneva di aver avuto conferma di come il mercato del collezionismo all’estero sia ancora fortemente legato alle stampe vintage di autori storici e riconosciuti. Continuerà ad essere questa la tendenza dei prossimi anni?
Denis ha assolutamente ragione. Se si cerca un investimento sicuro in fotografia il vintage rimane fondamentale. Inoltre pensate a quanto possa costare uno stand a Paris Photo, ad eccezione di alcuni autori, solo vendendo vintage si può rientrare dei costi affrontati.
Inoltre mi permetto di insistere che se non si formano il gusto e le nuove generazioni di collezionisti del contemporaneo, si resterà sempre attaccati al concetto di memoria, vintage dei grandi autori e fotografia tradizionale.

Nel libro “Contro le mostre” di Montanari – Trione viene scritto: “Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei assertivi alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere. E’ ora di sviluppare anticorpi intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano”. Cosa ne pensi?
Un libro bellissimo questo di Montanari che consiglio di leggere a tutti. Un urlo disperato di chi crede ancora nella cultura in un sistema in cui è il mercato che comanda in tutti i settori.
La cultura deve diventare capitale monetizzabile?
Il museo nasce per preservare con scopi didattico formativi le opere d’arte e le fotografie. In questi ultimi anni la mancanza di budget e la ricerca di soluzioni sempre semplici, senza mai porsi questioni importanti su dove conducano le scelte delle istituzioni, hanno portato in Europa il fenomeno delle grandi mostre di cassetta in cui filmati e momenti emozionali si sostituiscono alla fruizione diretta dell’opera. Questo è pericolosissimo anzitutto perché non bisogna perdere l’approccio diretto dell’opera. Pensate ad un Van Gogh senza poter vedere la forza e la pastosità della sua pennellata: Van Gogh è esattamente quella pennellata. Ammirarla solo in un video non avrà mai la stessa forza emotiva di immaginare il gesto del pittore nel momento in cui dipinge l’opera. Sentire tutta la forza interna, la tensione, il movimento della mano.
Poi si può assolutamente usare la tecnologia, i video, le radiografie che permettono di vedere, nel caso della pittura, i ripensamenti dell’artista. Ma questo non deve sostituirsi mai e poi mai alla fruizione diretta della fotografia e dell’opera d’arte. Il momento di sospensione in cui restiamo in silenzio a contemplare l’oggetto della nostra visione. I musei non sono un cinema tanto meno uno spettacolo tipo Super Bowl. E voler rincorrere forzatamente la spettacolarizzazione dell’arte la svilisce e le toglie dignità, ma soprattutto abbassa il livello culturale delle persone rendendo i cittadini malleabili e senza un pensiero autonomo.
Bisognerebbe invece trovare il modo, come fanno nel resto d’Europa, di portare qualsiasi fascia di età e di ceto, verso la fruizione del contemporaneo.

Quanto sono importanti gli archivi e quanto poco si sta facendo in Italia per investire in conservazione e fruizione degli stessi alla luce degli ultimi eventi che hanno coinvolto Alinari?
Gli archivi sono memoria e senza memoria non c’è futuro e la storia tenderà sempre a ripetersi.
Il problema della mancanza di fondi e di budget si riversa naturalmente in quello che è anche il preservare la nostra memoria attraverso gli archivi. Ogni grande realtà aziendale possiede un archivio. L’archivio andrebbe difeso in due modi: il primo preservando in maniera adeguata con la giusta quantità di umidità temperatura e lumen, con materiali adatti alla conservazione.
Il secondo attraverso la digitalizzazione, percorso oggi molto caro e che richiede molto tempo. Investimenti che spesso anche le grandi realtà editoriali fanno fatica ad affrontare.In altre parti del mondo, India specialmente, a costi inferiori ai budget occidentali e con lo sfruttamento di manodopera a basso costo, si ha un servizio di digitalizzazione che ha raggiunto livelli interessanti di professionalità. Un altro modo per preservare gli archivi è quello di farli acquisire da realtà finanziarie o bancarie.
La storia degli Alinari è molto complessa perché da un lato c’è una fallimentare politica familiare che negli anni non ha reso la collezione appetibile al mercato internazionale che andava sviluppandosi attraverso il web. Purtroppo di fronte all’incapacità del privato ancora meno si può fare. Oggi ci troviamo nella condizione in cui il privato stesso ha venduto per monetizzare lo storico palazzo di Firenze sede dell’archivio, mentre la Regione Toscana si occuperà di trovare una nuova sede per le stampe ed i supporti. Ad oggi sono in un paio di magazzini tra cui uno a Calenzano che sarei curiosa di visitare, per conoscere le condizioni di conservazione in cui versa la quantità enorme di materiale fondamentale per la storia visiva del nostro paese.
Sto provando ad organizzare una mostra a tema cercando di utilizzare parte del fondo, ma la mancanza totale di soldi da parte delle istituzioni rende molto complessa l’organizzazione con il rischio che non si valorizzi un archivio così importante. Inoltre bisogna capire che cosa vorrà fare la Regione a livello di fruizione con questo archivio. Lo renderà aperto o sarà consultabile soltanto a chi ne farà richiesta e agli studiosi? Quanto tempo ci vorrà prima che torni accessibile?

Quale mostra storica avresti voluto curare tu e quale invece ti ha colpito di più negli ultimi anni per allestimento e curatela?
Avrei voluto curare una di quelle mostre del Moma che oggi vediamo digitalizzate nel bellissimo sito del museo nella parte dedicata alla fotografia. Credo molto nell’allestimento come forma dinamica per veicolare il messaggio in maniera più incisiva. Le mostre del Moma godono di allestimenti entusiasmanti che ancora oggi, visti con lo sguardo degli anni 2000, trovo di una intelligenza e di innovazione incredibile.
So che é poco fantasioso ma amo molto l’approccio curatoriale e allestitivo di Edward Steichen, direttore del Moma degli anni ’40. Una mostra che mi è molto piaciuta e mi ha colpito è stata quella antologica dedicata Ugo La Pietra presso la triennale di Milano, credo dell’anno scorso.
Ho trovato concettualmente interessante, stimolante, finalmente contemporanea e divertente, la mostra di Milovan Farronato del Padiglione Italia alla Biennale di quest’anno.

Hai idee da dare alle istituzioni su come si possa restituire valore e rispetto alla fotografia in Italia?
Sono stata il 26 giugno ad un incontro con la referente del Museo del Novecento per suggerire al comune di Milano alcune modalità di azione pratica e senza esborso economico, per cercare di migliorare la pessima situazione in cui versano curatori indipendenti e giovani fotografi e autori oggi a Milano.
Spero che l’istituzione del Comune di Milano, nella fattispecie l’assessorato di Del Corno, possa accogliere con positività e propositività i miei piccoli suggerimenti. Come ad esempio un magazzino dove custodire il materiale delle mostre per metterlo a disposizione di chi lo necessita senza ogni volta buttare soldi in allestimenti e materiale tecnico costoso (come ad esempio la moquette ignifuga per Palazzo Reale). E’ necessario munirsi di professionisti del fundraising per sopperire alla mancanza totale di denaro, mappare il territorio per individuare eventuali aziende con cui intraprendere relazioni, poter eventualmente fornire materiale in comodato o con scontistiche dedicate a chi fa mostre sotto il patrocinio del comune.
Piccolissime iniziative che farebbero capire quanto il Comune di Milano è in grado di ascoltare ed aiutare il settore del contemporaneo nella fattispecie quello che esula dai grandi eventi mediatici, per continuare a fare cultura per la collettività. Purtroppo oggi ogni volta che hai una mostra ti devi interfacciare con qualche dirigente museale che ti dice che ti devi sovvenzionare da solo, che l’idea è molto bella ma che non hanno budget da dedicarti.

Vorrei lasciarvi con una nota positiva. Credo che la formazione dei giovani critici e curatori fotografici del futuro sarà molto professionale e orientata a livello internazionale, sia nella ricerca di fondi che nella capacità di veicolare, nel rispetto del lavoro dell’artista, la cultura visiva contemporanea in modo innovativo anche nel nostro paese.

Alessia Locatelli – la fotografia di testa è di ©Fabrizio Bellafante
https://www.facebook.com/alessialocatelliCritic/

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it