Daido Moriyama, fotografo dell’imperfezione di Priscilla Inzerilli

Immagini sovraesposte, contrastate, sfocate, inquadrature sbilenche, pellicole graffiate. La città e la campagna, angoli segreti della metropoli. E ancora umanità d’avanzo, prostitute, cani, bambini, corpi voluttuosi e auto in fiamme. Ma soprattutto le strade.

Questa è la realtà di Daido Moriyama, uno dei nomi più importanti ed innovativi della fotografia contemporanea, uno sguardo sul mondo che coniuga la visione “documentarista” del reporter all’urgenza dell’espressione intima, che ama l’impatto e detesta ogni compromesso estetico.

Nato ad Osaka nel 1938, a poco più di vent’anni Moriyama è a Tokyo per unirsi al collettivo di fotografi VIVO, che si scioglierà a breve distanza, lavorando con quello che sarà il suo maestro e mentore Eikoh Hosoe per poi iniziare, a partire dal 1964, una sfolgorante carriera da freelance.

Inizia una fortunata collaborazione con il periodico Provoke (rivista di culto nell’ambiente della cultura della contestazione) con due serie, l’una scattata in un love hotel e l’altra in un drugstore ad Aoyama, durante dei disordini tra polizia e contestatori; tra gli anni Sessanta e Settanta produce i suoi lavori fotografici più famosi, “Japan: a photo theater”, “Scandal”, “Pantomime”, “Accident”, “Farewell photography”, “Hunter”. Negli anni Novanta arriva il successo internazionale, che porterà la sua opera in gallerie musei di tutto il mondo (San Francisco Museum of Modern Art (1999, 2009); Metropolitan Museum di New York; Fotomuseum di Winterthur (1999), White Cube, Londra (2002), Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi (2003), Kunsthaus di Graz; Museum of Contemporary Art di Vigo, Spagna (2005), Museum of Contemporary Art, Tokyo (2008) e l’ultima retrospettiva tenutasi in Italia, a Modena, intitolata “Daido Moriyama. Visioni del mondo”, nel 2010).

Sono gli anni della contestazione giovanile e della beat generation americana, della politica e degli scontri con le forze dell’ordine. Segnato dalla lettura dell’ “On the road” di Jack Kerouac, il quale “aveva il dono di riuscire a trasmettere immagini fotografiche dei suoi viaggi attraverso la macchina da scrivere”, il giovane Daido inizia a tracciare il suo cammino, la sua strada personale attraverso la fotografia. È proprio la strada il leitmotiv del grande “fotografo dell’imperfezione”: lo stesso nome “Dai-do” (altra pronuncia possibile degli ideogrammi che compongono il vero nome di Moriyama, “Hiro-michi”) significa “ampia strada”.

Soggetti prediletti saranno infatti le strade di campagna e le grandi vie urbane, semivuote o popolate da un’umanità ora pittoresca, ora irrimediabilmente decadente; i vicoli nascosti, gli scorci di perdizione osservati dalla vetrina di un love hotel. Moriyama non si limita ad osservare il mondo, ma getta il proprio sguardo su quel mondo e lo costringe a diventare la sua visione personale; lo graffia, lo satura e lo snatura quel tanto che basta per dare il benservito ad ogni presunzione di obiettività realistica del mezzo fotografico. Perché reale è lo sguardo di chi interpreta il mondo, che è flusso di dati, di esperienze e di memorie che chiedono solo di essere organizzate ed espresse dall’occhio ( e dal cuore) osservante.

È nel vagabondaggio, reale ed artistico, nello svincolamento da luoghi e convenzioni sociali e in un ruvido bianco e nero che Moriyama trova la chiave della sua fotografia; è la caccia inarrestabile di uno sguardo avido di particolari, di esperienze, di immagini.

“La superficie esteriore che appare ai miei occhi costituisce uno stimolo che scatena un impulso, una reazione. Io cammino per le strade della città con la mia macchina fotografica costantemente bombardato da questi stimoli. Con la mia macchina riesco a produrre una reazione a questa molteplicità di sollecitazioni, rispondo loro. Si tratta di un continuo botta e risposta tra la realtà e Daido.”

La fotografia di Moriyama non è per chi cerca risposte o facili estetismi. È una fotografia per chi vuole indagare la realtà, farla a pezzi, osservarne i frammenti da vicino e poi ricostruirla. Non bisogna chiedersi il perché della solitudine di un cane o della schiena nuda di una donna immersa nella penombra, di una strada vuota o di un poster stropicciato appeso ad un muro. Bisogna soltanto guardare. Ed apprezzare la loro imperfezione, così come imperfetto è ogni sguardo giudicante e la natura umana stessa.

[Sito ufficiale: Biografia, mostre, pubblicazioni]

http://www.moriyamadaido.com/