Dalla calibrazione al profilo colore. Intervista a Gabriele Spadoni

Gabriele Spadoni, fotografo ed esperto della gestione del colore nel digitale, parla di quest’ultima come elemento cruciale per lo sviluppo, la stampa e la pubblicazione delle immagini. Capita spesso, infatti, tra i fotografi, amatoriali e non, di avere un importante e costoso corredo fotografico, fatto di ottimi corpi macchina e di lenti dalle grandi aperture, mentre per vedere e sviluppare le proprie fotografie, si utilizza un monitor poco adatto alla fotografia.

 

Sempre più marche hanno nella loro gamma un monitor fotografico, quindi con uno spazio colore adeguato a questo tipo di esigenza. È solo pubblicità oppure possiamo fidarci? Che differenza c’è tra un prodotto di fascia economica bassa, media e alta?

Come non si paragonano due macchine per la sola velocità di punta, non si devono confrontare due monitor per il solo volume di gamut che coprono ma il marketing ha capito su cosa puntare e vengono proposti display da brand consumer con caratteristiche tecniche che ricordano da vicino i monitor di gamma elevata e portano così l’utente a paragonarli, magari scegliendo quello che costa di meno. In realtà le differenze ci sono, ci sono in termini di uniformità di luminanza, di punto del bianco lungo la superficie, di velocità con cui il pannello raggiunge il target prestabilito, l’hardware di bordo, c’è inoltre differenza sul controllo qualità, il software di gestione del colore è molto diverso, infine garanzia e assistenza. Avendone provati molti, posso dire che sul controllo qualità c’è una differenza molto marcata.

 

Fino a qualche anno fa si sentiva parlare principalmente di spazio colore Adobe RGB, migliore dello sRGB. Recentemente Apple ha iniziato a spingere sul profilo P3. Puoi spiegare le differenze tra i vari spazi colore e se il P3, adottato da Apple, è “migliore”?

Nella realtà non ci sono spazi colori RGB standard migliori di altri, io personalmente preferisco dire più adatti ad uno scopo. Se pensiamo ad esempio che Srgb è stato creato nel 1995, non so se ricordate in quel periodo cosa stavate facendo io no, ad oggi è lo standard del Web e sono passati tantissimi anni. Adobe rgb è 3 anni più giovane, del 1998, condivide le coordinate R e il B con l’Srgb mentre il G è più in alto nel diagramma di cromaticità, questo significa un gamut più grande. L’Adobergb è diventato uno standard per quanto riguarda le macchine fotografiche, perché come saprete hanno la possibilità di impostare due profili un colore, per quanto riguarda il JPEG,  Srgb o Adobergb. Ce ne sono tantissimi altri ad esempio il ProPhoto o il ProStar L* ognuno col proprio indirizzo o almeno, nell’idea di chi li ha creati è comunque il migliore per l’utilizzo pensato. In realtà se ne sono affermati davvero pochi. Venendo al DCI P3 è molto interessante perché è uno standard puramente cinematografico creato dalla Digital Cinema Initiative, ossia una joint venture creata da Golden Mayer, Paramount Picture, Sony Picture, 20th Century Fox, Universal, Walt Disney, questo spazio colore è un passo verso uno spazio colore ancora più grande: il REC 2020. E’ nato per la proiezione nelle sale cinematografiche e successivamente adottato nell’ Home Cinema, è più orientato al video che alla fotografia. Nel 2015 Apple ha creato uno spazio colore con gli stessi primari del DCI-P3 ma con una TRC uguale a quella di Srgb e punto del bianco D65, si chiama DISPLAY P3 e lo supporta su tutti i prodotti nuovi e di colpo viene adottato da altri, tipo Samsung o Microsoft sulla linea Surface. A livello tecnico sia il DCI-P3 che il DISPLAY-P3 hanno un gamut simile ad Adobergb in termini di volume, ma il primo ha una gamma di 2.6 e un punto del bianco di 6300K, mentre il secondo una trc di Srgb e e punto del bianco 6500K, il primo quindi indirizzato al cinema e il secondo più alla fotografia/web.

 

Le fotocamere si sono concentrate sempre di più sul video, offrendo caratteristiche anche semi professionali nei loro prodotti. I videomaker hanno bisogno di un monitor più o meno costoso rispetto ai fotografi?

Questa è una domanda molto interessante. Io, essendo un fotografo, conosco molto di più il campo della fotografia ma ho avuto a che fare con video maker e anche loro mi hanno parlato bene di monitor professionali. Perché? Per il discorso che facevamo prima e sono dotati di Lut interne 3D programmabili. Mi fermerei qui per quanto riguarda il discorso video, sicuramente parliamo di prodotti semi professionali o professionali indirizzati a chi lavora in color grading o utilizza LUT personalizzate.

 

Il monitor è importante solo per il colore o possiamo dire che lo è, anche, magari e soprattutto per il bianco e nero?

Non pensavo, ma questa è la domanda che mi viene fatta ai workshop e non credevo ci fossero così tanti appassionati di bianco e nero ai miei corsi, ho fatto fatica a crederci. Io scatto prevalentemente a colori quindi ho un approccio diverso ma un flusso di colore a 10bit, mettiamola così, può aiutare a mitigare quanto meno la posterizzazione che sul bianco e nero è molto evidente. Per quanto riguarda la qualità del monitor, posso dire che un monitor opaco, quindi con una superficie che non rifletta l’ambiente circostante è ottimo dal punto di vista dell’elaborazione della foto ed è anche buono per quanto riguarda la stampa di contenuti in bianco e nero.

 

Una componente essenziale di un monitor, a maggior ragione di uno fotografico, è la calibrazione. Cosa si intende per calibrazione, con quale frequenza bisogna calibrare un monitor, quali strumenti occorrono per poterla fare?

Purtroppo, il termine calibrazione è sbagliato in quanto indica solamente il primo passaggio della creazione del colore secondo lo standard ICC, probabilmente è la traduzione dall’inglese “calibration”, e quello che interessa a noi. Calibrare significa solamente portare il monitor da uno stato che noi non conosciamo a uno stato noto e stabile. Come prima cosa dovremo far scaldare il monitor e un modello professionale si scalda in sette minuti, ecco una differenza rispetto a quei display finto professionali che necessitano di una mezz’ora o anche tre quarti d’ora prima che il punto di bianco si stabilizzi o che la luminanza rimanga stabile; nello specifico se si inizia ad elaborare una foto con il monitor freddo, troverete degli shift di colore e di luminanza dopo tre quarti d’ora. Dunque, il primo passaggio della calibrazione è far scaldare il monitor successivamente si scelgono il punto del bianco, la luminanza, la gamma e in alcuni modelli i primari di emulazione. Il secondo passaggio si chiama caratterizzazione e il terzo è la creazione del profilo vero e proprio. Ribadisco che con calibrazione si intende il primo passaggio e ci tengo a precisarlo perché arrivano monitor con una bella scritta grande “calibrato di fabbrica” ma questo non significa che sia possibile attaccare il monitor al computer senza creare un profilo colore, significa invece che il costruttore in laboratorio ha attaccato quel modello di monitor ad un loro computer, collegato un colorimetro o uno spettrofotometro e verificato le performance di quel pannello stampandole poi sul foglio che trovate all’interno della scatola; quello che manca è il profilo ICC all’interno del sistema operativo e quello può essere creato esclusivamente con il software e il colorimetro a casa propria.

 

Ci si può fidare delle calibrazioni di fabbrica o è comunque necessario farne una nuova?

I profili colore ICC che troviamo sui siti internet delle rispettive case costruttrici, per esempio Eizo o un NEC  servono solamente in assenza di colorimetro e vanno installati all’interno del sistema operativo, ovviamente impostando sul monitor il relativo profilo colore, tramite OSD ma nulla di confrontabile con un profilo creato a casa da te. Ci sono poi dei parametri suggeriti su internet ma fanno riferimento solo al primo passaggio, alla calibrazione appunto, ad esempio: standard del web, D65, gamma 2.2, luminanza 120 candele al metro quadro, punto del nero minimo. Questi sono i parametri per creare un profilo colore, manca la caratterizzazione e il vero e proprio profilo personalizzato. Il suggerimento è quello di acquistare un colorimetro, perché il prezzo è irrisorio rispetto a quello che si spende per il resto dell’attrezzatura, dove spesso c’è una vera e propria sproporzione, migliaia di euro tra corpi macchina e lenti, per poi sviluppare le foto usando monitor molto scadenti, che spesso coprono la metà dello SRGB. Il monitor è l’elemento più importante, ma il più sottovalutato, di tutta la catena che oggi compone la fotografia. Il monitor è l’unica periferica che permette di vedere il proprio lavoro.

 

In base alla tua esperienza, quale è il software di calibrazione migliore? Perché lo reputi tale?

Di software ce ne sono tanti, consiglio mio personale, se acquistate un Nec o un Eizo usate i loro software. Se invece acquistate un display di un’altra marca, provate DispcalGUI che si basa su Argill ed è gratuito e spesso supporta le LUT interne del monitor. Un altro buon software a pagamento è BasicColor Display ed è molto potente. Nec si basa su una versione personalizzata di BasicColor Display mentre Eizo usa l’ottimo il software proprietario Color Navigator 7. Qui torniamo al discorso di prima, la qualità di un monitor è anche nei software che li pilotano.

 

Le risoluzioni. Come ci si deve orientare per trovare la risoluzione più adeguata alle proprie esigenze?

Questa è una domanda complessa e la risposta completa non ce l’ho. Posso dire che personalmente, dopo averne provati tanti, utilizzo un UHD da 23.5 pollici che ha l’unico difetto di essere 16/9, per il resto mi trovo benissimo. Questo monitor ha PPI molto spinto, un pixel per pollice elevato quasi vicino a quello dei retina e riesco a stampare bene, sebbene abbia letto commenti negativi a riguardo, bisogna adattare il proprio workflow di lavoro a questa nuova sensazione di nitidezza accentuata e occorre fare alcune prove per ottenere il massimo. Il monitor è un Eizo e viene supportato dal loro software di gestione della stampa, Quick Color Match, che permette di abbinare il monitor alla stampante e ne gestisce il colore in modo automatico e controllato. Esistono comunque altri monitor con risoluzioni buone, l’ultimo è il CG279X che ho avuto modo di testare e che è un monitor veramente piacevole da utilizzare. Detto questo, per me che porto gli occhiali, è faticoso usare un 31 pollici, per non parlare dei 21/9, monitor troppo wide che diventano complicati nel foto editing a meno di suddividere lo schermo in due ed assegnare gli strumenti di photoshop sulla destra, risulta comunque scomodo spostare la testa da una parte e l’altra.

 

Come cambia la fotografia con un monitor fotografico?

Penso che spendere magari cinquemila euro per un corredo fotografico ed elaborare le foto su un monitor da 100 euro sia un controsenso. Il monitor, a livello di utilizzo, anche se non si vede ha delle performance di tutto rilievo, da quando lo accendi a quando puoi utilizzarlo con la certezza che il punto di bianco rimanga lo stesso, che la luminanza sia la stessa, così come la gamma. Con un monitor professionale si ha questa certezza al contrario di un modello di bassa qualità che si scalda in un tempo maggiore e che non garantisce il mantenimento dei parametri nel tempo. Purtroppo, sono caratteristiche che all’inizio sono difficili da cogliere, perché non si possono toccare con mano. Quando compri un obiettivo f2.8 ti accorgi subito dell’ingombro e della massa, mentre quando compri un display è difficile accorgersi di quanta tecnologia ci sia dentro. Un monitor professionale serve assolutamente a un fotografo.  La gestione del colore è difficile da far comprendere, ma una volta che le persone utilizzano un monitor professionale, difficilmente tornano indietro, si accorgono di lavorare su qualcosa di buono e performante, con il vantaggio di poter approfondire come si gestisce il colore, rischiando di finire nell’ipertecnicismo, perdendo di vista l’arte.

 

 

Intervista a cura di Federico Emmi