Fanzine Scarfès – Self-harming in Morocco. Un reportage di Giuseppe Andretta

Giuseppe Andretta è innanzi tutto un consulente della gestione del colore e stampa digitale, quella figura professionale necessaria a chi ha bisogno di profilare un apparecchio affinché i colori di una immagine vengano rappresentanti perfettamente su qualsiasi periferica, compresi anche i supporti trasparenti.
È anche un istruttore dei noti software Adobe: Lightroom e Photoshop, quindi impegnato in corsi di formazione per i fotografi o anche sostituendosi a loro nella fase di sviluppo fotografico.
Probabilmente, però, l’aspetto professionale più interessante è quello legato alla stampa fine art, con un proprio service che in breve tempo ha raggiunto importanti traguardi – 50 mostre in quattro anni – e ottenuto importanti apprezzamenti.

Lo sbocco nella fotografia, meglio, nel fotografare è naturale, se non istintivo con un curriculum del genere. Si definisce un fotografo appassionato e la passione, insieme alla sperimentazione, lo porta a raccontare il mondo con un linguaggio visivo in cui predomina la curiosità, con un approccio orientato prima di tutto al rispetto del contesto. Questo è evidente nel progetto Scarfès. Un reportage che ha il pregio di mostrare una storia poco conosciuta al di fuori dei confini del Marocco, se non proprio sconosciuta, cioè quella dei giovani marocchini che praticano una diffusa e particolare forma di autolesionismo.
Un codice che li contraddistingue, tanto che l’opinione pubblica li definisce “tcharmil”; ma anche un tentativo per dimostrare il male di vivere, dove le cicatrici sparse sul corpo cercano di esprimere il progressivo e lento distacco dalla paura, con la chiara consapevolezza di scatenare l’orrore sociale.

È un lavoro intenso, durato tre anni, dal 2014 al 2017, le cui immagini non si limitano a mostrare la cicatrice, ma la vita di questi ragazzi, che apparentemente ne conducono una molto occidentale: nel taglio dei capelli, nell’abbigliamento firmato, indossando collane, orologi, anelli per soddisfare l’apparenza.
È un reportage che testimonia la quotidianità, basata su una fiducia conquistata, non limitata alla sola registrazione del momento, ma condividendo esperienze dolorose e piacevoli. L’autolesionismo è, nelle parole di Giuseppe Andretta, «un dramma sociale che si nasconde nelle pieghe della vergogna» e quello specificatamente marocchino avviene in un impeto di ira, con il rischio di essere fatale. Un atto tragico, frutto dell’insofferenza, dell’insoddisfazione, della mancanza di un futuro dignitoso, che vale dunque la pena far conoscere al mondo del benessere, il nostro, sempre più insensibile alle varie sfumature drammatiche dell’esistenza. Non è un reportage fatto di retorica, con il solo intento di sensibilizzare il mondo esterno al Marocco; è una documentazione attenta a un fenomeno che propone una semplice domanda: perché?

Perché, mentre da una parte il corpo viene esaltato in tutte le sue varianti, qui viene massacrato in maniera irreversibile? Perché da una parte l’estetica del piacere, dall’altra l’etica del dolore? Giuseppe Andretta ci parla con un documento visivo di forte impatto e lo fa scegliendo una impaginazione costosa, ma assolutamente fedele alla narrazione, quella del reportage, del giornalismo di inchiesta; permettendogli, tra le altre cose, di poter amplificare il messaggio, visivamente, stampando le fotografie a tutta pagina o su due pagine. Difficilmente è possibile vedere un reportage fotografico su un quotidiano, con le immagini che occupano l’intera pagina, sostituendosi alle tante parole piccole. Un messaggio amplificato e affidato comunque a un esperto della stampa, quindi con la garanzia di un prodotto di qualità, soprattutto per il set delle tre stampe.

Fanzine Scarfès – self-harming in Morocco si affida al metodo di crowdfunding e prevede tre opzioni:

  • Fanzine a prezzo scontato.
  • Poster tipo ‘wallpaper’ formato A2 (60×42 cm circa).
  • Un set di tre stampe fine art originali ed autografate in formato 21×29 cm.

 

https://www.indiegogo.com/projects/fanzine-scarfes-self-harming-in-morocco?fbclid=IwAR3LXP9zLaqGbNUCUPJIeS3CFzGT7P5RX8Xkpzaygcmp2n8vLQvcsPcVHLM#/

 

Federico Emmi