Fauxtography. Cosa è vero e cosa no?

In un’epoca di neologismi coniati quasi ogni giorno, molti dei quali allo scopo di esprimere in poche sillabe un intero concetto, il termine Fauxtography (un po’ francese, un po’ inglese) può essere ormai ascritto tra quelli ufficiali in fotografia. Legato soprattutto all’eterno dibattito su cosa è vero e cosa non lo è, questa parola è stata coniata dai blogger durante le controversie sulle fotografie della guerra del Libano del 2006.

Il primo fotografo che il cui lavoro ne ha subito l’attribuzione è stato un certo Adnan Hajj. Secondo il New York Times una sua foto fu scattata il 5 agosto 2006 durante un attacco aereo israeliano a Beirut ed è stata poi pubblicata su Reuters news service il 6 agosto 2006, e molti blogger hanno accusato Hajj perché la sua foto mostra “fumo denso e scuro che sale dagli edifici”, mentre nella foto originale, inalterata, il fumo è “meno intenso e il colore è più chiaro”. Reuters è stata costretta a ritirare oltre 900 delle sue foto dopo che il blogger Charles Johnson ha dimostrato come il fotografo dell’agenzia di stampa avesse ritoccato le immagini della guerra tra Israele e  Hezbollah.

Sebbene la tecnologia aiuti parecchio nella falsificazione, nell’episodio appena riportato si verifica anche l’opposto, o meglio la tecnologia, in questo caso la rete di blogger che si è attivata per rilevare e denunciare l’accaduto, ci permette di smascherare in maniera efficace chi cerca di alterare i propri scatti allo scopo di renderli “migliori” o, peggio, di alterare verità fattuali che possono determinare anche il corso di eventi importanti per la storia dell’umanità.

Lungi dal modificare il destino dei popoli, chiunque abbia mai scattato una fotografia digitale può essere, a vario grado, reo di Fauxtography. Un sensore di fotocamera digitale assorbe i raggi di luce e li converte in un segnale elettrico. Questo passa poi attraverso una conversione analogico-digitale per trasformare le cariche elettriche in una serie di 1 e 0. Infine il codice binario è tradotto in un’immagine visibile. Nelle fotocamere consumer e negli smartphone, questi passaggi sono tutti automatizzati insieme alla compressione in un file JPEG, che beneficia anche di regolazioni automatiche per la riduzione del rumore, la correzione del colore, la distorsione ottica dell’obiettivo, la nitidezza, il contrasto e una serie di altri piccoli ritocchi. Quindi, prima ancora di applicare filtri à la Instagram, l’immagine è stata già snaturata dell’intrinseca “verità”.

Ma allora dove possiamo porre la soglia tra verità e Fauxtography? Chiaramente i ritocchi appena citati non aggiungono fumo ad un palazzo in fiamme, né fanno sparire coltelli scomodi dalla scena del delitto, anzi a noi una foto scattata in pieno giorno con il nostro smartphone anche a distanza di anni ci sembra riprodurre esattamente l’atmosfera e la realtà del momento, ma possiamo dire lo stesso di un viso reso “più bello” da un filtro che si attiva in automatico quando il nostro stesso smartphone riconosce un volto?

La fotocamera Pixel di Google, ad esempio, svolge un’enorme quantità di attività di elaborazione aggiuntiva per ogni scatto. Il suo sistema utilizza esposizioni multiple e machine learning per produrre qualcosa che sarebbe altrimenti impossibile. Proprio come il pulsante di scatto virtuale che si preme per fotografare con Pixel, l’atto di “scattare una foto” è virtualizzato, segmentato in passi multipli, invisibili e assistiti dall’intelligenza artificiale.

A voler quindi essere puristi, ci si accorge che nessuna fotografia, neanche quella in pellicola, è specchio immacolato della realtà, fosse anche solo per il modo in cui un sensore o una pellicola rispondono alle variazioni di intensità luminosa. Il nostro occhio, specializzato nei milioni di anni di evoluzione a rispondere in maniera non lineare a tali variazioni, riesce a leggere i dettagli di una figura in forte controluce, cosa impossibile in ogni fotografia dal 1839: o si espone per le luci, o si espone per le ombre. E qui non si parla neanche di recupero di ombre, luci o di HDR, cosa c’è di più elaborato e lontano della realtà?

Lasciamo allora il termine Fauxtography a quelle modifiche che il fotografo, o l’editore, effettua per ottenere un vantaggio che il “vero” scatto non garantisce. Il dibattito è aperto dal 2006 e si fa sempre più ricco di eventi smascherati, il che significa anche, purtroppo, che la mistificazione è una pratica sempre più diffusa. Ma non facciamoci neanche paladini di un certo tipo di fotografia che descriva esattamente la realtà così come l’avrebbe potuta sperimentare chiunque fosse stato con noi al momento dello scatto, poiché nel momento in cui l’otturatore si apre la verità è già stata travisata e presto sarà convogliata, mutata più o meno pesantemente, su una pellicola o in un file di una scheda di memoria.

 

 

 

 

 

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