Francesca Woodman, disordinate geometrie interiori

Dopo le ultime “retrospettive” di Siena e Milano, nel 2009, si torna a parlare dell’opera della giovane artista di Denver, nella mostra presentata lo scorso giugno da Giuseppe Casetti nella libreria-galleria “Il Museo del Louvre” a Roma (Francesca Woodman, photographs 1977-1981).

L’esposizione, oltre agli scatti del periodo romano, presenta stralci di diaristica, lettere e cartoline indirizzate agli amici, riflessioni personali estemporanee e appunti di lavoro; a conferma di quanto sia arduo scollare la produzione artistica della Woodman da quella che è la sua particolare vicenda umana. Il vouyerismo che le sue immagini ci inducono non riguardano solo il suo corpo, seminascosto tra pareti e oggetti di mobilio, ma anche i suoi pensieri e le sue parole. Esposti accanto alle minuscole stampe in bianco e nero ritroviamo infatti “fotogrammi letterari”, altrettanto intimi, spontanei e adolescenzialmente ingenui; “autoritratti” che forse, nonostante la disinvoltura della Woodman, non avrebbe mai inteso rendere pubblici.

La scelta espositiva si è concentrata sugli aspetti “intimisti”, senza tralasciare i riferimenti agli elementi che costituirono il background culturale della sua formazione fotografica: il surrealismo (la serie “Storia del guanto” ispirata a Max Klinger), le istanze femministe sulla “liberazione del corpo”, il fermento d’innovazione artistica degli anni Settanta. Ma ogni chiave di lettura definitiva sull’opera della Woodman appare solo come un’altra gabbia, e così la giovane fotografa torna a nascondersi dietro ad armadi, porte e pareti, forse per scappare dalle nostre etichette.

“La teoria dietro l’opera è importante ma per me è sempre secondaria alla soddisfazione dell’occhio.”

È proprio quell’occultamento voluto del proprio corpo, o quel renderlo oggetto neutro tra i tanti dell’arredo casalingo, che spinge l’osservatore alla reazione opposta: si è costretti ad avvicinarsi sempre di più alle piccole stampe, a cercare quella nudità, a cogliere un’espressione del volto, un dettaglio, e lo stesso si fa con le sue parole, una scrittura da ragazza, disarmante nella sua limpidezza e assenza di quell’ansia esistenziale di fondo (ma anche della potenza di una femminilità quasi adulta) che invece traspare dalle sue fotografie.

Francesca Woodman si nasconde per essere cercata e, naturalmente, trovata. Come tutte le adolescenti, come tutte le ragazze, che hanno quell’ urgenza e quel bisogno di osservarsi, di tenere sotto controllo il proprio volto, il proprio aspetto che muta. Perciò la scelta dell’autoritratto, dell’auto-osservarsi con un occhio veloce, immediato, quello della fotografia.

Francesca Woodman decide di terminare la sua parabola artistica e umana a soli ventidue anni, poco tempo dopo l’uscita del suo primo – ed unico – libro fotografico, emblematico già nel titolo di tutta la sua vicenda, Some Disordered Interior Geometries.

Se la scelta di vita, così come quella di morte, della Woodman fosse pura ricerca estetica o disperato inseguimento del proprio “io” sfuggente non siamo in grado di dirlo; possiamo fare solamente ciò che la giovane fotografa ci richiedeva di fare, ovvero, semplicemente, guardarla.