Guerra ai poveri. Un libro di Tano D’Amico

Guerra ai poveri. La resistenza del Movimento per il Diritto all’Abitare. Roma 2009-2019 è una pubblicazione recente, settembre 2019, edito da Redstarpress, delle fotografie del fotoreporter Tano D’Amico. Il libro ospita un testo di Cristiano Armati, paragrafi nei quali viene raccontata la cronaca degli sgomberi in alcuni stabili di Roma per drammatica necessità occupati, perché «a tante case senza gente corrisponde tanta gente senza casa».

È un libro essenziale, nell’impaginazione, nella scelta dei materiali, lontano dal pregio editoriale di tante pubblicazioni fotografiche, quelle con le copertine cartonate, la carta lucida, la stampa professionale. Niente di tutto questo. Il valore è dato dalle fotografie, dalla loro capacità di comunicare, di suscitare sensazioni di rabbia, di raccontare il dramma di persone che perdendo il lavoro, hanno poi perso anche la casa, dunque la necessità di occupare stabili vuoti.
Fotografie drammatiche che testimoniano una società in crisi, dove le persone disperate sono disposte a combattere per affermare i propri diritti, a farlo anche contro uno Stato che si è dimenticato di loro. Fotografie che documentano il dramma di una guerra non più tra poveri, ma contro i poveri.

Fotografie che ancora una volta mettono in risalto la grande umanità, la grande passione, la grande capacità di immedesimarsi di Tano D’Amico, di un uomo, prima che fotografo, immerso nell’evento, non per nulla estraneo agli eventi, ma profondamente partecipe.

«Ricordi quando ci siamo fatti le foto il giorno di Giorgiana Masi? Si riferiva ad un avvenimento di più di quarant’anni fa, un avvenimento di dolore, di lutto. Quello che mi ha colpito è il suo “ricordi quando ci siamo fatti le foto quel giorno”. Questa signora aveva individuato il mio modo di lavorare e vivere».

Eccolo Tano D’Amico, in un fresco pomeriggio di ottobre, a Roma, presso il MACRO, in occasione della presentazione del libro.

«Penso che la fotografia, forse, sia il mezzo più adatto a cogliere quello che cambia. Le fotografie non sono qualcosa che uno fa, da esterno, ma sono qualcosa di comune, collettivo. Si può fare fotografia solo se si è supportati da un gruppo umano, un gruppo umano che ti supporta e ti sopporta. Io non ho mai creduto a questo mito dell’artista, solo, che capisce tutto lui, nel chiuso della sua stanza. Nel mio caso, che non sono artista, che non sono niente, non avrei potuto vivere senza uno scambio continuo con le persone. Era un regalo continuo che le persone hanno fatto a me. Infatti, esistono dei fotografi molto più autorevoli di me che hanno scritto libri sull’immagine rubata, sull’importanza dell’immagine rubata o dell’immagine di sorpresa. Io ho vissuto di immagini regalate e penso che l’unica immagine degna sia quella che si regala, che un essere umano regala a un altro essere umano».

Così il diritto all’abitazione diventa un diritto all’abitare. Si manifesta, si combatte, si lotta, si spera e ci si dispera, dai Colli Monfortani a Cinecittà, dal Rione Trevi all’Esquilino, da Primavalle a Tor Marancia. Luoghi di incontro che si trasformano in luoghi di scontro. Luoghi che evocano in Tano D’Amico la storia, soprattutto quella dei pochi mesi della Comune di Parigi, luoghi che gli permettono di collegarsi al più autentico dei sentimenti, l’unico capace di garantire una buona fotografia: l’amicizia.

«Penso alle immagini che Nadar ha fatto poco prima dello scoppio della Comune di Parigi. Le immagini più belle sono quelle che lui ha fatto ai propri amici, alle amiche. Lì si vede come i suoi amici e le sue amiche gli regalavano le immagini e come lui le raccoglieva, come loro erano liberi nel dargliele e come lui era libero nel prenderle. Questo è un modo che tutt’ora mi piace molto».

Non basta, le fotografie restituiscono i contorni precisi e definiti, ma è nella pittura, quella impressionista, che Tano D’Amico trova la migliore descrizione di quell’epoca, la descrizione di ciò che provavano a tutti i livelli sociali le persone, con le loro abitudini, i loro modi di divertirsi, di scherzare, di soffrire, di trascorre il tempo.

«Contemporanei a Nadar sono i pittori impressionisti. Se noi vogliamo vedere quello che pensavano le persone che si facevano uccidere sulle barricate in quell’anno, in quelle settimane, per vedere quello sguardo, dobbiamo andare nei quadri dei pittori impressionisti. Manet, che prima ancora della comune, dipinge Olympia, quella ragazza bellissima e nuda. Ma è bellissima perché meno bella delle veneri di quel tempo, perché Manet dipinge anche il limite di quella bellezza che le donne hanno, che le amiche hanno, che le fidanzate hanno. L’importante per lui non era Venere o Santa Barbara, ma proprio lei con la sua bellezza, con il suo limite della bellezza. Quel dipinto ci mostra che bisogna vedere tutto con i propri occhi, che bisogna obbedire ai propri amici, ai propri affetti, alla propria testa, al proprio cuore».

Sfogliando il libro, ecco le immagini, con i loro bordi neri, posate sulle pagine, facile da sfogliare, ecco la storia di persone che si scontrano con quelli che devono mantenere l’ordine, persone che vogliono uscire dal disordine sociale nel quale sono cadute. Immagini di una storia che ancora deve essere scritta, vissuta, ricordata.

«Una domanda che mi sono posto sempre: vengono prima le immagini o i fatti? Io ci ho pensato tanto, viene da pensare che prima ci sono i fatti e poi le immagini, però a pensarci bene non è vero, perché le immagini raccontano spesso fatti che capiteranno. Ho fatto l’esempio dei quadri degli impressionisti che mostrano il modo di guardare, di guardarsi, che c’era in quegli anni. Hanno preparato il terreno, ci fanno capire perché poi quelle persone si sono fatte uccidere, per non perdere quel modo di guardarsi. Per questo io penso che le immagini vengano prima dei fatti. In questo libro si parla di immagini tutte regalate, non ce ne è nessuna rubata. Sono delle persone che sanno molto bene che c’è un’altra persona che lavora, ma che fanno come se non ci fosse, perché è qualcuno che conoscono e vedono sempre».

Anche nel disagio c’è spazio per le emozioni, positive, costruttive, emozioni che Tano D’Amico riesce a veicolare con grande abilità, con sincera bravura.

«Allora, io penso che anche in questo libro, le immagini vengono prima dei fatti, perché si vedono dei fatti preannunciati e si vede anche quello che capiterà, che in ogni caso si vedrà che ci vogliamo bene e questo non ci verrà mai tolto. I bacetti che ci siamo dati, che ci diamo tutti, non verranno mai strappati dalle guance. Si vede anche un ceto che non c’era mai stato prima, che sente che tocca a lui voltare una pagina. Il ceto che è un po’ condannato dalla storia a voltare pagina siamo noi, cioè gli ultimi, quelli che devono costruire un modo nuovo di mettersi insieme, di guardarsi, di toccarsi, di vivere insieme.
Se non produci immagini, sei schiavo delle immagini altrui».

 

Federico Emmi