Il cammino di Santiago. Un reportage di Massimiliano Bertona

Il fotografo Massimiliano Bertona ci porta lungo una strada conosciuta da molti, percorsa da molti, ed interpretata fotograficamente ed umanamente in infinite sfumature: il cammino di Santiago de Compostela.

DF: Benvenuto su Discorsi Fotografici e grazie per il tuo contributo! Per iniziare parlaci un poco di te.
MB: Grazie a voi dell’invito. Scattare foto mi incuriosisce almeno tanto quanto conoscere ciò che fotografo. Sicuramente ci sono parecchi generi fotografici che non entreranno mai nella lista delle cose che so fare ma la possibilità di documentare, raccontare, tramite immagini..questo mi affascina molto. Credo ci sia una storia dietro la maggior parte dei gesti che compiamo quotidianamente e altrettante in molti attimi “normali” che spesso, ingiustamente e involontariamente, passano inosservati. Fotografare è quindi per me prima di tutto osservare. Poi tentare di conoscere. L’approdo fotografico quindi non poteva essere diverso da quello di reportage e documentaristico. E’ qui che cerco di concentrare la mia passione.

DF: Prima di partire ti sei documentato fotograficamente?
MB: Assolutamente no. Anzi, prima di partire ho evitato accuratamente ogni fotografia, film o libro al riguardo. Volevo avere un approccio il più possibile spontaneo senza alcuna influenza o interpretazione altrui. Non sempre è così e talvolta mi documento ma la componente personale in questo tipo di viaggio era molto forte e meritava di essere lasciata tale.

DF: Che attrezzatura hai portato con te?
MB: Viaggiare esclusivamente a piedi per una distanza così lunga influenza fortemente il tipo di attrezzatura che è possibile portare con sé. Ho deciso quindi di lasciare a casa l’attrezzatura che generalmente mi accompagna ed ho preso in prestito una mirrorless con ottica fissa da 35mm. Compatta ma completa. L’ideale. Non l’avevo mai utilizzata prima, ho avuto appena il tempo di prenderci confidenza prima della partenza.

DF: Quali soggetti hai fotografato più frequentemente?
MB: Ho evitato per quanto possibile di fotografare il mio percorso concentrandomi, fotograficamente parlando, sul percorso di una persona qualsiasi. Credo che le persone, i dettagli e i luoghi presenti in queste fotografie rispecchino ciò che si incontra lungo il cammino.

DF: Hai sperimentato particolari difficoltà?
MB: Sì, l’originalità. Lungo il cammino molti gesti e situazioni si ripetono quotidianamente in un susseguirsi di azioni quasi automatiche. Ti alzi, prepari lo zaino e ti metti in cammino. Ti fermi, ti riposi, e ti rimetti in cammino. Diversamente da ciò che accade con la bicicletta o con la macchina, anche il paesaggio cambia molto lentamente. A volte sono necessari giorni prima di passare da un altopiano ai campi di grano che si vedono in lontananza. Fotograficamente parlando, questo stimola fortemente la necessità di trovare interpretazioni differenti a momenti tutto sommato ripetitivi.

DF: Se dovessi avere l’occasione di tornare negli stessi luoghi cosa fotograferesti ancora?
MB: Come sempre, la risposta sono le persone. Non c’è nulla più di queste in grado di descrivere un luogo.

DF: Cosa non sei riuscito a fotografare e avresti voluto ?
MB: La vita in comunità, ovvero quella parte della giornata in cui si condivide un pasto o una chiacchierata. Spesso arrivavo tardi, e in generale credo che l’unico modo per poter fotografare questi momenti sia prima di tutto quello di viverli. Bisogna avere pazienza, saper ascoltare e condividere la propria storia prima di poter chiedere il permesso di fotografare. Spesso avevo semplicemente il tempo di vivere quel momento e in tutta sincerità dovendo scegliere tra le due azioni, preferisco aver rinunciato a fotografare.

DF: Hai trovato la forza di spegnere la fotocamera e goderti il viaggio ogni tanto?
MB: Sì. Il cammino, se approcciato correttamente, è innanzitutto un viaggio dentro se stessi e quello è un luogo dove è giusto che la fotocamera non arrivi.

DF: Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?
MB: Di non programmare nulla e di partire da soli. Senza preoccuparsi troppo, il cammino offrirà molte occasioni di incontro ma è da soli che se ne apprezza l’anima fortemente riflessiva. E’ un’occasione molto rara nella vita reale.

DF: Al di là dell’aspetto puramente legato alla fotografia, hai qualcosa da aggiungere riguardo questa esperienza?
MB: Volentieri. Una riflessione sul percorso: negli ultimi tempi il Cammino di Santiago è diventato indubbiamente molto turistico, non solo per la quantità di persone che ogni anno decidono di intraprendere questo viaggio ma anche per la modalità con cui parte di queste lo affrontano. E’ facile, spero, non condividere quei modi così turistici. Più difficile è riconoscere che nulla toglie ad un percorso ancora oggi affascinante, che si intraprende dai Pirenei, punto di partenza o di transito, di un nomadismo composto e variegato per età, cultura e stili di vita.

Una babele itinerante che affronta, non senza fatica, le opportunità di un’esperienza concettualmente simile a molte altre, ma unica nell’offrire un profondo senso di condivisione. Innanzitutto con gli altri pellegrini. La fatica di fine giornata, i problemi muscolari, la gioia di aver concluso una tappa, un pasto in compagnia. L’unico rischio è diventare miopi di fronte ad un’opportunità molto più rara, la condivisione con sé stessi. Una chance offerta quotidianamente lungo il cammino in maniera tanto naturale da essere disarmante. Già perché il cammino è innanzitutto un viaggio dentro la propria personalità affrontato (ri)scoprendo un nuovo compagno di viaggio. Sé stessi appunto.

Il tempo non conta in tutto questo. Non qui, non più.

E’ un concetto che viene lasciato sull’uscio di casa esattamente come tutto ciò che non è strettamente necessario a condurre una vita essenziale, l’unica possibile lungo questi sentieri. L’inutile è superfluo, e come tale viene rispedito al mittente o abbandonato lungo la via nei primi giorni. Anche dai più pretenziosi.

“Voi avete gli orologi, noi il tempo” recita un proverbio afghano, a memoria di uno stile di vita diverso tra un certo occidente ed un certo oriente. Ecco, in quest’angolo di occidente tale differenza viene livellata, scompare, lasciando spazio al tempo necessario per porsi delle domande, riflettere, osservare il mondo per quello che è. Il tempo per parlare con perfetti sconosciuti, ricercare una libertà perduta, concedersi una pausa o rimettersi in gioco. Il tempo per condividere tutto questo ma soprattutto, il tempo per apprezzare quanto ci sta accadendo.

Non aver incontrato tutto questo significa non essere riusciti a cogliere il senso di un’esperienza molto profonda che non termina a Santiago ma nel momento in cui si riesce a riprodurre un “po’ di cammino” nella vita di tutti i giorni.

Questo reportage segue la stessa idea concentrando lo sguardo, e l’obiettivo della macchina fotografica, sul percorso evitando volutamente di descriverne l’arrivo.