Il Giappone fotografico: Hiroshi Sugimoto.

Negli ultimi 50 anni, i molti lettori occidentali che hanno sperimentato l’illuminante saggio-romanzo di Robert Pirsig Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, si sono ad un certo punto imbattuti in un concetto tanto radicato e presente nella filosofia orientale, quanto poco affine alla nostra vita di tutti i giorni: il mu.

Difficilmente traducibile in termini diretti, mu può essere assimilato al concetto di vuotonon-presenza, nella lingua giapponese si utilizza tipicamente come prefisso per implicare l’assenza di qualcosa, ma è un concetto sfuggente, eternamente rincorso da chi si incammina per le vie dello zen.

Un concetto però che può essere vissuto, di cui se ne può fare esperienza, e che a volte fa molto “rumore” pur provenendo essenzialmente dal nulla. Chi abbia visitato il museo dedicato a D.T. Suzuki a Kanazawa, per citare un esempio, sarà stato quasi abbagliato dal mu; il museo è un museo vuoto, grandi stanze vuote, e un impluvium ridotto alle linee essenziali, dove si può fare esperienza allo stesso tempo del proprio io e del mu.

“Lo Zero non esiste nel mondo fisico. È una memoria oscura e incerta sepolta nella nostra coscienza, perché è dove è nata la coscienza stessa.” Così Hiroshi Sugimoto parla di una sua opera, in realtà una scultura, che sintetizza il lavoro dell’artista nella ricerca dell’essenziale e nella riduzione ai minimi termini, tendente appunto verso lo zero, verso il mu.

Nato il 23 febbraio 1948, a Tokyo, si è laureato in sociologia e politica all’Università di Rikkyo nel 1970 ed in fotografia all’Art Center College of Design di Los Angeles, prima di trasferirsi a New York a metà degli anni Settanta. Ha ricevuto l’Hasselblad Award nel 2001 e nel 2006 è stato oggetto di una retrospettiva a metà carriera organizzata dall’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington D.C. e dal Mori Art Museum di Tokyo.

Sugimoto è noto per le sue immagini minimaliste di case cinematografiche e paesaggi marini, la sua opera invita alla contemplazione. Le sue fotografie appaiono inizialmente semplici, ma man mano che vengono studiate, diventano sempre più complesse, offrendo stimoli sia visivi che intellettuali. Le sale cinematografiche sono state fotografate durante le proiezioni, ma mostrano una successione di schermi vuoti: Sugimoto ha fissato i tempi di esposizione dei suoi scatti in base alla lunghezza della pellicola. È stato così in grado di “condensare” in un’unica immagine le centinaia di migliaia di immagini che compongono un lungometraggio. Tutto quello che si vede del film è un rettangolo bianco, che simboleggia lo spazio esistenziale costituito dal teatro.

La serie Dioramas riunisce finzione e realtà; qui l’artista si interroga sul realismo, nozione essenziale per la fotografia, attraverso false scene naturalistiche, che tuttavia sembrano vere. Tutto ciò che possiamo vedere nella serie Seascapes, scattata in ogni angolo del  mondo, sono aria e acqua. Queste vedute del cielo e del mare – un’esperienza visiva che tutti possiamo riconoscere – permettono all’artista di riconsiderare lo spazio, il tempo e la percezione.

Utilizzando la qualità intrinseca della fotografia a lunga esposizione, l’artista fornisce informazioni su come il mezzo può oscurare e alterare la realtà. Influenzato dalla teoria dadaista e surrealista, i paesaggi marini, i diorami e i teatri di Sugimoto, creano scene misteriose da soggetti vernacolari. “La fotografia è come un oggetto trovato. Un fotografo non fa mai un soggetto vero e proprio, ma ruba l’immagine dal mondo”, ha detto l’artista. “La fotografia è un sistema per salvare i ricordi. È una macchina del tempo, in un certo senso, per preservare la memoria, per preservare il momento”.

 

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