Il Giappone fotografico: Mika Ninagawa

Fra i tanti contrasti, a volte paradossali, che si incontrano quando si comincia a grattare la superficie della cultura nipponica, di sicuro uno dei primi che salta agli occhi, è il caso di dirlo, è quello tra la semplicità minimalista e tradizionale che si ritrova nell’architettura, nel vestiario ed in definitiva nel modo di essere di molti giapponesi, e la roboante ostentazione di colori e rumori, soprattutto in campo commerciale, che travolge i sensi provocando un inevitabile senso di smarrimento in chi non è abituato. Nelle grandi città è molto comune girare l’angolo di una strada zeppa di cartelli luminosi e coloratissimi, dove da ogni negozio dilaga l’immancabile jingle ufficiale a tutto volume, e ritrovarsi in un silenzioso e sereno tempio in legno e pietra, dove gli unici rumori sono quelli dei Furin, le tipiche campane a vento, e di qualche giapponese che è venuto a rendere omaggio alla tomba dei parenti, per poi attraversare il patio e ritrovarsi in una nuova strada commerciale ancora più chiassosa della prima.

Alcuni artisti giapponesi esplorano l’uno o l’altro ramo di questo contrasto sensoriale e Mika Ninagawa ha scelto di eccellere nella rappresentazione quasi esplosiva di concetti ed ideali, utilizzando tinte forti, contrasti elevati e composizioni che travolgono lo spettatore, lasciando poco tempo all’interpretazione personale e comunicando con veemenza il messaggio dell’artista.

Mika Ninagawa è una fotografa giapponese contemporanea dallo stile inconfondibile, caratterizzata da colori molto saturi e inquadrature cinematografiche. I suoi soggetti ricorrenti includono nature morte, pesci rossi, animali e paesaggi, anche se forse è più conosciuta per i suoi rendering iconici di fiori. Queste opere esplorano temi della cultura giovanile giapponese, tropi narrative, l’effetto della luce sul colore e il lato oscuro dell’erotismo. Ninagawa conduce anche una carriera attiva come fotografa commerciale per pubblicazioni di moda giapponesi, tra cui editoriali per Vogue e Harper’s Bazaar, e per i suoi ritratti di celebrità internazionali.

Per oltre due decenni, Mika Ninagawa ha percorso la sua strada, diventando la prima e unica fotografa donna ad aver raggiunto lo status di icona pop in Giappone. Figlia dell’acclamata regista teatrale Yukio Ninagawa, la sua prima apparizione risale alla fine degli anni ’90, quando fu una delle protagoniste del movimento giapponese “Girly Photo”. Il suo lavoro è stato esposto per la prima volta fuori dal Giappone nel 1997 presso l’iconico concept store parigino Colette e nel 2001, all’età di 29 anni, ha ricevuto il 26° Kimura Ihei Award (il premio fotografico più prestigioso del Giappone). Ninagawa ha pubblicato molto, tra cui quasi 100 fotolibri fino ad oggi, e il suo lavoro è conservato in molte importanti collezioni, tra cui il Tokyo Photographic Art Museum, Huis Marseille, Amsterdam e UBS Art Collection.

Per Ninagawa la fotografia è molto di più che catturare qualcosa di bello. Nella sua collezione noir, ci avverte della fragilità di ogni soggetto seducente; con i fiori su uno sfondo nero, tutte queste fotografie ad alto contrasto e colori saturi comunicano un senso di sterilità, invitandoci a riflettere sull’effimero della bellezza quando la vita è così fragile, che potrebbe essere sbriciolata in un lampo. Inserendo ogni attimo fugace in una fantasticheria coinvolgente, la morbidezza all’interno della traboccante forza vitale della natura è una rappresentazione della femminilità in piena fioritura. Le opere di Ninagawa combattono gli stereotipi di ciò che ci si aspetta che le donne posseggano; rafforzare e condividere la passione nella propria anima, è ciò che le donne dovrebbero desiderare veramente secondo la fotografa.

Quando il fotografo giapponese Daido Moriyama, che lavora principalmente in bianco e nero, si è imbattuto una fotografia di Ninagawa di fiori Technicolor in primo piano durante un’esposizione, l’ha definita “un’indubbia opera di scandalo visivo – un assalto – che mi ha suscitato un sorriso clandestino”. “Ogni volta che vedo l’opera di Mika Ninagawa”, spiega Moriyama, “mi si concretizza l’immagine di un transitorio segno di tenebra che minaccia un impeccabile cielo di mezzogiorno e un senso contrastante di bella fragilità”. Ninagawa vede l’universo in un unico fiore fotografato da vicino. L’effetto è molto simile a quello dei dipinti floreali di Georgia O’Keeffe, una combinazione di Thanatos ed Eros, ma dove O’Keeffe ha lavorato in sfumature sottili, Ninagawa spinge sull’acceleratore e combatte contro la morte della luce con sempre più luce e colore.

In un’epoca di irrefrenabile ironia, Ninagawa prende sul serio le belle immagini, senza sarcasmo. Ogni foto celebra la vita e la bellezza senza inibizioni; quella che in superficie sembra essere foto di moda di celebrità, primi piani di fiori, o studi di pesci rossi diventa quasi una preghiera al dio della bellezza e una spinta, evangelica, alla preghiera collettiva verso questa divinità. Alcuni critici vedono questa qualità della fotografia di Ninagawa come una versione moderna dell’impulso barocco a catturare la forza traboccante della vita della natura, come un riflesso del suo creatore e l’universalità di tutta la vita. Ninagawa riporta il barocco al futuro sfruttando appieno il formato moderno della fotografia.