Il Marocco. Un reportage di Gabriele Palmato

Discorsi Fotografici continua la serie di reportage con il viaggio in Marocco del fotografo Gabriele Palmato

DF: Benvenuto su Discorsi Fotografici e grazie per il tuo contributo! Per iniziare parlaci un poco di te.

GP: Sembrerà strano ma prima di scoprire cosa fosse realmente la fotografia, non mi è mai piaciuto fotografare.
Da quando ho preso per la prima volta una fotocamera Bridge seguita poi al mio ventunesimo compleanno da una Reflex ho iniziato a capire che era molto più di un solo gesto meccanico ma qualcosa di profondo, grazie alla fotografia ho trovato il modo di esprimere la mia personale visione della realtà.
Con il passare del tempo aumentavano le mie conoscenze sulla tecnica fotografica e sulla post-produzione. Dopo il primo anno ho iniziato a svolgere qualche lavoro e a partecipare a concorsi fotografici con alcune gratificazioni fino alla decisione di aprire un mio piccolo studio fotografico. Da allora lavoro un po’ in tutti i campi della fotografia ma i miei preferiti rimangono i reportage di viaggio e di matrimonio insieme alla ritrattistica.
Non mi sento per nulla arrivato, so di avere ancora moltissimo da imparare e per questo continuo a tenermi aggiornato tramite fotoclub, mostre, siti di condivisione foto e tutto quello che gira intorno alla fotografia.
Mi sto rendendo conto che con il passare del tempo la fotografia sta diventando sempre più importante nella mia vita e si sta trasformando in uno dei modi migliori per esprimermi.

DF: Prima di partire ti sei documentato fotograficamente?

GP: Ho cercato informazioni solo per capire quali fossero i maggiori punti di interesse e poter pianificare il viaggio toccando tutti i luoghi più belli ed emozionanti anche dal punto di vista fotografico,  ma non ho visionato foto per trarne ispirazione perché ritengo che ognuno abbia il proprio stile e la propria visione li sul momento; essendo una cosa estremamente spontanea penso che sia impossibile prendere spunto dal lavoro di altri.

DF: Che attrezzatura hai portato con te?

GP: Come corpo macchina ho portato l’unico che ho, ovvero la 5D Mark II, invece per quanto riguarda le ottiche ero fornito di un Samyang 14 2.8, Canon 24-70 2.8, Sigma 35 1.4 e un Sigma 70-200 2.8. Il Samyang l’ho portato principalmente per la notte che avrei affrontato nel deserto mentre l’obiettivo che ho usato di più è stato il Sigma 35 1.4, utilizzato per tutti i ritratti ambientati.
I restanti obiettivi li ho utilizzati per tutte le foto di contorno. Ovviamente per tutto il viaggio non è mancato il peso del cavalletto nello zaino che ho utilizzato meno del previsto ma se non ci fosse stato non avrei potuto realizzare alcune foto che ho portato a casa.

DF: Quali soggetti hai fotografato più frequentemente?

GP: Ho cercato di dare un’introspettiva generale del Paese fotografando architettura ,paesaggi, persone e momenti di vita quotidiana ma i soggetti che ho fotografato più frequentemente sono state le persone del luogo, proprio perché per me una foto senza un individuo umano perde un po’ di interesse, a parte ovviamente situazioni particolari.

DF: Hai sperimentato particolari difficoltà?

GP: Come detto prima ho principalmente rivolto il mio interesse alle persone del luogo ma sfortunatamente ritengo che faccia parte della loro cultura non farsi riprendere; ho quindi dovuto rinunciare, anche per rispetto nei loro confronti, a molti scatti che penso si sarebbero rivelati molto interessanti ma che restano ben impressi nella mia mente.

DF: Se dovessi avere l’occasione di tornare negli stessi luoghi cosa fotograferesti ancora?

GP: Rifotograferei di nuovo tutto ciò che ho visto perché sia a causa della frenesia del luogo sia per il breve tempo che avevamo a disposizione in ogni tappa non sono riuscito a portare a casa tutto il materiale che avrei desiderato.

DF: Che cosa non sei riuscito a fotografare e avresti voluto?

GP: Come già accennato mi sono perso molti ritratti, inoltre essendo molto spesso in viaggio e avendo molti kilometri da percorrere, non ho avuto l’occasione di fotografare  i momenti migliori che ogni paesaggio poteva offrire con la luce giusta.
Mi è rimasta impressa una scena che ho preferito non fotografare, in cui in mezzo alle case di terra sbucava una bambina che mi fissava incuriosita mentre la madre spazzava tra le macerie con una foglia di palma.

DF: Hai trovato la forza di spegnere la fotocamera e goderti il viaggio ogni tanto?

GP: Ho sempre viaggiato con la fotocamera dietro, sono sempre stato alla ricerca di soggetti e attimi da fotografare ma ovviamente ci sono stati momenti in cui staccavo da tutto, anche dalla fotocamera e mi rilassavo godendomi le attrazioni del luogo, ad esempio fare surf sull’oceano e bere una birra al tramonto in spiaggia oppure girare per i suq ascoltando i suoni del luogo e lasciandomi trasportare dai profumi alla ricerca di cose particolari da mangiare oppure fare snowboard sulle dune di sabbia e aspettare la notte per godersi il cielo stellato.

DF: Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

GP: E’ stato un viaggio entusiasmante da tutti i punti di vista ma abbiamo avuto anche alcune disavventure. Il mio consiglio è di non dare troppa confidenza a commercianti e guide locali non ufficiali, specialmente nelle città turistiche per evitare spiacevoli inconvenienti.
Munirsi di tanto spirito di avventura e di adattamento lasciandosi coinvolgere a pieno dalle culture e tradizioni del Paese. Ritengo che solamente in questo modo sia possibile godersi totalmente il viaggio e affrontare esperienze uniche e indimenticabili.

DF: Al di là dell’aspetto puramente legato alla fotografia, hai qualcosa da aggiungere riguardo questa esperienza?

GP: Come detto prima, solo vivendo profondamente il viaggio si ha la possibilità di affrontare esperienze particolari a cui non siamo abituati nel nostro Paese; un esempio può essere la camminata mattutina nell’oasi unita all’essere invitati a pranzo per poi mangiare il cous-cous con le mani insieme ai contadini del posto.

Il sito di Gabriele Palmato.