Il reportage sociale di Andrea Boccalini

Andrea Boccalini è un fotografo, ma soprattutto un poeta, di gusto, raffinato, attento ai dettagli, profondamente umano. È un fotografo che scava nel quotidiano, che ne rilegge le dinamiche, andando a trovare delle particolarità che a occhi meno attenti, quasi addormentati, sono precluse. È la poetica di un uomo convinto che la fotografia è in grado ancora di innescare quei corto circuiti, necessari, in grado di portare la gente a cambiare opinione, idea, a rimettere in discussione le proprie convinzioni, scoprendo che c’è un mondo più interessante, dove il diverso non è male, ma opportunità.

Nascono così reportage di grande impatto emotivo e visivo, spesso in forte contrasto l’uno dall’altro, pur all’interno di un contesto sociale simile. Lo sono quelli sviluppati nella città di Roma, Corviale e Forze Nuove. Cronache da Tor Pignattara, Franco e Silent Night, Spaghetti Wrestlers. Sono reportage che non si limitano a raccontare una storia. Protagonista non è la fotografia, ma le persone che attraverso di essa riacquistano la dignità sociale perduta, ovvero, viene loro restituito un posto nel mondo.
Molto spesso, in questi casi, è facile dire “mi preoccupo della dignità delle persone” quando davanti c’è un pubblico interessato esclusivamente alle fotografie. Quando, però, il pubblico è composto da i soggetti stessi ripresi, le cose cambiano. Cambiano perché i luoghi non sono set dove il disagio, la povertà, l’indigenza, fanno da ornamento a una scena preparata per fotografie drammatiche, cariche di retorica, slegate da una storia. Sono, al contrario, luoghi intolleranti a questo genere di fotografia e di fotografi. Ben diverso, allora, è entrare nella storia, entrare nel contesto sociale, con una proposta diversa, che si sviluppa nel tempo, lentamente. Sono reportage dove si parte da una idea, per poi vederla cambiare continuamente durante la fase di realizzazione. Corviale è un esempio.

Andato avanti per quattro mesi, un tempo incompatibile con quelle che sono le esigenze di una committenza editoriale, nasce inizialmente come lavoro di architettura. Al committente, LFI, interessava l’aspetto architettonico da cui Corviale era nato, ma poi è stato sviluppato diversamente, con il racconto di una storia che ha permesso a Andrea Boccalini di fotografare con un approccio lontano dall’evento, dalla notizia, dall’episodio. In questi casi, il modo stesso di scattare cambia, si entra in una chiave più intima, iniziando a lavorare sullo sfocato, sulla profondità di campo, talvolta più evocativa, altre meno, dove la lunghezza focale non è più scelta per la comodità, ma perché restituisce un impatto emotivo differente. Si inizia a comporre diversamente, ricercando di più, sperimentando di più, cercando di entrare in una sfera emotiva particolare, dove il fotografo scatta alla fine più per sé stesso che per un committente. Sono immagini che ricordano la pellicola, morbide, delicate, che mantengono una coerenza visiva.

La fotografia sociale di reportage, grazie al maggior tempo a disposizione, garanzia per entrare all’interno di una comunità, fa smettere di essere fotografo e consente di diventare parte della comunità. È possibile, così, intercettare richieste diverse, sensibilità diverse, trovare storie che non ci si aspetta. Non le solite fotografie di spacciatori, ladri, drogati, cioè quelle situazioni cariche di una drammaticità esagerata che non raccontano molto. Al contrario, è possibile scoprire, ad esempio, il ruolo importante delle donne, fondamentale per il sostegno della comunità, per la sua sopravvivenza. Nascono ritratti, dove nello sguardo non c’è più la durezza, la violenza, il disagio del quartiere, ma la malinconia, la forza, l’orgoglio e anche la speranza.

Diversamente, l’architettura di Corviale, nell’idea iniziale, è la storia di una utopia mancata, con quel senso di desolazione, di abbandono, di rovina. Doveva essere un villaggio urbano alle porte di Roma, un luogo autosufficiente, esteticamente bello, in un punto di pregio, con ampi spazi di socializzazione. Invece, è diventato la testimonianza, una delle tante, in cui il progetto che è il contenitore, da solo, non è in grado di creare contenuti. Un’architettura che doveva promuovere la vita, la cultura, la condivisione, è invece diventata una prigione, con i corridoi così drammaticamente simili ai bracci del carcere di Rebibbia. L’impianto architettonico è, quindi, identico, con la stessa logica delle costruzioni carcerarie. Sono spazi complessi a livello prospettico, dove l’essere umano appare completamente alienato, incastrato in un labirinto privo di umanità. È l’espressione della desolazione e della solitudine, sebbene ci siano dodici mila persone.

Ecco il contrasto nella narrazione, nel lento muoversi nella città di Roma. Corviale è periferia, Tor Pignattara è una borgata a ridosso del centro di Roma. Nel racconto di Andrea Boccalini, Forze Nuove. Cronache da Tor Pignattara, il borgo diventa qualcosa di positivo, un luogo dove le vecchie generazioni di romani, che mai hanno viaggiato, che pensavano di morire senza vedere il mondo, si sono ritrovate il mondo sotto casa loro. Un mondo fatto di persone, non di monumenti e architetture, un mondo colorato, dove la diversità delle nazioni presenti dà la percezione di un viaggio nuovo ogni giorno. Rispetto a Corviale, a Tor Pignattara c’è vita, c’è dinamismo, c’è gente felice di starci, che ci vive, non c’è il distacco e la sospensione, ma la contestualizzazione, vissuta a pieno. C’è vera integrazione, non quell’appiattimento e sottomissione verso la cultura più forte, quella ospitante, ma un dialogo circolare tra le varie culture, dove prevale l’arricchimento reciproco. Un lavoro, perciò, sul multiculturalismo, sull’integrazione, sulla diversità, che racconta la storia di un quartiere in cui è presente una eterogeneità umana, soprattutto visiva.

Silent Night è un lavoro di grande impatto psicologico, realizzato la notte di Natale, fotografando i senza tetto. Non c’è una narrazione esplicita, una parte del progetto, infatti, è nelle nostre menti, nel nostro immaginario, che contrasta fortemente con il sano sentimento dell’accoglienza. Dove nascerebbe oggi Gesù Cristo? Nelle nostre case calde e piene di cibo o nelle strade deserte di una città come Roma? Ecco, allora un racconto forte, dove i senza tetto non vengono fotografati, non ci sono primi piani, si intravedono perché la loro assenza deve diventare funzionale per accentuare la loro condizione di invisibili. In mezzo alle luci natalizie, nell’imminenza di una festa tanto importante, loro scompaiano.

Franco, un reportage che racconta la condizione di vita di una persona che vive di espedienti, che improvvisa luoghi dove dormire, mangiare, lavarsi. Andrea Boccalini, dopo averlo conosciuto casualmente ad un autolavaggio, ha deciso di vivere un mese con lui, facendo le sue stesse cose. Una esperienza che gli ha permesso di capire quanto straordinario sia l’essere umano a adattarsi. Il cibo di scarsa qualità, il letto che è il sedile di un autobus, la panchina di un parco, il pavimento di un marciapiede, e poi i bagni di fortuna. Ancora una volta, non è la fotografia in sé, quanto il vivere in un modo diverso. Un senza tetto non ha una casa, non ha affetti, ma prova comunque delle emozioni, ha delle esigenze, vive di poco, ma che in una società di consumi esasperati, è forse molto. Conoscere il suo quotidiano è comunque importante e necessario.

Spaghetti Wrestlers, dedicato al Wrestling italiano, è un lavoro che Andrea Boccalini considera il più pasoliniano di tutti, dove l’intrattenimento si sposa con la realtà, dove è tutta finzione, ma la gente lo vive come se fosse vero. Sebbene sia molto kitsch, molto trash, poteva essere l’occasione per raccontare una storia ai margini, invece, nella realizzazione ecco un mondo estremamente romantico, ricco di passione, con gente che si allena ore e ore al giorno per poi fare incontri a venti euro e prendere un sacco di botte, pieni di lividi. Un mondo che inizialmente non suscita niente, ma che poi affascina perché il sacrificio è ben visibile, imponendo un cambio di lettura, nel modo di raccontare, di fotografare, soprattutto nella parte più autoriale, quella più fotografica, quella che poi o eleva o scaraventa a terra una realtà.

Quella di Andrea Boccalini è una fotografia con un approccio più intimo e attento alla storia delle persone, come detto, poetico, che permette ai soggetti stessi, protagonisti degli scatti, di rimanere affascinati, fieri di sé stessi, preservando la loro umanità. Quando finisce, allora, una storia, quando si capisce che fotograficamente è finita una storia? Quando i protagonisti inevitabilmente, con la fotografia, diventano degli autentici eroi e in questo, Andrea Boccalini, è un Maestro.

Federico Emmi