Il ric(hi)amo della fotografia: intervista a Beatrice Speranza

Grazie al cielo, ancora oggi, nonostante la valanga di immagini dalle quali siamo travolti, succede di inciampare in una dolce forma di stupore. Di fronte a non semplici fotografie ma oggetti materiali con l’ambizione di tridimensionalità.

Conforto di vecchie pratiche che ridimensionano il digitale, lo scaldano, lo ravvivano. Richiami e ricami, silenziosi e sommessi, che nascondono mondi paralleli.

Parlo delle fotografie di Beatrice Speranza, artista che interviene manualmente sulle proprie fotografie con trame di filo di lana. Cucire può servire ad impreziosire, ad aggiustare, a mettere insieme pezzi. Creare una sorta di patchwork di esperienze e percezioni. I suoi sinonimi sono imbastire, rammendare e suturare. Un filo unisce due punti. Molteplici i livelli di lettura che sorgono dalla ridefinizione dell’immagine in origine.

Qual è la tua personale storia della fotografia?
La fotografia sin da bambina mi ha sempre affascinato, la trovavo un mistero. Al primo anno di università mi sono iscritta a un corso di fotografia e da quel momento ho sempre fotografato, passando da passione a professione in modo spontaneo. Il riscontro positivo che ho sempre avuto dagli altri mi ha stimolato nell’andare avanti.

Quanto gli studi accademici hanno contribuito al tuo modo di vedere fotograficamente?
Gli studi mi hanno aiutato a leggere gli spazi, la luce e la composizione…soprattutto il mio interesse per la fotografia è cresciuto nel guardare le riviste professionali di architettura dove grandi fotografi interpretavano gli spazi e gli edifici con rigore e pulizia…mi sono resa conto piano piano che ero più interessata alla foto, alla sua composizione e scelta del punto di vista che all’architettura in sè… l’architettura diventava per me il soggetto da interpretare.
Una volta laureata ho iniziato una collaborazione di diversi anni con l’architetto Mauro Lovi. Non potevo scegliere studio migliore per sperimentare la poesia legata all’immagine: anche oggi entrare nel suo studio equivale ad entrare in un mondo di tele e colori, si lavora con la parola, l’immagine e la delicatezza.

Hai delle figure artistiche, fotografi e non, a cui ti sei ispirata?
Fin da ragazza l’immagine e la composizione mi hanno sempre attratta. Mio padre aveva molti cataloghi d’arte che sfogliavo e cercavo di riconoscerne gli autori. Durante gli studi universitari di architettura mi perdevo nel guardare le copertine di Gabriele Basilico per la rivista Domus, e i paesaggi di Ghirri. Sempre negli anni universitari vidi la mia prima mostra a Firenze di Henri Cartier-Bresson e iniziai a fare corsi per imparare la tecnica di stampa in bianco e nero….la sera i miei amici uscivano e io spesso passavo le serate a stampare in un piccolo bagnetto a casa mia.
Oggi molte delle miei ispirazioni nascono dalla lettura e dal confronto con amici scrittori con cui sono nati diversi progetti insieme. Ma l’artista che più mi ha commosso è Maria Lai. L’ho scoperta su Facebook nel 2014, io ricamavo sulle foto da poco più di un anno. Sullo schermo mi apparve una sua tela con dei segni grafici molto forti. Pensavo fosse opera di un uomo…cliccai sull’immagine e mi si aprì un mondo: i segni erano ricami e non pittura e l’artista era lei, una donnina dalla voce sottile con una profondità dirompente che mi arrivò dritta al petto.

Ci siamo conosciuti all’ultima edizione del MIA, come valuti questa esperienza in termini di visibilità e diffusione delle tue opere?
E’ stata veramente un’esperienza importante per me. Sin dalla prima giornata di apertura al mio stand sono passate veramente tante persone, tra giornalisti, collezionisti e appassionati. Come sai, ho esposto diversi progetti legati alle mie foto con il ricamo, le Presenze. Ho ricevuto l’attenzione anche di colleghi, galleristi e giornalisti. Tra le varie proposte che mi sono state fatte una si è già concretizzata: realizzare un racconto con le mie foto ricamate dedicato al Monte Bianco, montagna sacra. A propormelo è stata Glorianda Cipolla, ex campionessa di sci e ora collezionista d’arte sempre in giro per il mondo che da anni invita artisti a realizzare delle opere dedicate alla vetta più alta di Europa nelle sue baite ad alta quota a Courmayer. Da lì è nato il progetto Le Presenze e la Montagna Sacra.
In questo momento sto lavorando a un nuovo progetto su Bologna, nato sempre dopo il Mia photo Fair. La Fineco Bank, grazie alla collaborazione con Campogrande Concept, mi ha invitato a realizzare una mostra nelle sue sale in via Rizzoli in occasione della settimana del design, il 26 di settembre.

Nella stessa occasione hai esposto dei lavori interessanti e molto poetici, immagini sulle quali sei intervenuta ricamando con ago e filo. Come nasce questa tua pratica?
La fotografia per me non è solo un amore, è un modo per mettersi in gioco, per scoprirsi per prendere appunti e soffermarsi su ciò che io ritengo un valore. Tutto cambia e anche il mio modo di rapportarmi alla fotografia. Una volta per me la foto era la stampa classica in bianco e nero che stampavo in camera oscura. Con il digitale avevo perso un po’ di quell’intimità e per la prima volta ho sentito la necessità di intervenire manualmente sulle immagini una volta stampate. Sono nate le “Presenze”, foto stampate su carta cotone su cui intervengo con piccoli ricami in filo di lana. L’idea è nata nel 2012 nel confronto tra il mio modo di lavorare e quello di Emy Petrini, floral designer, con cui da anni ho intrapreso una collaborazione artistica e un confronto continuo che mi spinge a crescere sia a livello personale che professionale. Vedendola nella sua calma mentre realizza opere di grandi dimensioni in cui intreccia e sovrappone rami ho pensato che riavere un contatto fisico con le mie foto mi avrebbe aiutato ad acquisire più silenzio e quiete interiore. Da lì l’idea del ricamo, antica forma meditativa, movimenti ripetitivi…quasi un mantra.

Parlando dell’operazione di intervento sulle fotografie le descrivi come “un’antica forma di meditazione che trova nuova espressione nelle immagini”.
È una ricerca di attenzione, un desiderio di rivelare piccole presenze nascoste.
In oltre il ricamo dona calore, dà tridimensionalità all’immagine e consente di scoprire nuovi significati al di là della realtà. E’ al filo che affido il compito di cambiare il punto di vista.
Le Presenze nascono dal percorso di meditazione e tecniche di respirazione che ho iniziato nel 2010. Da lì le trame di incontri che mi hanno arricchito in questi anni vengono come fermate, appuntate sulle mie foto, quasi fossero dei postit, con il ricamo.
È stato proprio da un confronto con l’amica scrittrice Chicca Gagliardo l’associazione della parola ricamo a trama, non solo come valenza nella narrativa e nella tessitura, ma proprio nei misteriosi incontri, nell’unione di idee, nelle intuizioni e gli accadimenti della vita. Credo che sia importante comunicare messaggi positivi anche con l’arte. Non amo l’immagine che vuole scioccare e impressionare a tutti i costi, si può far riflettere su temi importanti anche in un modo più rispettoso, direi silenzioso.

L’intervento manuale innanzitutto fa dell’opera un esemplare unico. In secondo luogo genera una nuova configurazione visiva. Inoltre il ricamo crea una terza dimensione di cui normalmente la fotografia è orfana. Arricchisce la fotografia al punto di farla quasi vivere.
Il ricamo, che non è mai invadente nelle mie foto, si rivela agli occhi solo dell’osservatore attento. Avvicinandoti all’opera che ha quasi sempre piccole dimensioni, scopri ombre, fili che vibrano alla luce. L’opera appesa in una sala cambia profondità e ombreggiature con il cambiare della luce nell’arco di una giornata e ogni volta mi sorprende. La cornice stessa, che studio e disegno in base al progetto proposto, contribuisce a questo senso di tridimensionalità. Come già accennavi, le mie opere sono tutte esemplri unici. Sarebbe impossibile riproporre esattamente lo stesso ricamo, ma io stessa ci tengo che le opere siano diverse tra loro anche nel caso utilizzi lo stesso scatto di base.

Hai cominciato con gli interventi di ricamo su immagini che avevi scattato anni fa. Nella progettualità ti succede di scattare immagini pensando in partenza al successivo intervento? Ci sono differenze di significato fra le due procedure?
Sì ho iniziato con foto che avevo scattato in precedenza, quindi ogni opera era un assolo.
Era un modo per riscoprirle, ma forse più per scoprire il mio nuovo modo di sentire. Ora sempre più spesso realizzo dei veri progetti, quasi dei racconti, mi faccio sempre un’idea iniziale, ma fino al momento in cui non inizio a fotografare è difficile farsi una visione reale della situazione in cui poi andrò ad intervenire con il ricamo….quindi mi capita anche di cambiare linea e farmi un’idea più precisa solo una volta che mi trovo con tutte le fotografie fatte e selezionate. L’immagine scattata ha già la sua composizione e funziona anche da sola….l’intervento del ricamo è sempre molto misurato e trova nuovi equilibri.

“Presenze” è il tuo progetto a lungo termine…molto presenti soggetti e scene di natura, alberi e montagne. Parli di impermanenza…cosa significa?
Ho iniziato con foto di interni, ma proprio per la vicinanza a Emy e le sue ricerche di materiale vegetale nei boschi per le sue sculture, è arrivato spontaneo il mio nuovo sguardo sulla natura, nell’osservare la sua trasformazione: “tutto è passaggio. Perdita. Tutto si distrugge e si ricrea.”

L’era moderna sta accelerando in modo vorticoso la smaterializzazione della fotografia: non stampiamo più e ci stiamo dimenticando il rapporto tattile con le immagini. Oltre che perdere la possibilità di intervenire sulle fotografie come fai tu. Che ne pensi?
Io consiglio sempre anche agli amici e ai miei familiari di stampare le foto a cui tengono di più. Io stessa ogni due anni regalo a mia sorella e ai miei nipoti le loro foto stampate per Natale. I miei album dei ricordi con le foto selezionate da mia madre e poi per un certo periodo da me, sono tra le cose più preziose che ho.

Cosa ti aspetta nell’immediato futuro?
Attualmente ho in corso una mostra a Pietrasanta da Mac in via Mazzini 86, fino alla fine di settembre. Una mostra NATURE nel castello di Sarteano per il Premio Mia Photo Fair/Ram Sarteano. Il 26 settembre inauguro a Bologna negli spazi di FinecoBank, via Rizzoli,9.
Partecipazione alla fiera a Lugano di opere su carta WOP ART, ospite della galleria ARC Gallery, 19-22 settembre.

http://beatricesperanza.it/

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it