Il ritratto come ricerca personale: intervista a Sara Lando

Il 26 giugno scorso, in occasione dell’evento FujiFilm di presentazione della nuova GFX100 a Milano, abbiamo avuto modo di conoscere Sara Lando. Con estrema passione e totale disponibilità ci ha accompagnati attraverso la sua visione della fotografia in questa intervista.

Qual è la tua storia personale come fotografa?
La mia storia è iniziata abbastanza tardi, nel senso che non ho mai preso in mano una macchina fotografica prima degli ultimi anni dell’università. Facevo Disegno Industriale al Politecnico,
la macchina mi serviva per i lavori di scuola e dopo un po’ mi sono resa conto che in realtà mi
divertiva molto. Prima hobby e poi ossessione, ci ho messo qualche anno a farla diventare un lavoro.

Qual è il genere fotografico con cui lavori?
Quello che mi paga le bollette è il ritratto commerciale. Quello che mi interessa fare in realtà è
ricerca fotografica. Amo soprattutto miscelare il linguaggio fotografico con mezzi diversi, per cui lavoro molto con il mixed media, mischiando analogico e digitale, cerco di testare i limiti della fotografia e fondamentalmente faccio tutto quello che fa una persona che si chiude in casa un sacco di ore al giorno!

Tornando all’evento FujiFilm, nella tua precisa e schietta presentazione della GFX100 hai detto una cosa che metterà in crisi chi si dedica alla post-produzione: i jpg che escono dalla macchina sono già usabili in diversi ambiti.
In realtà non metterà in crisi chi si occupa di post-produzione.
Oggi un cliente non è disposto a pagare il numero di ore che sono necessarie per avere una buona
post-produzione che risolva il problema di un file troppo nitido. Per cui ci possono volere venti ore per sistemare la pelle di una faccia, trovare un cliente che te le paghi è veramente quasi impossibile. Ma se ho un budget di venti ore, invece di stare a clonare un poro alla volta, posso scegliere di lavorare su quella che è la parte creativa di quella foto.
Si tratta di eliminare i lavori da scimmia ammaestrata, che lasciamo fare alla tecnologia, e cominciare invece a lavorare sulla visione artistica della fotografia. Da questo punto di vista è quello che sta cominciando a rendere interessante questa tecnologia. Il fatto di avere un file di per sé presentabile al cliente rende possibile partire da un file già buono per renderlo ancora migliore con la post-produzione.

Quale caratteristica ti ha colpito maggiormente di questa macchina, da  non potere più farne a meno?
La  gamma dinamica e cioè il recupero dei dettagli nelle ombre in condizioni di contrasto molto forte. Mi ha veramente impressionato perché ero abituata a dover scegliere di esporre per le luci oppure per le ombre, con il rischio di bruciare i bianchi oppure di chiudere troppo i neri. Con questa macchina invece, anche in jpg, si arriva ad avere dei risultati pazzeschi in termini di gamma dinamica.

Immagino già la risposta, visto che sei brand ambassador per Fujifilm, ma ti chiedo: ti senti di suggerire a un fotografo professionista di fare questo salto verso il large format?
Uno dei motivi principali per cui ho accettato di collaborare con Fujifilm è stato proprio perché non mi obbligano a fare la venditrice. Hanno i loro commerciali e da me vogliono veramente che io testi la macchina, che gli dica che cosa non va. Questo tipo di collaborazione per me è molto più interessante che fare il venditore porta a porta di macchine fotografiche.
Rispondendo alla domanda: dipende! Un fotografo professionista dovrebbe avere un business plan. Questa macchina ha un prezzo di partenza che si aggira attorno agli undicimila euro, se scatto un paio di cataloghi grossi è un costo che rientra. Se io di questi questi cataloghi ne scatto sei l’anno è un passaggio sensato da fare.
Viceversa se sto cominciando adesso a fare foto e per recuperare i costi di questa macchina devo fare sessanta servizi fotografici, forse ha più senso noleggiarla e mettere in conto al cliente il costo del noleggio fino a quando non ho un giro tale che mi permetta di giustificare l’acquisto. Ma questo vale per qualsiasi altra attrezzatura.
I fotografi hanno questa ossessione che li spinge a comprare tutto quello che esce, quando in realtà bisogna capire se si inserisce all’interno di un business plan. È un modo di lavorare che trovo più sensato.

In che misura l’evoluzione di uno strumento può aiutare nel tuo lavoro? E quanto cambia l’approccio che hai nei confronti del soggetto?
Sono in realtà una fotografa molto poco tecnica, nel senso che ho studiato la tecnica e la vivo come se fosse la grammatica di un linguaggio che parlo. Ma mi interessa molto poco, nel senso che nel momento in cui uno strumento fa quello che voglio fare per quello che voglio dire, per me va bene.
Ma lavorare con una macchina che supporta la mia visione significa che non devo preoccuparmi di adattare il mio linguaggio ai limiti della macchina e quindi posso fare quello che voglio. Per cui in realtà per me la tecnica è importante tanto quanto mi permette di non doverci pensare. Non voglio sapere come funziona la macchina fotografica, voglio che funzioni. Ovvio che è importante conoscere l’attrezzatura, proprio per capire quali sono i limiti entro i quali ci si può muovere creativamente, ma si sta arrivando veramente a un punto in cui non è più un problema su cui perdere troppo tempo.
Io semplicemente arrivo, capisco cosa voglio fare, i mezzi mi permettono di farlo.

La fotografia autoriale e di ricerca quanto riesce a contaminare la fotografia di ritratto che pratichi come lavoro?
È un’ottima domanda. Ci sono voluti dieci anni per arrivarci. Nel senso che per dieci anni ho avuto il classico portfolio da fotografa commerciale con ritratti in studio, foto di lavori, headshots a sfondo bianco. Quello che facevo di mio lo tenevo in un cassetto oppure lo pubblicavo altrove e capitava mi chiamassero dicendo: “Come sei creativa! Ci piace tantissimo quello che fai! Adesso facci cinquanta headshots su fondo bianco!”. Devo dire che da questo punto di vista Fujifilm è stata la prima azienda importante a chiamarmi per lavorare a foto mie. Quando uscì la GFX50S mi contattarono non per farmi fare quello che avrebbe potuto fare qualsiasi altro fotografo, ma mi dissero: “A noi piace quello che fai tu, fallo per noi!”. Devo dire che è stato il momento in cui mi sono resa conto che stavo arrivando da qualche parte. Cominciava a funzionare tutto come speravo. Ci si rende conto che poi la differenza è lì, nel senso che molto spesso i fotografi tra loro sono intercambiabili e quindi la differenza la fa soltanto il prezzo. Invece cercare di capire qual è la propria voce, qual è il proprio punto di vista è quello che permette di distinguersi tra tanti.

Di cosa ti stai occupando a livello di ricerca personale e di fotografia autoriale?
Per quanto riguarda il mio percorso personale, sto portando avanti diversi progetti. In questo momento specifico sto lavorando sull’idea che ogni persona è un archivio di esperienze e di emozioni, di cose che gli sono successe, di conversazioni. Fondamentalmente mettiamo a disposizione degli altri parte del nostro archivio come fosse una collezione pubblica. Poi esiste una parte che è nello sgabuzzino, in restauro. Come riusciamo ad accedere a questo archivio e a renderlo disponibile? Lavoro tantissimo con persone che non sono fotografi, che magari sono parte di categorie vulnerabili come i richiedenti asilo o le vittime di violenza di genere. Sto lavorando con bambini, con persone neuro-diverse e in centri anziani. Lavoriamo usando la fotografia ma anche la pittura, il collage, la scrittura per creare dei libri d’artista. Quando si tratta di categorie vulnerabili, noi fotografi spesso ci appropriano degli archivi degli altri, dando per scontato che ci appartengano perché lo vogliamo noi e non diamo agli altri la possibilità di raccontare la propria storia. È importante spiegare alle persone che possono decidere chi vogliono essere, che possono decidere anche di mentire, anche arrivare a dire: “questa cosa non ti riguarda, fatti i fatti tuoi!”. È un lavoro molto difficile ma interessante e dobbiamo smettere di pensare che le cose o sono facili o non vale la pena farle. Dobbiamo ri-abbracciare la complessità e capire che ci sono lavori che vanno avanti per anni e non sempre abbiamo la certezza di arrivare da qualche parte ma ci restituiscono qualcosa che non è semplice fotografia.
La fotografia di per sé è un prodotto di scarto, è quello che succede al termine di un’esperienza, la traccia di una fetta di vita. Se io mi interesso solo della fotografia degli altri, fondamentalmente sto digerendo il prodotto di scarto degli altri, per produrre un prodotto ancora più di scarto. Se volete fare foto più interessanti fate esperienze più interessanti e frequentate persone più interessanti!

Ci racconti il “Gruppo di Supporto Fotografi Pigri”, laboratorio che hai inventato per aiutare i fotografi ad uscire dalla loro comfort zone?
Il laboratorio è nato dalla mia frustrazione di insegnante.
Amo molto insegnare, lo faccio da tanti anni.
In genere esistono due formati per approfondire la fotografia: il workshop, che è una lezione molto intensa ma che non consente di seguire l’evoluzione delle persone. La gente va a casa, non prova niente di quello che ha imparato, lo dimentica dopo due settimane. Oppure ci sono i corsi dove puoi seguire gli studenti per più tempo, ma spesso sono limitati dal fatto di essere locali e costretti ad essere in orari e giorni precisi.
Molto di quello che so l’ho imparato su internet. Sono prevalentemente autodidatta e volevo cercare di prendere le cose positive di internet a livello di apprendimento, togliendo tutto quello che per me in questo momento storico sono i problemi della parte social, spesso legata all’ego.
Ero curiosa di vedere cosa succede se si prende un numero di persone sufficiente a creare un gruppo interessante, li si infila in una piattaforma online coperta da password, per cui non accessibile all’esterno, impedendo a tutti i partecipanti di usare il proprio nome. E così ora ci sono professionisti che lavorano insieme a completi principianti alle stesse cose, sullo stesso livello. Non è un vero e proprio corso. Io do degli input, la gente li risolve. Ce n’è uno per settimana. Nel corso di quattro mesi, ogni persona porta avanti un progetto personale, seguita personalmente da me. È interessante per me vedere come si evolvono le persone quando si cominciano a togliere certe dinamiche e quando si costringe la gente a descrivere le proprie foto. Sono convinta che ci sia un legame tra fotografia e linguaggio, il saper descrivere un problema è il primo passo per poterlo risolvere. E questo avviene anche costringendo la gente non a vomitare cinquanta foto aspettandosi una critica. Per ogni foto di cui si vuole un feedback è necessario dire: che cosa stavi cercando di fare, come l’hai fatto, cosa funziona, cosa non ti piace, cosa ti serve sapere? Questo garantisce il fatto che le persone imparino dall’esperienza degli altri. Descrivere le proprie foto ti permette di capire come migliorare. Imparare la fotografia come linguaggio è fondamentale per crescere fotograficamente.
Io lo chiamo un esperimento testato sugli esseri umani perché si evolve ogni anno.
Siamo adesso alla settima edizione che comincerà a settembre e anche per me diventa un modo per imparare dagli altri. Ho imparato tantissimo dalle persone che hanno partecipato, perché ogni gruppo è un’entità completamente diversa. Individui che magari hanno un’esperienza fotografica o tecnica limitata, potrebbero avere una visione creativa molto precisa, contribuiscono in modo pazzesco. Contemporaneamente persone che non hanno una visione artistica ma vorrebbero averla, ma hanno una grossa conoscenza tecnica contribuiscono con quello che sanno e cominciano a prendere dagli altri quello che a loro manca. Questo scambio è la cosa più interessante all’interno di un gruppo di questo tipo e molto spesso porta a miglioramenti enormi anche dal punto di vista della qualità delle foto prodotte.
Lo scopo di un insegnante non è quello di mostrare la propria bravura o di trasformarti in una copia di sé. Quello che cerco di fare è capire che cosa vuole fare un allievo e dargli i mezzi per farcela da solo: ogni singola persona che vedo passare davanti ha una sua visione personale. Ha usato un archivio che è fatto delle sue esperienze che non sono le mie. E noi possiamo interfacciare questi archivi e creare delle mostre collettive del materiale che abbiamo. Però poi il museo è tuo, lo gestisci tu, sei tu il curatore.

Cosa ne pensi dell’approccio “before after”, ossia la pratica di trasformare una foto attraverso una post-produzione spinta per dimostrare l’utilità di alcuni corsi?
Da un punto di vista di marketing ha estremamente senso. In realtà ho iniziato come post-produttrice. Prima di fare la fotografa facevo post-produzione e capisco che la cosa sia molto divertente. È un gioco fantastico. Il problema diventa la responsabilità, nel senso che oggi si sta insegnando tanto la parte tecnica ma non si sta sottolineando il significato di quello che si mostra.
Mi sono trovata ad insegnare in un corso a bambini di quarta elementare dove le bambine mi parlavano del fatto di avere un punto vita poco definito. E che per Natale chiedevano una crema antirughe perché le modelle nelle riviste non hanno linee sulla faccia. È mai possibile avere pensieri del genere a nove anni? Così mi sono impegnata a fare un corso di post-produzione avanzata a dei bambini delle elementari per mostrare cosa viene fatto ad un corpo umano, la foto di partenza e quella che invece verrà messa in una rivista di moda, in questo senso il ruolo del prima e dopo diventa educativo. Nessuna delle due versioni è però verità. Anche la foto di partenza dove vediamo ogni poro della pelle è una falsificazione, l’occhio umano non vede così. Per cui secondo me una post-produzione fatta bene è quella che riporta la visione della macchina fotografica a quella che è la visione del fotografo, perché altrimenti diventa un gioco di prestigio che è molto divertente da vedere, ma pericoloso. Ci si deve prendere la responsabilità di quello che si sta comunicando, dei sottintesi.
Il “before” che mostra corpi imperfetti diventa implicitamente una mostruosità da evitare e l’after implica che solo le ragazzine di sedici anni con la pelle perfetta, magre e bianche, sono degne di essere messe su una rivista. Per me questo è un grave problema.

Potete trovare i lavori di Sara e seguirla sui social a questi indirizzi:

Sito internet:
http://www.saralando.com/
http://www.papermoustache.com/photography/

Social:
https://www.instagram.com/holeinthefabric/
https://twitter.com/bruko
https://www.facebook.com/thesaralando

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it