Il Tajikistan. Un reportage di Guido Fioravanti

Discorsi Fotografici ha il piacere di ospitare un reportage del fotografo Guido Fioravanti, che ci porta in una nazione ed una terra conosciuta da pochi: il Tajikistan.

DF: Prima di partire ti sei documentato fotograficamente?

GF: Prima di ogni viaggio dedico sempre del tempo alla ricerca di foto del paese in cui voglio andare, ma non parlerei di “documentazione”, in quanto non si tratta di un lavoro condotto in modo sistematico. La ricerca di immagini, per lo più tramite internet, serve solo a farmi un’idea del paese che andrò a visitare e un aiuto per definire le tappe del viaggio.
Quando ho acquistato il biglietto per il Tajikistan non avevo alcuna idea di ciò che avrei effettivamente visto, sia dal punto di vista paesaggistico che sociale. L’idea del Tajikistan è nata dopo averne sentito parlare con vivo entusiasmo da persone incontrate in precedenti viaggi. Mi era stato raccontato della meraviglia suscitata dalla catena del Pamir e dai paesaggi desolati lungo la famosa M41 (la strada che collega Dushanbe in Tajikistan a Osh in Kyrghyzstan). Mosso da questi racconti mi sono deciso per affrontare questo viaggio, ma al momento dell’acquisto del biglietto aereo il Tajikistan rimaneva ancora un paese senza volto. Ci sono luoghi che sono sotto gli occhi di tutti. Penso a città come Roma o a Parigi. Il Colosseo e la Torre Eiffel sono noti a chiunque, anche a chi non li ha mai visitati. Non mi riferisco necessariamente all’Occidente. Penso all’India: tutti noi abbiamo un’immagine, un’idea di “India”, giusta o sbagliata che sia, appuntata nella mente. Poi ci sono luoghi che sfuggono completamente all’immaginazione generale, luoghi che addirittura non si sa se effettivamente esistano e dove collocarli su una mappa. Penso alla mitica Timbuktu o alla lontana Samarcanda, che per molti rimangono solo dei nomi leggendari. Il Tajikistan è uno di questi luoghi senza volto, con l’aggravante di non riuscire ad evocare alcun mistero nell’immaginazione comune, ma solo domande del tipo: “e dove si trova il Tajikistan?” , “cosa c’è da vedere in Tajikistan?”, “ma non è pericoloso?”. I nomi senza un volto sono sempre pericolosi, anche senza sapere dove si trovano e chi vi abita. Queste sono le domande che spesso mi sono sentito ripetere dagli amici quando ho raccontato dove avrei trascorso le mie vacanze estive. Ma sono domande che prima di tutto io pongo a me stesso. Cercare delle foto su internet serve a farmi un idea di quello che mi aspetta.

DF: Che attrezzatura hai portato con te?

GF: Nessuna attrezzatura in particolare, semplicemente una reflex analogica e una compatta digitale. La reflex era la macchina “ufficiale” con cui ho cercato di portare a casa qualche scatto “decente”, in cui ritrovare parte delle emozioni vissute in viaggio. La compatta è la macchina con cui di solito “rubo scatti” in situazioni in cui la reflex risulterebbe troppo ingombrante o darebbe troppo nell’occhio. Un viaggio di quasi un mese, con diversi giorni di cammino in montagna e continui spostamenti da un posto all’altro, non permette di avere peso inutile sulle spalle. Al materiale fotografico preferisco un maglione in più per il freddo, è questione di sopravvivenza. La fotografia non è la motivazione che mi spinge a viaggiare. E’ parte del viaggio – non partirei mai senza una macchina fotografica – ma non organizzo i miei viaggi con l’obiettivo di fare foto. Di conseguenza l’ attrazzatura fotografica è subordinata al peso dello zaino. La fotografia credo sia una cosa seria. Quando torno dai miei viaggi qualche scatto interessante c’è sempre, ma credo sia normale quando si torna da paesi “esotici”. Ma la Fotografia, quella vera, è tutt’altra cosa. Non è solo questione di fortuna. Richiede tempo, impegno e pazienza. Quando si viaggia ogni giorno da una meta all’altra, non si ha la possibilità di capire veramente lo spirito di un determinato luogo e quindi cosa merita di essere fotografato e come. Ci si limita a degli scatti estemporanei. Con questa consapevolezza, che le mie foto possono essere belle ma non Belle Foto, limito l’attrezzatura al minimo necessario. Forse anche un po’ troppo: ultimamente ho notato che qualche filtro mi farebbe comodo soprattutto per evitare dei cieli troppo piatti.

DF: Quali soggetti hai fotografato più frequentemente?

GF: Le montagne rappresentano l’aspetto più interessante del Tajikistan e molti dei miei scatti hanno riguardato proprio la catena del Pamir. Tuttavia negli ultimi anni ho cominciato a dedicare (per gioco) degli scatti a due temi in particolare. I bagni e le frontiere di confine. Le foto dei bagni servono per spaventare gli amici alla fine di ogni viaggio. Al momento, i bagni più spaventosi e meno adatti alla riflessione li ho visti in Tibet. Le foto dei confini nascono dalla lettura di “Un indovino mi disse” di Terzani. Nelle prime pagine del suo libro Terzani spiega cosa significhi viaggiare via terra su lunghe tratte, spostarsi da un paese all’altro senza prendere l’aereo. Queste parole mi sono venute durante il primo viaggio in Asia Centrale, un lunghissimo viaggio dall’Uzbekistan al Kyrghyzstan passando per il Kazakhstan. Un viaggio allucinante attraverso le frontiere di tre paesi. Il controllo dei visti, la paura di non poter varcare il confine, le formalità burocratiche, il controllo dei bagagli, il trasporto delle merci da un paese all altro: tutte queste cose mi hanno riportato alla memoria le bellissime parole di Un indovino mi disse. Da allora ho cominciato a fotografare (e a ricercare tra le mie foto dei precedenti viaggi) tutto ciò che rappresentasse una frontiera, una divisione (naturale o artificiale) tra paesi. Una delle mete più interessanti del Tajikistan è il corridoio del Wakhan. Si tratta di una valle, una sottile linea di terra divisa tra Tajikistan e Afghanistan. Il confine è il fiume Wakhan, che a tratti sembra di poter attraversare con un semplice salto. Si tratta di un posto eccezionale: due paesi così vicini eppure così diversi. Il Tajikistan che ha conosciuto l’egemonia sovietica e l’Afghanistan che se ne è riuscito a sottrarre. Ho fatto diverse foto a quel fiume, per me molto significative forse meno per chi non ha visto quei posti.

DF: Hai sperimentato particolari difficoltà?

GF: Fotografare paesaggi montuosi è sempre estremamente difficile. La maestosità delle montagne difficilmente si lascia catturare da un supporto bidimensionale come una stampa fotografica. Ed è anche giusto che sia così: non a caso, in Asia, le montagne sono le dimore degli dei.

DF: Che cosa non sei riuscito a fotografare e avresti voluto?

GF: Mi piacerebbe saper immortalare la sconfinata e melanconica solitudine degli altopiani del Tajikistan lungo la M41, che poi è la stessa che si respira in luoghi al di fuori dal tempo quali gli sconfinati altopiani tibetani o andini. Mi piacerebbe poter catturare su foto  quelle sensazioni  che appartengono ad un luogo e al contempo a molti luoghi. Tuttavia credo di non esserne capace.

DF: Hai trovato la forza di spegnere la fotocamera e goderti il viaggio ogni tanto?

GF: Si. Viaggio per vedere luoghi, incontrare gente, camminare e (come diceva qualcuno) dimenticare chi conosco. Non potrei mai viaggiare senza avere una macchina fotografica con me, ma la fotografia non rappresenta la motivazione di un viaggio.

DF: Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

GF: Copritevi bene.

DF: Al di là dell’aspetto puramente legato alla fotografia, hai qualcosa da aggiungere riguardo questa esperienza?

GF: Il Tajikistan rimane per me uno dei posti più affascinanti che abbia mai visto. Il Nepal è ormai una meta consolidata per tutti coloro che sono alla ricerca di spiritualità o di un trekking con paesaggi mozzafiato. Il Tajikistan rimane invece un paese ancora sconosciuto e per alcuni versi rimane inaccessibile. Pochissima gente conosce l inglese e il volo per raggiungere la regione del Gorno-Badakhshan è sconsigliato ai deboli di cuore. Consiglio vivamente il Tajikistan a tutti coloro che hanno un buono spirito di adattamento e sono alla ricerca di luoghi ancora non contaminati dal turismo di massa, compreso il turismo “alternativo” di massa.

Discorsi Fotografici ringrazia Guido Fioravanti e si augura vivamente di ricevere al più presto altri suoi contributi da condividere con i lettori.