In memoria di Robert Frank

Il fotografo Robert Frank, noto ai più per il suo storico libro del 1958 The Americans, è morto il 9 settembre nella sua abitazione in Nuova Scozia, aveva 94 anni.

Anche se Frank pubblicò diversi lavori e realizzò film d’arte pionieristici come Pull My Daisy (1959) e Me and My Brother (1969), la sua grande influenza nella fotografia è dovuta appunto a The Americans, al suo stile libero e ironico nel catturare le tensioni all’interno della società americana. Secondo Eugene Richards le sue immagini hanno riscritto le regole della fotografia, la loro sfocata casualità e le cornici inclinate hanno stimolato quasi tutti i fotografi degni di nota a lavorare negli anni ’60. Un classico studiato dagli studenti di fotografia, il libro continua a influenzare i documentaristi e i fotografi di strada.

Il fotografo Eugene Richards ricorda di aver letto The Americans dopo aver pubblicato nel 1973 il suo libro Few Comforts and Surprises, dedicato al razzismo nel Delta dell’Arkansas. Richards si sentiva “esausto” per la critica che si era concentrato solo su argomenti negativi e “deprimenti”. “E poi ho visto [The Americans] e ho detto: questo ragazzo è interessato al paese che conosco. Che non è la città, non è New York, è la metà dell’America. Quella è stata la più grande spinta interiore che abbia sentito, onestamente. Sembra melodrammatico, ma non ti senti più solo”.

Joel Meyerowitz lavorava come direttore artistico in un’agenzia pubblicitaria quando ha avuto modo di vedere Frank al lavoro, con la sua Leica. Ricordando i momenti che Frank ha immortalato, Meyerowitz ha detto: “Sembrava che tutti i singoli momenti raccontassero una storia per loro. E’ stato emozionante per me vedere che si poteva fermare la vita con una macchina fotografica”. Il giorno dopo, Meyerowitz lasciò il suo lavoro e decise di diventare fotografo.

Nato in Svizzera nel 1924, Frank emigrò negli Stati Uniti nel 1947. Poco dopo il suo arrivo, Frank iniziò a lavorare come fotografo di moda a Harper’s Bazaar. Nel 1955 e 1956, Frank vinse le Guggenheim Fellowships – è stato il primo fotografo europeo a vincere la prestigiosa borsa di studio – e utilizzò i fondi per effettuare un viaggio di due anni attraverso gli Stati Uniti, catturando diversi gruppi della società americana. Ha realizzato oltre 28.000 foto.

Dopo aver completato i suoi viaggi, Frank si unì all’editore Robert Delpire per pubblicare The Americans, che debuttò a Parigi nel 1958 e apparve negli Stati Uniti nel 1959. Conteneva 83 fotografie. Mentre molti europei trovarono le immagini fresche ed innovative, i critici americani stigmatizzarono il suo lavoro come troppo grezzo e troppo acerbo.

Eugene Richards, che per la prima volta lo incontrò negli anni ’70 e ne divenne amico, dice che la critica che Frank fosse “antiamericano” era infondata. Nel corso degli anni, “mi sedevo con lui e lui parlava di dove fosse cresciuto, della minaccia dei tedeschi, di come venne qui, e di come amò l’America appena sceso dalla nave: la differenza, la mancanza di formalità. Quindi adorava assolutamente l’America al punto da diventare quasi uno sciovinista”.

A partire dal 1959, quando lui e Alfred Leslie diresse con il cortometraggio Pull My Daisy, Frank iniziò a sperimentare con il cinema. Si unì ai Rolling Stones in tour nell’estate del 1972 e realizzò il documentario Cocksucker Blues. Nel 1972 pubblica il suo secondo libro fotografico, The Lines of My Hand, un’autobiografia visiva composta da fotografie scattate in Europa e in America.

Il lavoro di Frank sia nella fotografia che nel cinema è stato esposto in numerose mostre in tutto il mondo. Nel 1950 ha partecipato alla mostra collettiva “51 fotografi americani”. L’Art Institute of Chicago ha allestito la prima mostra personale di Frank, “Robert Frank: Fotografo”, nel 1961.

Nel 1994, la monografia di Frank, Moving Out, è stata pubblicata in concomitanza con una mostra di 157 sue foto alla National Gallery of Art di Washington D.C. Molte delle immagini contenute hanno sconvolto la sua vita: la morte della figlia, persa in un incidente aereo nel 1971, e il suo rapporto con il figlio, Pablo, schizofrenico e spesso ricoverato in ospedale.

Nell’ultimo decennio, Frank ha lavorato con Steidl alla ristampa di molti dei suoi libri. La mostra retrospettiva “Robert Frank: Books and Films, 1947-2016” ha visitato gallerie universitarie e non profit in tutto il mondo nel 2016. Frank ha detto che guardare indietro al suo lavoro gli ha fatto pensare alla sua vita, ma ha preferito guardare avanti. “Sono felice di vedere le fotografie rivivere e di essere apprezzato”, ha detto agli ospiti all’inaugurazione della mostra alla Tisch Gallery della New York University. “A volte una fotografia può vivere più a lungo perché diventa un’immagine che vive nella mente delle persone che le ricordano. Questa probabilmente è la cosa migliore della mia fotografia e sono qui per ringraziarvi e tornare di nuovo”.

Frank e sua moglie June Leaf hanno fondato la Fondazione Andrea Frank, in onore della loro defunta figlia. La fondazione sostiene il lavoro di artisti e organizzazioni educative e culturali senza scopo di lucro che si occupano di arte visiva.

Timido quando parlava in pubblico, Frank era anche modesto e “così dannatamente gentile”, dice Eugene Richards. Peter MacGill ha dichiarato: “Robert è stato un caro amico per oltre 40 anni e ci ha uniti con il suo spirito, umorismo e un intelletto straordinariamente acuto. È un eufemismo dire che ci mancherà”.