Intervista a Giuseppe Di Giulio

Ognuno ha una propria storia della fotografia, dal momento in cui ha cominciato a fotografare per curiosità, per poi scoprire la passione e magari farla diventare un vero e proprio lavoro. Quando comincia la tua personale storia della fotografia e fin dove è arrivata?

La mia storia con la fotografia inizia piuttosto tardi, durante gli anni dell’università e quasi per necessità. Collaboravo con un’associazione di studenti della facoltà d’ingegneria per la realizzazione di un catalogo per le aziende che facevano recruiting di giovani laureati. Insieme ad altri studenti, realizzavamo sia contenuti sia grafica del catalogo; da qui la necessità di reperire il materiale grafico di base. Mi offrii per seguire un mio collega più anziano ed esperto di fotografia e grafica nella realizzazione delle fotografie che sarebbero servite per illustrare le attività associative. Fu quella la prima volta che presi in mano una reflex. L’anno seguente, mi feci prestare la reflex da mio zio, una Nikon D80, per realizzare da solo le fotografie per il servizio dedicato al lavoro di squadra fatto dai ragazzi dall’associazione per organizzare una manifestazione dedicata al lavoro.

Da quel momento non ho più smesso di fotografare; tant’è che il mio regalo di laurea è stata un Nikon D75 (che rimpiango di aver ceduto…).

Negli anni successivi il mio rapporto con la fotografia ha visto fasi alterne; all’inizio c’è stato tanto studio sui libri di pratica fotografica e tanta sperimentazione di tecniche. Più avanti sono arrivati i primi scatti davvero personali, ancora oltre la definizione di uno stile personale assieme alla passione per il Bianco e Nero.

Infine, negli ultimi tre anni, i portfolio ed i progetti fotografici.

Credo che la mia storia con la fotografia sia appena iniziata; perché vedo un’infinità di cose da poter imparare ed un’infinità di fotografie da fotografare.

Quanto ti aiutato fotograficamente collaborare per il magazine dell’università che frequentavi? Quanto eri libero di esprimerti? Quale il momento che ritieni più importante di questa esperienza?

Mi ha aiutato molto, perché mi ha introdotto alla fotografia in modo particolare, ovvero pensando per progetti fotografici; bisognava produrre fotografie su temi e con scopi ben precisi. Insomma, al contrario di molti, la fotografia delle vacanze per me è venuta dopo aver imparato a fotografare.

Leggendo la tua biografia sembra esserci un vuoto tra il 2001 e il 2009, è così o invece ti sei dedicato a varie sperimentazioni?

In quegli anni non ho smesso di fotografare, ma semplicemente ha avuto inizio la mia esperienza professionale che ha assorbito molto del mio tempo, sottraendolo alla fotografia o meglio alla selezione e sviluppo delle fotografie prodotte. Non escludo che negli archivi di quegli anni ci siano molti lavori che aspettano e meriterebbero di essere mostrati.

Nel tuo percorso di crescita, ci sono stati fotografi e/o fotografe che ti hanno ispirato?

Tanti fotografi ed anche molti pensatori e scrittori di fotografia. Come i più sono stato iniziato alla fotografia d’autore con Cartier-Bresson, ma presto il mio interesse si è rivolto ad altri autori, tra cui anche molti italiani.

 Il fotografo che più mi ha ispirato e continua a farlo è Mario Giacomelli. La foto dei pretini che giocano nella neve, dalla serie “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, resta per me il punto di inizio del mio discorso fotografico ed anche una meta di espressione artistica a cui tendere. Giacomelli è un autore che mi ha molto influenzato anche stilisticamente; credo sia evidente nel trattamento dei bianchi e dei neri di alcune mie foto.

 Nutro una sconfinata ammirazione per Sebastiao Salgado, che ritengo tra i contemporanei una vera icona della “fotografia di storie”, un impareggiabile Hystory-Teller per immagini. Sono stato davvero colpito dalla mostra del suo lavoro sul Kuwait “A desert on fire”. Il segreto che vorrei rubargli è come scattare foto d’impatto così viscerale ma al contempo tanto eleganti.

 Tra i pensatori fotografici Barthes con “La camera chiara” ha giocato un ruolo chiave nel mio percorso di maturazione; anche se sono più affezionato al saggio “L’infinito istante” di Geoff Dyer (un non fotografo) che ha rappresentato per me un punto di svolta nella comprensione della fotografia e buona parte della sua storia.

Parliamo della tua foto “the caress of the wind” selezionata come immagine finalista del Metro Photo Challenge Italy. Quale è la storia dietro questo scatto e come è stata accolta?

La storia di questa foto inizia in modo banale, perché è stata scattata durante una vacanza in Sardegna: una tra tante fotografie di viaggio. E’ arrivata mentre mi ero perso durante un’escursione tra le colline a ridosso di Castelsardo alla ricerca dei nuraghi. Anni dopo ho collegato l’accaduto a quanto afferma Tony Wheeler, il fondatore della Lonely Planet: «Il più delle volte ho trovato quel che cercavo quando mi sono perso».

La fotografia ha acquisito senso guardandola dopo la vacanza perché mi trasmetteva la sensazione di quell’escursione piena del vento dal mare che accarezzava gli assolati campi di grano e che sembrava aver dato forma e significato a quell’albero curvo fino a terra. Pensai che avesse una sua poetica e quindi la iscrissi al Metro Photo Challenge Italia, l’unico concorso fotografico che conoscevo per via del quotidiano letto in metro. Non mi sarei mai aspettato di ricevere tanti “like” sul sito del concorso e soprattutto di entrare nella classifica dei finalisti.

NY – A trip on the subway e Wooden Bricks, insieme allo scatto “The line beetween present and memories” sono lavori che, in anni recenti differenti, hanno ricevuto importanti menzioni. Oltre a descrivere la tua soddisfazione e il tuo entusiasmo, puoi raccontare i tre lavori, dalla scelta del tema alle eventuali difficoltà che hai incontrato?

“Wooden Bricks”, l’ultima fotografia in ordine di tempo ad aver ricevuto un riconoscimento, fa parte di una serie composta di 5 fotografie sul tema della materia del legno. E’ la fotografia di un‘opera d’arte di Matilde Grau intitolata INTERSIZI (2002) esposta nel parco naturalistico di Arte Sella. Mi piace accompagnarla con una citazione di Giulia Carcasi che ben interpreta, a mio parere, il tema e l’ispirazione di questo lavoro: “Il legno sembra fermo, ma è sottoposto a pressioni interne che lentamente lo spaccano. La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci rotti. Il legno no, finché può nasconde, si lascia torturare ma non confessa.”

 “NY – A trip on the subway” è un progetto nato da un’idea istantanea avuta durante un viaggio a NY. Le foto sono state scattate il 2 giugno 2011 durante un singolo viaggio in metropolitana da 59st a 34st e sono un racconto breve di questa stanza aggiuntiva delle case dei New Yorkers. La più grande difficoltà che ho incontrato nel realizzarlo è stata fotografare senza perturbare il momento… con una reflex non è stato davvero facile.

 “The line beetween present and memories” è una foto a cui sono molto affezionato. Ancora oggi non mi spiego come sia venuta fuori da una serie di scatti di una sagra di paese nella campagna romana; credo sia stata pura intuizione. Sono stato colpito dal gioco dell’acqua con la sua ombra e da questa linea orizzontale che demarcava due porzioni esatte della parete di sfondo: sopra tutto così solido e materico, sotto invece “un divenire sfrangiato”. Il titolo è venuto di conseguenza.

 Quanto è importante accompagnare la fotografia a un testo?

Dipende. Non sono un purista che ritiene che l’immagine fotografica o ancor di più una serie o un progetto debbano necessariamente e sempre “parlare da sé”. Non di meno sono un appassionato di testi didascalici. Vivo le mie fotografie come riflessioni ed induttori di riflessioni negli osservatori. In quest’ottica il testo che accompagno alla foto, ma molto spesso solo il titolo, cercano di essere uno stimolo a riflettere, un collegamento ad un pensiero, un volo pindarico, ma non una spiegazione dell’immagine.

«A friend came to see me in a dream. From far away. And I asked in the dream: Did you come by photograph or by train? All photographs are a form of transportation and an expression of absence». Partendo da questa bella riflessione di John Berger, puoi raccontarci questo tuo bel reportage Dream Train e soprattutto approfondire questa tua considerazione molto interessante: «il passato remoto, anche solo sognato, non può avere colori, ma solo una vignettatura eterea posta al confine tra realtà colorata e immaginazione monocromatica»?

Quando sogno il passato, o lo richiamo alla mente, lo faccio solitamente con un effetto monocromo cha aumenta con il tornare indietro negli anni. La cosa credo sia dovuta all’abitudine di guardare le antiche foto di famiglia, di scorrere quei visi e quei luoghi così lontani nel tempo, fermi tra bianchi, neri e grigi della carta fotografica annotata sul retro con date, nomi, messaggi e auguri. Donne e uomini di un’altra generazione vissuti tra l’Italia e l’America che sono contemporaneamente la mia storia (di famiglia) e l’immaginazione quasi cinematografica di un’epoca.

Credo che la frase di John Berger figuri le uniche possibilità che le persone di quell’epoca avevano di essere vicini agli amici o ai loro cari: prendere il treno o inviare una fotografia di sé stessi. Entrambi mezzi tecnologici, entrambi simboli di distanza, entrambi mezzi per far viaggiare anime, sentimenti e sogni.

“Dream Train” è il reportage di un sogno di un passato mai vissuto ma solo immaginato; frutto dell’immedesimazione in un personaggio delle fotografie di famiglia che, forse sbarcato da un piroscafo, sale sul treno che lo condurrà a casa. Quale casa? L’Italia o l’America; tutt’e due comunque cagione di nostalgia per qualcosa che sta lasciando.

La tua fotografia, come scrivi, si basa «sull’astrazione e sull’evocazione che allontana le immagini dal mondo reale, nello spazio di pensieri, emozioni e ricordi». La fotografia oggi è troppo reale e molto slegata dalle emozioni, i ricordi, il pensare?

La fotografia di oggi credo sia per larga parte o iperealista, mi riferisco alla ricerca del perfetto dettaglio tecnico, o ruffiana e mi riferisco alla ricerca del piacere a tutti i costi. Spesso è un discorso ermetico tra il fotografo e sé stesso, oppure una variazione sul tema che è di moda. Davvero poco della produzione che passa davanti agli occhi, in mostre, riviste e social, sfugge a queste categorie.

Come mi capita sempre più di frequente, anche con la musica, mi sento più a mio agio con la fotografia del passato, con i suoi temi e l’eleganza comunicativa sprigionata dalla sua essenzialità.

Potrebbe sembrare che il presente o il futuro non mi interessino, diciamo che non sono attratto dal ritratto del presente e del futuro in quanto tali, come archetipi o spesso stereotipi.

Le vicende degli uomini, pene, gioie, passioni, angosce, trionfi, errori, sono praticamente gli stessi da più di 3.000 anni; non credo sia necessario collocare un’idea o un’emozione in una esatta cornice spazio-temporale affinché esse risultino valide, anzi la loro atemporalità le rende se possibile più astratte ed universali.

L’idea di fotografia che cerco di praticare si riconduce ad una ricerca di astrazione e di evocazione molto di frequente eseguita per sottrazione di elementi, proprio per tendere ad immagini il più universalmente rappresentative dell’idea o dell’emozione che vorrei trasmettere.

Calvino ne “l’avventura di un fotografo” scriveva che: «la fotografia ha un senso solo se esaurisce tutte le immagini?» Sei d’accordo? Soprattutto, considerato il tempo attuale che stiamo vivendo a livello fotografico, c’è modo di esaurire tutte le immagini?

Direi di no. Considero la fotografia un mezzo di espressione, ha senso in quanto “traduce” l’idea, la visione ed il sentire di chi è dietro l’obiettivo e stimola, colpisce ed emoziona l’osservatore.

Non solo non c’è modo di esaurire tutte le fotografie numericamente, è come il paradosso di Achille e la tartaruga; ma soprattutto non credo abbia senso, perché fotografare solo per catturare il momento rischia di diventare, sia per il fotografo sia per l’osservatore, cronaca dei fatti piuttosto che “mezzo di trasmissione” del senso degli stessi.

Quali sono i tuoi progetti fotografici per il futuro?

Sono tanti; troppi per un fotografo part-time.

Ho in elaborazione due progetti di lungo corso, uno sul rapporto tra l’uomo e lo spazio-tempo, l’altro legato ad alcuni versi di poeti lucani miei conterranei.

Intanto mi sto dedicando ad un progetto per sezioni che riguarda la materia; è iniziato con la serie “wood” sul legno, sono in elaborazione le successive due serie “water” e “steel” ed ho iniziato ad idearne altre quattro.

 Infine, nei ritagli di tempo, cerco di organizzare il materiale fotografico prodotto durante l’ultimo viaggio negli Stati Uniti per riunirlo in un reportage di viaggio.

 

Federico Emmi

 

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