Intervista a Paolo Rossi, il fotografo dei lupi.

Abbiamo avuto il grande piacere di ospitare nel nostro podcast il fotografo Paolo Rossi, naturalista e specialista di lupi, capace di attendere anche anni prima di immortalare questi meravigliosi e sfuggenti animali. Con lo stesso piacere pubblichiamo un’anteprima delle domande e risposte, rimandando i più curiosi sull’argomento sulla pagina ufficiale del fotografo.

DF: Prima ancora di specializzarti nella foto naturalistica, come è nata e come si è sviluppata la tua personale storia della fotografia?

PR: Sono appassionato di vita e di fotografie dei popoli indigeni sin da bambino. Umani che vivono in modo molto simile ai lupi. Le foto che scatto ora spero siano molto simili alle foto che  vedevo nei libri fotografici di Edward Curtis, in particolare le foto “ambientate” che ritraevano indigeni in ambienti selvaggi.

DF: Quando hai capito che la tua strada fotografica doveva intrecciarsi con la vita degli animali?

PR: Quando iniziai a vedere lupi. Per dieci anni ho cercato lupi senza essere capace di vederli e incontrarli. A fine del 2009 ho iniziato a vederli in Val Trebbia, mi venne l’idea di iniziare a fotografarli perché in molte zone della Liguria nessuno c’era ancora riuscito (In val d’Aveto e sul Beigua, per citarne due). Determinanti furono anche gli insegnamenti di Camilla, la ragazza con la quale stavo all’epoca, che mi insegnò molte basi importanti per iniziare a percorrere la strada fotografica.

DF: Sei conosciuto soprattutto per i tuoi lavori sui lupi, perché proprio questo particolare animale?

PR: Da sempre desidero solo e soltanto cercare i lupi, non so fare altro bene come questo e la fotografia è stata una delle conseguenze di ciò. Direi che non cerco lupi in generale, cerco lupi selvaggi. Il lupo è arrivato ovunque e ci sono anche famiglie di lupi che vivono vicino a grandi centri abitati.  Io prediligo fotografare e osservare i lupi che colonizzano i luoghi più selvaggi d’Italia: tra antiche foreste e valloni scoscesi oltre i 2.000m. I lupi sono dominatori assoluti in quei luoghi e vivono a proprio agio in ambienti dove noi “civilizzati” non sopravviveremmo neppure per 24 ore.

DF: Il fotografo di natura, specialmente quello che come te non usa capanni ed esche, lavora quasi tutto il tempo da solo. Questo ti accomuna alla popolare figura del lupo solitario?

PR: Il “lupo solitario” in gran parte dei casi è una fase transitiva nella vita di un lupo, è solo ma è in attesa di trovare un/a partner, dopo tutto il lupo è una delle specie più sociali del pianeta terra. Però in qualche modo cercare lupi mi avvicina al loro mondo. Sto immobile per ore stando attento a ogni dettaglio e mi sposto in base al movimento del vento, dei corvi, dei caprioli o dei camosci, quindi per cercare lupi devo assomigliare più ad un lupo solitario che ad un umano.

DF: Quando inquadri un lupo, un animale, al momento dello scatto come ti senti? Si crea forse un legame profondo con l’animale?

PR: Praticamente mai, perché hai poco tempo e in quel poco tempo non puoi sbagliare: accumulo 40-50 ore di appostamenti per vedere un solo lupo e quindi è meglio non far tremare la mano dall’emozione e fare veloce, perché i lupi delle zone estreme sono sensibili ai “clic” della mia reflex. Lo sentono e poi se ne vanno rapidamente. Ci sono anche fotografi che scattano foto nelle zone di riposo dei lupi, dove possono vederli spesso, ma io preferisco non rischiare di disturbarli. Per di più, nelle mie zone è meglio che i lupi non associno l’odore umano alla “pace” perché in molti fanno loro ancora “la guerra” (pensiamo ai bracconieri).

DF: Come capisci quando un particolare progetto fotografico è terminato e pronto per essere condiviso?

PR: Di solito condivido i miei lavori fotografici con un anno di ritardo, una mia personalissima forma di rispetto verso i soggetti che ho fotografato. Di conseguenza questo atteggiamento crea anche un po di curiosità fra chi mi segue, spero che in molti si chiedano: “cosa avrà fotografato Rossi di recente?” Di solito il mondo social tende a dare “tutto e subito” ed io, cerco di non farmi condizionare. Sui social pubblico solo i miei eventi LIVE (mostre e proiezioni). Mi piace diffondere i miei lavori al vecchio romantico modo: mostre e pubblicazioni su carta.

DF: Il tuo nuovo libro “Incivili”: perché questo titolo e di cosa tratta?

PR: Da circa tre anni stampo libri con i miei scatti di animali selvatici in ambienti estremamente selvaggi, soprattutto lupi. Per l’ultimo lavoro (Incivili) ho chiesto consigli al mio caro amico Mattia Parodi che ha studiato Editoria ad Urbino, abbiamo selezionato 40 scatti circa su 300 e Mattia ha concepito un libro bello e originale che fa onore al mio lavoro. Me ne restano poche copie e quindi inutile dire che sto già pensando al terzo libro, ho tanto materiale interessante da imprimere su carta.

DF: Non solo fotografo, anche regista di documentari. Puoi parlarci de “La vendetta del lupo monco” e delle differenze tra scattare fotografie e girare documentari per un fotografo naturalista?

PR: Il cinema mi affascina molto, sono da sempre appassionato dei grandi documentari di Werner Herzog ma non ho mai sentito l’esigenza di fare cinema. Negli ultimi anni due storie però sono venute “a buttarmi giù dal letto”, non ho saputo resistere al fascino di queste storie vere. Vacche Ribelli (2017) e La vendetta del lupo monco (2019): quest’ultimo racconta la storia di un lupo fuori legge che nonostante la menomazione (assenza di una zampa anteriore) è riuscito a fuggire alle fucilate dei bracconieri, ai radio-collari degli studiosi, agli appostamenti dei fotografi. Ha creato panico all’interno di una comunità di media montagna. Un semplice animale selvatico di una quarantina di chili ha tenuto in scacco un’intera comunità per anni, insomma, chi non è affascinato dai Fuorilegge?!

DF: Quale è stata la migliore fotografia che non hai scattato?

PR: Indubbiamente quella di un lupo che sta per fare un agguato ad un capriolo in una radura contornata da faggi contorti a 1300 m.