La concretezza dell’onirico: intervista a Massimo Pelagagge

Nel mondo in cui viviamo oggi la velocità è diventata un vero e proprio valore. Non sfugge da questo dato di fatto la fotografia, che la tecnologia ha invitato in un ballo sempre più vorticoso in nome di una evoluzione di linguaggio fatta di immagini ultra risolute, nitidissime ed iper reali, quasi da sembrare finte e ricostruite.

Fortunatamente la storia della fotografia ci ha regalato un enorme bagaglio di possibilità che vanno assolutamente conosciute, difese e conservate, qualcuno la chiama Slow Photography.

Diceva Clément Chéroux che “è nelle sue ombre, nei suoi scatti errati, nei suoi accidenti e nei suoi lapsus che la fotografia si svela e meglio si lascia analizzare; scommette insomma sull’errore fotografico come strumento cognitivo”.

Il vero valore è la fotografia che si rivela e sorprende con un risultato imprevedibile mai uguale a se stesso e indice di unicità. Come ad esempio l’utilizzo della macchina a foro stenopeico genera ogni volta stupore con assoluta semplicità pur essendo agli antipodi della tecnologia. Inoltre la caratteristica fondamentale è quella di produrre una stampa: risultato materico, concreto e tangibile, di un processo creativo.

E’ proprio in occasione dell’ultima edizione del MIA Photo Fair di Milano che mi imbatto in un autore che incarna nelle sue opere questo pensiero, l’artista Massimo Pelagagge, sfidando la presenza sempre più ingombrante di elaborazioni digitali.

Quale è la tua personale storia della fotografia?
Fin da giovanissimo ho iniziato a fotografare sviluppando le mie immagini in camera oscura. La mia produzione è spaziata fra molti ambiti, dal ritratto alla foto di architettura, dalla macrofotografia al paesaggio, utilizzando indifferentemente il bianconero ed il colore.
Iscritto alla FIAF dal 2006 nel 2014 ho ricevuto l’onorificenza A.F.I. (Artista della fotografia italiana).

Come giudichi l’esperienza del MIA quest’anno?
Ho partecipato MIA PHOTO FAIR superando la selezione come artista nella sezione Proposta MIA senza avere una galleria alle spalle, per poter presentare i miei lavori a pubblico più vasto.
È stata una esperienza molto interessante, che ha richiesto una lunga preparazione sia per la selezione delle opere che per l’allestimento della esposizione.
Durante i giorni della fiera ho avuto modo di confrontarmi con moltissime persone, sia semplici curiosi che esperti nel campo, ed ho avuto dei riscontri molto positivi, di apprezzamento per il lavoro presentato, sia per la tecnica ma soprattutto per le immagini.
Una gradita sorpresa è stata vincere il Primo premio ad ex equo del Concorso Rossana Orlandi che mi permetterà di effettuare una mostra nella sua Galleria.

Come, quando e perché ti sei interessato alla fotografia stenopeica, fino ad arrivare alla auto costruzione delle macchine ed alla ripresa diretta su carta?
Dopo anni di esperienza in campo fotografico sentivo l’esigenza di un trovare un mezzo espressivo diverso dalla fotografia digitale che con la sua semplicità ed immediatezza porta a scattare senza dare troppa importanza alla preparazione dello scatto, confidando nel fatto che il risultato è subito visibile e correggibile se non soddisfacente.
Un mezzo trovato tornando agli albori della tecnica, tramite la fotografia stenopeica. Un mezzo scarno essenziale, una semplice scatola vuota con un minuscolo foro, la luce crea direttamente l’immagine senza che vi sia nulla nel suo percorso, la profondità di campo è infinita, non vi sono distorsioni. Un mezzo difficile da utilizzare, perché l’immagine non può essere visualizzata, va prima immaginata, occorre estrema cura nella preparazione ed esperienza per trovare la giusta esposizione.
Una fotografia artistica lenta, calcolata, con un risultato, mai scontato, mai prevedibile, unico.
La costruzione della macchina fa parte della filosofia di questo tipo di fotografia, ti consente di avere un apparecchio unico non commerciale e puoi scegliere di realizzarla nelle dimensioni volute.
La scelta della carta è dovuta alla necessità di avere un supporto di dimensioni abbastanza grandi dato che le fotografie ottenute sono di per sé morbide, come sfuocate.
Nel mio caso è anche dovuta ad un particolare processo che adotto in fase di sviluppo per accentuare le imperfezioni.

Nella tua biografia scrivi che sei interessato al paesaggio: cosa cerchi nel paesaggio? Qual’è la tua poetica? C’è qualche autore in particolare a cui ti ispiri?
Ho fatto molte fotografie di paesaggio cercando sempre di isolare pochi elementi ed utilizzando anche tempi molto lunghi, è un percorso che mi ha portato a fare le fotografie attuali.
Come autori fonte di ispirazione mi viene da dire principalmente Michael Kenna ma ce ne sono molti altri.

John Szarkowski, curatore del MoMa dagli anni sessanta, divideva le fotografie in finestre e specchi, intendendo che alcuni autori le usavano per guardare il mondo, altri per guardare se stessi. Come consideri le tue fotografie?
Penso che la fotografia, anche se riproduce il mondo sia un modo di esprimere sé stessi, è una interpretazione personale di quello che vediamo. Tutti gli elementi che compongono l’immagine, dal taglio alla composizione, tutte le varie scelte tecniche non possono che dare una interpretazione unica e personale.
Nelle fotografie guardo me stesso, cerco di trasmettere un messaggio, delle emozioni, delle sensazioni, sono immagini dove il tempo è come sospeso, creo atmosfere oniriche accentuando le naturali imperfezioni.
Mi piace ottenere questi risultati adottando tecniche manuali e mezzi poveri e scarni, andando controtendenza rispetto ad una fotografia digitale super tecnologica.

Sei d’accordo sul fatto che è uno strumento molto didattico che tutti quelli che si approcciano alla fotografia dovrebbero conoscere?
Sono d’accordo è uno strumento estremamente didattico, costringe a pensare e valutare bene tutti gli aspetti prima di effettuare una ripresa, è il tipo di approccio alla fotografia, che cambia, dato che non vi è certezza del risultato finale.
Se è effettuato con metodi analogici richiede anche conoscenze dei materiali sensibili usati ed almeno una conoscenza base di camera oscura.

La fotografia come quella che produci ha un forte valore aggiunto che è l’artigianalità, quanto secondo te è importante sia nel mercato del collezionismo sia fra i fruitori/spettatori?
L’artigianalità manuale è un valore aggiunto molto importante, consente di poter offrire un prodotto unico che riassume in sé non solo l’immagine che viene proposta ma anche tutto il lavoro e l’esperienza del fotografo/artista, spesso mi sono sentito chiedere quanto tempo di posa occorra per una fotografia, ecco mi sento di poter affermare che il tempo va da trenta secondi ad ore a cui bisogna aggiungere anni di esperienza.

Spesso chi fotografa con metodi alternativi cade nel tranello di dare più importanza al procedimento rispetto al significato finale dell’immagine, oppure è penalizzato dagli spettatori non preparati che giudicano semplicemente l’immagine come non nitida. Cosa pensi a riguardo?
È un bel tranello dare più importanza al procedimento che al risultato finale, come realizzare l’immagine resta sempre un puro fatto tecnico, può valorizzarne il risultato, ma quello che conta è sempre l’immagine che deve avere un suo significato, esprimere una idea, un concetto, un’emozione.
Certo ad uno spettatore non preparato, immagini non nitide o piene di difetti possono sembrare “sbagliate”, questo può essere penalizzante, per altri è un punto di forza, un valore aggiunto.

Vuoi dare qualche consiglio a chi vuole approcciarsi alla fotografia stenopeica?
La fotografia stenopeica può essere realizzata sia tramite macchine digitali che analogiche. Il consiglio che posso dare è quello di approcciarsi al mezzo tramite l’uso di macchine analogiche, la fotografia stenopeica non si forma tramite un obbiettivo ma tramite un piccolissimo foro è per questo che le immagini sono morbide come sfuocate, un effetto visivo che si attenua tanto più quanto è grande la superficie sensibile. I sensori digitali hanno una superficie ridotta, al contrario, usando la pellicola, almeno di medio formato o la carta in formato più grande, questo effetto si attenua.
Come ultima cosa vorrei sottolineare che le mie immagini sono concepite principalmente per essere stampate. Oltre ad immagini singole realizzo anche dittici e trittici e risulta molto difficile apprezzare la qualità tramite un semplice monitor. Anche la scelta del tipo di carta e del formato (immagini quadrate stampate su un foglio rettangolare) fanno parte integrante dell’opera finita così come l’uso di supporti pregiati come carta puro cotone ed inchiostri al carbone.

L’indirizzo del mio sito internet è www.massimopelagagge.com

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it