La fotografia social è come il Karaoke

I social permettono a tutti di esprimersi, di farlo con le parole, le immagini, i video, gli audio. Non necessita di un particolare luogo, di una architettura di effetto, di sofisticati accorgimenti; ogni persona nella propria intimità, isolando la propria attenzione alla realtà circostante, può immergersi nel mondo sociale, dove è finalmente possibile simulare esperienze sensoriali di ogni genere: il cibo, l’amore per gli animali, il fare amicizia, i viaggi, gli hobby, il sesso.

I social sono immobili, statici, il movimento è limitato al massimo a due dita, tutto scorre in un eterno presente, il livello di conoscenza richiesto per accedervi e partecipare è nullo. Il successo è la semplicità, esasperante quanto la complessità tecnologica che ne favorisce il funzionamento.

Se non fosse stato per il livello di visibilità e monetizzazione, l’effetto social non avrebbe creato molti problemi, articoli come questo non avrebbero avuto motivo di essere scritti. Invece, al contrario, perfetti sconosciuti, con poco diventano tanto, troppo. Buon per loro, ma per noi tutti no.

Piace molto agli editori il termine virale, perché trasmette l’idea che in breve tempo tutti ne hanno sentito parlare. Di cosa? Questo è il problema, perché la notizia non è la notizia, la fotografia non è la fotografia, ma è la sua velocità di diffusione, la sua capacità di scalare le classifiche in tempi rapidi, di arrivare in cima alla lista, è il numero di volte visualizzato e condiviso.

Si può essere dalla parte dei sostenitori oppure da quella dei detrattori, ma i social non sono quello che mostrano, rappresentano semmai la finzione. Twitter è una piattaforma di microblogging la cui necessità è ancora discussa. D’altra parte, in un mondo dove il consumismo ha finito per consumare lo stesso pianeta, di tante cose di cui si dovrebbe fare a meno, qualcuno ha pensato bene di investire un sistema che limita l’utilizzo delle parole. Una persona deve esprimersi in pochi caratteri, compresi quelli che servono a dare visibilità, gli hashtag che più sono meglio è, quindi una ulteriore limitazione. Il fatto che volontariamente qualcuno decida di comunicare con un numero limitato di parole, privato del giusto contesto, all’interno di un sistema a scorrimento veloce; ciò gli impedisce di essere un poeta, un artista, un filosofo, cioè di essere riconosciuto come tale.

“Ognuno sta sol sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.”

Su Twitter sarebbe finito nell’oblio dopo qualche secondo e sono solo 87 caratteri, spazi inclusi.

Facebook, il social ideale dei grafomani. Qui è possibile esprimersi avendo a disposizione 63.206 caratteri, per quanto all’inizio fossero davvero pochi, solo 160, poi progressivamente aumentati. Anche in questo caso però, il sistema dello scorrimento veloce e della decontestualizzazione sopprime l’espressione, così è impossibile trovarsi davanti a un giornalista, un saggista, un romanziere, un novelliere, un opinionista.

Quello che manca è la personalizzazione, la possibilità di scegliere una impaginazione, il carattere, l’interlinea, il colore, la disposizione delle immagini; cose tipiche del modo editoriale.

La fotografia subisce questa penalizzazione in maniera più accentuata. I grandi della fotografia, o meglio, quelli che in tempi non sospetti hanno contribuito a renderla grande, fin da subito avevano fiutato la fregatura e durante le presentazioni dei loro libri fotografici non mancavano di mostrare il loro profondo rifiuto per il processo di semplificazione in atto, che a detta loro avrebbe portato alla morte della fotografia. Puntare, scattare, condividere: fotografo. Si può essere d’accordo, ma la questione è mal posta. Sui social sono presenti, ad esempio, le agenzie più o meno rinomate, nessuno può contestare la bravura di un numero non indifferente di fotografi e fotografe. La ragione è che le loro fotografie sono nei musei, nei libri, nei giornali, sono cioè riconosciute dalla critica come opere dell’ingegno, ovvero d’arte. Il social in questo caso diventa un comodo archivio, facilmente fruibile. Il problema, eventualmente, è riconoscere la vera fotografia da quella tossica.

Non è che tutti quelli che condividono le loro fotografie, non siano bravi, tutt’altro, ma il sistema che hanno scelto li penalizza. Visto l’utilizzo compulsivo dei social, per veder riconosciuto il proprio valore, occorre necessariamente essere legati a una agenzia; oppure fare una mostra e costringere un pubblico a pagare, con tanto di brochure e biglietto personalizzato; oppure pubblicare libri da editori di settore; avere un proprio sito pubblicizzato e frequentemente navigato, già perché anche la pratica del sito personale sembra essersi perduta. Insomma, entrare a far parte del complesso mondo dell’editoria.

Diversamente, si finisce che le fotografie condivise sui social diventino come il karaoke, quel recipiente vuoto nella lingua giapponese che permette a chiunque di avere visibilità, al di là della timidezza, con una performance che, anziché mostrare la bravura, evidenzia i limiti di intonazione, di interpretazione, di sicurezza, di professionalità. È un gioco fatto per socializzare e finire in grande risata, infatti nessuno oserebbe mai dire che chi canta è un vero e autentico musicista. Il karaoke è un modo per aprirsi agli altri mostrando i propri limiti, un modo per ridere di sé insieme agli altri. Rimane però circoscritto al mondo del già sentito. Con la fotografia avviene la stessa cosa, è la storia del già visto e se la cosa non convince, allora un salto sul profilo Instagram @insta_repeat può essere stimolante. Pertanto, perché chi condivide le proprie foto su un social dovrebbe essere considerato fotografo, oltretutto alimentando una consapevolezza che non corrisponde alle reali abilità?

Ben venga la promozione di sé stessi, nei luoghi opportuni, ma necessariamente al di fuori dei social.

 

Federico Emmi