L’intervista a Simon Norfolk, fotografo di guerra pacifista.

Simon Norfolk non ha bisogno di presentazioni; descritto da un critico come “il principale fotografo documentario del nostro tempo”, è un fotografo di paesaggi il cui lavoro di quindici anni è stato incentrato sull’indagine della parola “battlefield” in tutte le sue forme. Nato in Nigeria e formatosi presso le università di Oxford e Bristol, dove ha studiato filosofia e sociologia, Norfolk ha fotografato in alcune delle peggiori zone di guerra e crisi umanitarie, ma è altrettanto a suo agio nel ritrarre supercomputer utilizzati per progettare sistemi militari o testare il lancio di missili nucleari.

Eppure, contrariamente a quanto si possa evincere dalla personale carriera, Norfolk è un antimilitarista convinto, la sua è una battaglia di denuncia e di sensibilizzazione, come si capisce anche dai lavori presentati al Cortona on The Move 2019 e dall’intervista che ci ha gentilmente rilasciato durante i primi giorni del Festival. Un’intervista che ha toccato profondamente alcuni temi fondamentali per i tempi moderni, spaziando dal sociale al prettamente artistico, ascoltabile attraverso la recente puntata del nostro podcast e di seguito riportata.

DF: Ghiacciai, Afghanistan, Ruanda e Prima Guerra Mondiale. Quali sono state le scelte che ti hanno portato a selezionare queste tue quattro opere per raccontare il cambiamento climatico qui a Cortona?

Il paesaggio non è un qualcosa di statico, ci si può muovere all’interno di un paesaggio, come in una sorta di museo. Gli oggetti fotografati al loro interno contengono altri oggetti che giacciono sotto la superficie, forse parzialmente sepolti, forse profondamente sepolti, e mi accorgo che il mio lavoro di fotografo è molto più simile a quello di un archeologo. Il mio lavoro è quello di trovare queste cose, scavare attraverso la terra, rimuovere l’inutile, tirar fuori e mostrare tutto questo al mondo intero. Non comprendo quelli che vanno in giro e scattano in maniera compulsiva. Per me si tratta di entrare, cercare le cose che si conoscono e tirarle fuori, una sorta di ri-esposizione degli oggetti stessi. Ciò che secondo me un paesaggio possiede sono le prove dei processi che l’hanno colpito, dei crimini che hanno avuto luogo, del danno che gli è stato inferto, del dolore di cui è stato testimone, sento sempre più che il paesaggio è davvero l’unico vero testimone di questi dolori e di questi orrori vissuti.

Mi piace usare la parola Cronotopia in Afghanistan, una parola che proviene da Chronos (tempo) e Topos (luogo), ed esprime quindi un luogo dove si possano vedere strati di tempo e di storia come lastre, come sedimenti distesi uno sopra l’altro, accatastati. Questo è il mio lavoro, e questo è ciò che lega queste cose.

DF: La visione di un paesaggio, anche attraverso un’unica immagine, può raccontare la storia. In alcuni casi può raccontare anche un crimine. Come ci si rende conto se ciò che stiamo per fotografare contiene una storia da raccontare?

Molto spesso i luoghi che scelgo per i miei lavori sono posti difficili, pericolosi, comunque complessi nel loro insieme. Così non vado da nessuna parte senza aver prima svolto ricerche preliminari approfondite. Per me, la ricerca preliminare è assolutamente cruciale. È lì che viene formulato lo spirito del lavoro che verrà. Di conseguenza arrivo ben preparato di fronte ai miei soggetti e le storie da raccontare nascono poi sul posto, il prologo esiste già, è stato creato prima di arrivare, il resto è storia che scaturisce dai luoghi.

DF:Quali sono le principali difficoltà nel raccontare un campo di battaglia a chi vive, come noi, una normale vita lontana dalla guerra e da certi tipi di sofferenza?

Questa è una domanda interessante, ho studiato la prima guerra mondiale in modo ossessivo negli ultimi tre anni in Italia e in Inghilterra. È una guerra che è stata combattuta in massa della popolazione. Milioni di soldati sono andati a combattere ad un certo punto, milioni sono tornati a casa feriti, ciechi, danneggiati. E, naturalmente, milioni sono stati uccisi in Italia. E quella fu una guerra che era presente nella vita di tutti i giorni, esisteva nell’immaginario, nella mente delle persone rimaste a casa. Le figlie, le madri, le sorelle, i fratelli, i padri a casa si chiedevano cosa stesse capitando ai propri figli, padri, fratelli in Francia, nell’Italia settentrionale o in Austria. Quindi è stata una guerra che ha avuto un’esistenza reale nella popolazione.

La cosa che mi ha davvero stupito della guerra in Afghanistan è che nel 2001, camminando per Oxford Street a Londra pensavo: questo paese è in guerra? Perché non sembra. Pensavo che la guerra sarebbe stata sacchetti di sabbia e nastro adesivo sulle finestre, la gente che spegne le luci dopo il tramonto. La guerra in questo nuovo mondo tecnologico non si svolge mai in uno spazio che è visivo. Durante la guerra del Vietnam, le persone sparavano a cose che potevano vedere. Uomini in lontananza con i fucili. Oggi, la guerra si svolge su distanze di decine di chilometri, con artiglieria in grado di sparare a 120 chilometri, missili che potrebbero essere lanciati benissimo da sottomarini che potrebbero essere a 1000 chilometri di distanza dal mare.

Forse la guerra non ha luogo nemmeno sul campo di battaglia. Si svolge all’interno dei sistemi informatici di un paese nemico o all’interno dei sistemi di telecomunicazione. La domanda è, come fa un fotografo di guerra a fotografare un conflitto? Non si possono più usare quelle tecniche di fotografia di guerra che sono state inventate negli anni Trenta da Robert Capa, ad esempio utilizzando piccole macchine fotografiche con piccoli obiettivi e avvicinarsi all’azione, perché l’azione potrebbe essere a 50 chilometri di distanza.

Quindi abbiamo bisogno di trovare un nuovo linguaggio visivo per fotografare la guerra, eppure i fotografi oggi pensano ancora che il modo in cui si fotografa la guerra sia con un obiettivo da 35 millimetri, avvicinandosi e scattando immagini di passione, terrore e orrore, della ferita di proiettile e del soldato ferito. Non è possibile. Non è nemmeno un ritratto realistico di cosa sia la guerra, e crea tutta una serie di nuovi problemi di cui dobbiamo trovare il modo di parlare.
Ho anche provato a spiegarlo a Seoul tramite il lavoro che ho fatto fotografando le opere di un fotografo che era in Afghanistan nel 1870 per riprendere la guerra ed invece di parlare della sofferenza o dell’eccitazione dei soldati in battaglia cercò di catturare i temi profondi dell’imperialismo. Ma il modo di pensare dei britannici che erano in Afghanistan nel 1878 è identico a quello dei britannici e americani in Afghanistan nel 2010. Forse è così che si fotografa la guerra, ma non si può più fare con il 35 millimetri, questo è certo.

DF: Abbiamo notato che a Cortona hai esposto quattro progetti, di cui ben tre sono composti esclusivamente da video proiezioni, è forse arrivato il tempo di andare al di là dell’immagine fissa?

Spesso ho creato progetti che sono stati stampati, esposti alla maniera tradizionale, tutto molto bello ma secondo me anche limitato. E così, quando ho iniziato a lavorare a questi progetti esposti a Cortona, ho iniziato con l’idea di poter fare qualcosa che non dovesse essere all’interno di una cornice di legno nero sulla parete di una galleria. Pensavo che il messaggio non potesse essere contenuto solo in fotografie stampate. Mi sono quindi affidato ad uno schermo, alla proiezione, al susseguirsi delle immagini, la successione è al cuore del messaggio che volevo dare.

Non è possibile farlo guardando una pagina di un libro e poi girando rapidamente la pagina. Non si può farlo guardando una stampa su una parete e spostandosi rapidamente sulla stampa vicina. Il 99% delle persone nel mondo sta guardando le immagini sugli schermi attraverso Instagram e Snapchat. Pensavo fosse importante trovare un modo per entrare in contatto con quelle persone, certo la fotografia tradizionale è ancora molto importante e portatrice di grandi messaggi, mi piace ancora l’idea di un’immagine fissa, l’idea di condensare ciò che si vuole dire in uno scatto.

Però non conosco nessun altro che stia lavorando in Afghanistan con il metodo della successione di scatti (l’immagine dello stesso luogo, ripresa in varie stagioni dell’anno e presentata attraverso una sequenza di sovraimpressioni che rendono l’idea dello scorrere del tempo, NdT)
Il mio sogno è quello di entrare in una galleria che ha 10 schermi televisivi, che producono immagini con risoluzioni da stampa, le immagini sono retroilluminate, una luce nuova. Si potrebbe ovviare anche al problema delle gallerie che devono essere prenotate quattro anni prima per esporre mostre di stampe, che in genere durano mesi. Si potrebbe esporre una nuova mostra ogni giorno, non c’è bisogno della carta, la gioia dell’inchiostro, delle stampe baritate, per quanto reale non è affatto l’unico modo per dare un senso profondo e serio ad uno scatto, questa è roba di 100 anni fa, è il momento di dire addio. Penso che ora abbiate perso probabilmente il 50% dei vostri lettori con quest’ultima frase. (Ride)

DF: Il tuo lavoro sui campi di battaglia si estende anche ad opere di paesaggio, senza soldati, senza armi, ma in cui è possibile riconoscere uno stato di conflitto. È quindi l’uomo ad aver creato l’idea di guerra, oppure questa deriva dalla natura, come una sorta di combattimento continuo per uno scopo superiore?

L’ultima cosa che mi aspetto quando vengo in Italia è una domanda che trae l’ispirazione dalla filosofia tedesca di più di un secolo fa: la natura che combatte per uno scopo superiore… Nessuna guerra è causata dagli uomini sugli uomini perché è loro natura, gli uomini sono spinti dall’avidità e dal potere in questo tipo di cose. Penso che la guerra sia una cosa sporca, e chi è al potere voglia presentare la guerra come un qualcosa di naturale. Tra le cose più assurde sull’argomento, secondo me c’è il modo in cui si parla di guerra in un luogo come l’Africa, si dice che lì si combatte da sempre, e per sempre sarà così, è nella loro natura. Oh, queste tribù hanno sempre combattuto queste altre tribù. Questa è una idiozia. Sono idiozie razziste e colonialiste in maniera assoluta. È quello che si sente molto spesso nelle conversazioni, il modo in cui gli inglesi parlano dell’Africa è lo stesso modo in cui gli inglesi parlavano dell’Afghanistan 100 anni fa in tutto il mondo con l’idea che la guerra è inevitabile in questo tipo di cose. Non ci credo mai. Penso che sia guidata dal potere e dall’avidità, niente è inarrestabile, neanche la guerra “perpetua e connaturata all’uomo”.

DF: È possibile individuare una causa principale che accomuna i tuoi lavori, che ti spinge a creare nuovi progetti?

Voglio rispondere partendo da uno dei lavori esposti qui a Cortona, quello sul ritiro del ghiacciaio sul monte Kenya. Appoggio la mia mano sul ghiacciaio e ho la sensazione di poter quasi sentire il battito del cuore di un animale, un grande animale che stava morendo sotto la mia mano. Questa sensazione mi ha spinto proprio ai limiti della mia coscienza. Stava per scomparire per sempre, e mi è sembrato, sai, come in quei film in cui si vede che il fuoco veniva usato come un tranquillante nei confronti degli elefanti e ti permetteva quindi di poterli toccare. Mi sono sentito come se questo enorme animale stesse per esalare il suo ultimo respiro.

Il lavoro mostra le curve di livello del ghiacciaio nel 1935 nel 1963 e nel 1999. Ma quella che mi interessa di più è il 1963 perché il 1963 è l’anno in cui sono nato. Così tra la linea del 1963 e quella del ghiacciaio attuale, che è a 150 metri più in alto c’è la parte di ghiacciaio che io ho distrutto. Un pezzetto della mia vita, la mia benzina che brucia, il mio giro del mondo su Ryanair, il mio funzionamento di un impianto di aria condizionata, la mia guida in macchina è stato il mio piccolo contributo nella distruzione di quel ghiacciaio tra il 1963 ed oggi. Fra 14 anni, ragazzi di 14 anni che manifestano per il cambiamento climatico si gireranno verso di me e mi diranno: Che cosa hai fatto? E perché non avete fatto qualcosa al riguardo quando sapevate cosa stava accadendo? Questo è il motore, il motore che spinge in avanti quello che faccio.