L’istante sognato: intervista ad Andrea Tonellotto

La Fotografia porta con se numerose magie, non ci piove. Una di queste è senza dubbio la sovversiva inclinazione a disattendere le regole che i puristi della tecnica professano con ostinazione. Fotografi Magnum che scattano con iphone, orizzonti storti, mosso intenzionale, assenza di nitidezza. Potrei dilungarmi per ore. Ma credo che sia proprio questo l’aspetto che rivela scenari di sorpresa, di mistero, di curiosità, di perdita di riferimenti.

Andrea Tonellotto fotografa l’architettura con uno degli strumenti meno adatti per farlo, direbbero i maestri del “corso base di fotografia“.  Lotta come un rugbista (passione che non fa nulla per nascondere!) contro i dogmi. Ma proprio grazie alle peculiarità del mezzo crea immagini dalle atmosfere sognanti, che ricordano, da molto lontano il realismo americano di Hopper o la pittura metafisica di De Chirico. L’accostamento è chiaramente provocatorio, ma è sufficiente un veloce sguardo ai progetti di Andrea e la suggestione porta immediatamente in quelle direzioni.

L’ambito preferito è il paesaggio urbano, le architetture (spesso razionaliste), le linee, le geometrie.  Assenza di figure umane. La protagonista assoluta è la luce, interpretata con profonda autorialità. Spazi di solitudine e silenzio. Immagini solo apparentemente svuotate di senso ed astratte, ma che dicono tanto di chi le ha scattate.

Qual è la tua personale storia della fotografia?
Mi sono avvicinato alla fotografia in maniera molto graduale, partendo dalle foto di vacanza da ragazzino, quando avevo gli occhi pieni di tutte le immagini che vedevo nelle riviste di viaggio che sono sempre passate per casa mia. Poi con il passare degli anni, la necessità di andare oltre gli scatti ricordo, è diventata sempre più forte ed eccomi qua. Un ruolo fondamentale nella mia storia, lo hanno sempre avuto gli apparecchi fotografici, ho sempre avuto una passione per le macchine fotografiche, e alcune mi hanno fatto e mi fanno letteralmente impazzire, penso alle Leica, alla Rollei biottica, al sistema Alpa e, ovviamente, alla mie mie amate polaroid Sx70.

Nel mondo odierno la fotografia sembra vivere di totale smaterializzazione. Viceversa tu utilizzi un apparecchio che in pochi secondi produce un’immagine materiale, tangibile. Non è solo una scelta di stile ma una vera e propria filosofia.
Si, assolutamente. In un momento in cui il mondo digitale sta raggiungendo livelli pazzeschi, la perversa soddisfazione e di scattare e avere subito in mano il prodotto finito ed inalterabile del mio lavoro è estremamente appagante. Il dovere scattare con tutto al posto giusto da subito, non fa che aumentare la sfida, ma anche il piacere una volta raggiunto l’obiettivo. A questo aggiungiamo che la smaterializzazione della fotografia, ha fatto si che una mostruosa quantità di foto non verranno mai stampate restando per sempre imprigionate dietro ad un monitor, creando così un buco irreparabile nella nostra memoria storica. Alzi la mano chi, alle cene di famiglia, non ha mai preso in mano l’album di foto in cui si rivedeva da bambino assieme ai genitori e ai nonni… ecco, tra 10\15 anni, alle cene di famiglia accenderemo il computer? Certo, anche le foto digitali si possono stampare, ma quanti lo fanno?

La cornice quadrata e la resa morbida dell’immagine sono alcune delle caratteristiche della Polaroid, quali altre sono funzionali al tuo lavoro artistico?
Tutte le caratteristiche NON funzionali al tipo di fotografia che faccio, sono funzionali al mio lavoro artistico!
Resa morbida, obiettivo inadatto, imprecisione del mirino, impossibilità di post produrre le foto, dimensione della foto, sono tutte caratteristiche che sono in antitesi alla fotografia di architettura e paesaggio urbano “tradizionale”. Io invece credo contribuiscano in maniera decisiva alla costruzione dell’atmosfera che voglio mostrare nelle mie foto.

La tua produzione è fatta di ricerca di linee, forme, geometrie. Anche le architetture più austere, come quelle le razionaliste, nelle tue opere vengono vestite di un’aura surreale, sognante, metafisica. Immagini quasi sempre pittoriche. Inoltre eviti la manipolazione, altra caratteristica cara ai fotografi istantanei.
La ricerca dell’equilibrio tra linee, forme, colori è l’obiettivo principale di tutto il mio lavoro e la giusta distribuzione di luci ed ombre contribuisce a dare alle scene che fotografo l’atmosfera surreale e sospesa che cerco di restituire. Una componente fondamentale per ottenere tutto questo, è la ricerca del momento giusto della giornata e delle condizioni atmosferiche adatte. Per quanto riguarda l’avversione alla manipolazione, diciamo che sono particolarmente felice quando riesco a mettere tutto al posto giusto al momento giusto con uno scatto…

Con la fotografia istantanea, più che con altri strumenti, è necessario avere in testa l’immagine a cui si vuole giungere. Non c’è margine per aggiustamenti e ritagli. Come si sviluppa il tuo processo creativo?
Una volta deciso il progetto da seguire, faccio dei sopralluoghi nei posti in cui andrò a fotografare, per capire quando è il momento della giornata in cui troverò le condizioni ideali di illuminazione, poi aspetto le condizioni atmosferiche congeniali e, una volta uscito, guardo e scatto!

La fotografia istantanea si avvale spesso di mosaici o trittici come a significare che un singolo frame non sia sufficiente a comunicare un intero pensiero. Anche tu utilizzi questa forma di esposizione?
Io uso indifferentemente composizioni e scatti singoli. Mi piace molto l’impatto visivo di una composizione, ma, personalmente, adoro gli scatti singoli e credo che si possa racchiudere in una piccola polaroid storie grandissime.

Hai partecipato a diverse edizioni dal MIA, vincendo anche premi prestigiosi. Come giudichi questa esperienza? Come avverti il mercato della fotografia d’arte per i giovani?
Il MIA Photo Fair di Milano, è una fiera a cui sono molto affezionato, in quanto ho ricevuto grandi soddisfazioni sia sul piano lavorativo che umano. I miei lavori hanno ricevuto grandi riconoscimenti, l’ultimo la menzione d’Onore al premio di Fotografia di Architettura di quest’anno, e allo stesso tempo ho avuto modo di entrare in contatto con collezionisti e addetti ai lavori, con i quali ho avviato, tramite anche la mia galleria (Heillandi Gallery di Lugano), degli ottimi rapporti personali. Ecco, il bello del MIA è che non è una semplice esposizione, ma è organizzata in modo da mettere in contatto tutte le parti in causa nella scena fotografica, artisti, gallerie, potenziali acquirenti, collezionisti, giornalisti e critici. Per quanto riguarda il mercato della fotografia d’arte per i giovani, credo sia un mondo molto complesso che non segue dinamiche codificabili in uno standard che può andare bene per tutti, in quanto entrano in gioco un sacco di variabili.

Alcune tue immagini hanno ispirato una stilista per una propria collezione di abiti, come è avvenuto questo incontro?
Giulia Marani, ha visto le mie foto ad una esposizione che stavo facendo a Milano, e mi ha contattato. Ci siamo incontrati a casa mia, abbiamo guardato le foto ed è partito tutto. E’ stata una avventura pazzesca, in quanto mi sono ritrovato catapultato in mondo davvero distante dal mio, nel bel mezzo della Milano Fashion Week, su tutti i telegiornali e quotidiani nazionali…una situazione davvero surreale e ringrazio ancora Giulia per questa avventura.

Hai pubblicato un libro “Just a perfect day”, quali sono le difficoltà di riprodurre la fotografia istantanea su un libro stampato?
Riuscire a pubblicare il mio libro, è stato un grande punto d’arrivo, la realizzazione di un sogno e la chiusura del cerchio su un lavoro che avevo iniziato vari anni prima. La difficoltà principale, è stata sicuramente la calibrazione del colore delle foto, in quanto partendo da una scansione e non da un file, abbiamo un originale come riferimento. E quindi abbiamo dovuto lavorare molto con lo stampatore per andare in stampa con i colori più fedeli possibile agli originali.

Cosa pensi del rinnovato interesse verso la fotografia istantanea degli ultimi anni, soprattutto della sua ibridazione con il digitale (vedi Fuji)?
La riscoperta della fotografia istantanea mi fa molto piacere.
Non posso dire lo stesso dell’ibridazione col digitale, in quanto, a farmi innamorare della Polaroid sono state tutte quelle caratteristiche peculiari della fotografia istantanea che sono in antitesi col processo e la filosofia della fotografia digitale…ma qui mi fermo perché non voglio entrare nell’ormai obsoleta diatriba analogico vs digitale…ognuno scatti come gli pare, l’importante è essere felici.

Hai qualche consiglio da dare a chi si volesse cimentare in questa tecnica?
Il consiglio più importante che mi sento di dare, è quello di provare le pellicole in varie situazioni temporali e atmosferiche in modo da capire quale sia il momento giusto per scattare ed ottenere il risultato che si ha in testa.

sito: www.andreatonellotto.com
instagram: @andreatonellotto
facebook: Andrea Tonellotto

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it