L’Oregon State Hospital. Un reportage del fotografo americano Bill Diodato

Quest’oggi, grazie all’interesse di Cecilia Palombo, che ci segue dagli USA e di cui presto pubblicheremo un reportage dal Brasile, abbiamo la possibilità ospitare un reportage del fotografo americano Bill Diodato che ci porterà all’interno del ex Oregon State Hospital

DFBenvenuto su Discorsi Fotografici e grazie per il tuo contributo! Per iniziare parlaci un poco di te.

BD: Sono un fotografo americano che si occupa prevalentemente di fotografia commerciale e fine-art.
Il mio lavoro ha ricevuto una visibilità mondiale su diverse piattaforme multimediali tra cui riviste, libri e film.
Durante la mia carriera ho pubblicato per riviste come Allure, Marie Claire, Glamour, Self, Shape, New York Times Magazine, Travel Leisure, Interview, and Nylon.
Oltre al lavoro editoriale, sono stato scelto per le campagne pubblicitarie di Clinique, Clairol, Victoria’s Secret, Cole Haan, Neiman Marcus, Saks Fifth Avenue, and Bloomingdales.
Sono nato e cresciuto nel New England e mi sono appassionato alla fotografia guardando le immagini di Irving Penn.
Ho frequentato una scuola di fotografia e poi mi sono trasferito a New York, dove ho iniziato a lavorare presso lo studio del fotografo Joe Standart e poi in quello della Commercial Graphics. Oggi lavoro anche ad alcuni progetti personali.
La mia prima monografia, Care of Ward 81, pubblicata nel 2010 dalla Golden Section Publishers, ha vinto il secondo premio dell’Eric Offer Book Award nella categoria Arte.

 

Qualcosa riguardo al progetto Care of Ward 81:
Nel 2010 il fotografo americano Bill Diodato pubblica la sua prima monografia Care of Ward 81, una documentazione sull’ex reparto psichiatrico femminile all’interno dell’Oregon State Hospital, meglio noto per essere stato la location del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Foreman, del 1975. Il libro è la prima parte di un progetto.
Inizialmente Diodato partì per Salem, nell’Oregon, con lo scopo di catturare l’effetto che l’avidità del capitalismo stava avendo sulla vita di alcune istituzioni, come il Ward 81, nate per aiutare le persone affette da malattia mentale. Sapendo che sarebbe stata l’ultima persona a raccontare di questo reparto, (la struttura è stata in seguito abbattuta), Bill ha sentito un forte senso di responsabilità nei confronti delle donne che hanno abitato quelle stanze e delle loro storie.
Nel 1976 la fotografa e giornalista Mary Ellen Mark documentò per sei settimane la vita delle donne all’interno del reparto Ward 81. Lei stessa ha scritto la prefazione del libro affermando che: “Le immagini di Bill confermano la sensazione che ho sempre avuto- che il Ward 81 era ed è tuttora abitato da molti fantasmi”.
Bill la contattò per conoscere il suo pensiero in merito alla chiusura del reparto. Quando le chiese se pensava che le donne traessero beneficio dall’isolamento la Mark fece un lungo sospiro e semplicemente rispose che non lo sapeva. Le successive conversazioni, seguite da molte ricerche, convinsero il fotografo che la sua opinione era distorta. Nel caso del Ward 81, forse, l’avidità del capitalismo fu una benedizione e molte donne non dovranno più subire i trattamenti disumani dei quali molti manicomi sono stati responsabili. Le stanze decadenti fotografate nel libro diventano quindi il simbolo di un’istituzione corrotta e mal gestita che oggi non esiste più.

 

DFPrima di partire ti sei documentato fotograficamente?

BD: Questo è stato il mio primo progetto fine art a lungo termine ed è stato completato nel 2010.
Mi sono ispirato al film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e a un articolo apparso sul New York Times nel 2004 che parlava dell’Oregon State Hospital e dei pazienti rinchiusi lì.

DFChe attrezzatura hai portato con te?

BD: Ho utilizzato una Hasselblad con una lente 120mm e a volte usando un dorso digitale.
Ho scattato anche in pellicola con una Contax g2.

DFHai sperimentato particolari difficoltà?

BD: Entrare nell’Oregon State Hospital è stato difficile e la cosa ha richiesto molto tempo. Hanno dovuto effettuare molti controlli su di me prima di accettarmi come artista e permettermi di entrare.

DFChe cosa non sei riuscito a fotografare e avresti voluto?

BD: Mi sarebbe piaciuto poter fotografare le donne che abitavano lì un tempo.

DFHai trovato la forza di spegnere la fotocamera e goderti il viaggio ogni tanto?

BD: Una cosa che trovo interessante della fotografia è quando, guardando attraverso la lente, perdiamo tutto ciò che succede intorno. Vedo molti genitori a scuola o durante le competizioni sportive che perdono il momento intorno a loro, perché stanno cercando di catturare un’istantanea dei loro figli … Ho imparato a puntare la fotocamera verso il basso e vivere il momento. Un grande amico una volta mi ha detto: “La felicità è il momento”.

DFCosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

BD: Di studiare la storia della fotografia…creativamente non si può andare avanti se non si conosce chi è venuto prima di noi.

DFAl di là dell’aspetto puramente legato alla fotografia, hai qualcosa da aggiungere riguardo questa esperienza?

BD: Questo progetto mi ha dato modo di comprendere più a fondo il mondo che si cela dietro la malattia mentale.
In particolare ho provato una profonda tristezza nel pensare alla lotta che le famiglie di persone con malattie mentali devono affrontare ogni giorno per ottenere le cure necessarie.
Com’è accennato nella descrizione del libro, in America non esiste la sanità pubblica e le compagnie di assicurazione non pagano per la malattia mentale perché, a differenza delle altre, non può essere dimostrata da nessuna analisi o test.
Il capitalismo americano è anche il motivo per il quale molte di queste strutture sono state chiuse.

Discorsi Fotografici ringrazia Bill Diodato e Cecilia Palombo e si augura vivamente di ricevere al più presto altri loro contributi da condividere con i lettori.