Ma siamo davvero bravi fotografi?

L’ignoranza genera più spesso fiducia di quanta ne produca la conoscenza
Charles Darwin

Nel 1995 il signor McArthur Wheeler si convinse di essere un vero fuorilegge: ben due banche da lui rapinate a Pittsburgh ed un metodo che lo rendeva irriconoscibile ai presenti e, soprattutto, alle telecamere. Facile immaginare quindi lo sgomento che lo assalì quella mattina, a distanza di pochi giorni dall’ultima rapina, in cui la polizia fece irruzione in casa sua e lo arrestò; gli agenti ascoltarono, increduli, le sue prime parole: «Come avete fatto a riconoscermi? Avevo il viso intriso di succo di limone!». Lo scaltro rapinatore era convinto che il succo di limone avesse sui suoi connotati lo stesso effetto che ha nel momento in cui si usa come inchiostro simpatico su un foglio di carta, credeva cioè che lo avrebbe reso invisibile.

Questa e altre storie del medesimo tipo, tutte realmente accadute, hanno contribuito a definire nel mondo dello studio della psicologia un nuovo bias cognitivo quanto mai attuale: l’effetto Dunning-Kruger.

Un bias cognitivo è un modello sistematico di deviazione dalla norma o dalla razionalità nel giudizio. Gli individui creano la propria “realtà sociale soggettiva” dalla loro percezione degli input e la costruzione della realtà sociale da parte dell’individuo, non l’input oggettivo in sé, può dettare il suo comportamento nel mondo sociale. Così, i pregiudizi cognitivi a volte possono portare a distorsione percettiva, giudizio impreciso, interpretazione illogica, o ciò che viene comunemente chiamato irrazionalità.

L’effetto Dunning-Kruger si focalizza sulla percezione che ogni individuo ha delle proprie abilità, ed in particolar modo viene chiamato in causa sia nel caso di individui che pensano di avere abilità superiori a quelle che realmente possiedono, sia quando individui realmente abili non riescono a capire come sia possibile che cose che a loro riescono molto facilmente, possano creare difficoltà in altre persone.

Chiunque abbia frequentato un’associazione, un forum, un gruppo di discussione fotografica avrà subito collegato quanto appena detto al comportamento di alcuni membri; il web pullula di falsa modestia e di appassionati che mettono in risalto le proprie opere accettando difficilmente critiche e consigli, c’è sempre una scusa pronta per ribadire che quel taglio o quella correzione riflettono la propria profonda sensibilità artistica ed il gusto personale, che non può e non deve essere messo in discussione. Così come a volte risulta difficile che i professionisti si soffermino a descrivere, con la dovuta accuratezza, tecniche o abitudini fotografiche che potrebbero fare la differenza in chi cerca faticosamente di imparare.

La principale causa di questo genere di comportamento risiede, secondo gli studiosi, nel vivere la propria esperienza, nel nostro caso fotografica, sempre e solo all’interno degli stessi confini, più o meno ampi; se ci si accontenta di imparare le regole base della fotografia, e si fotografa solo all’interno di queste regole, diventa facile dopo un po’ sentirsi i massimi esperti, ed ogni scatto che non rispetta la regola dei terzi è per noi qualcosa che non ha valore. Lo stesso discorso vale per chi sostiene che solo il bianco e nero sia vera fotografia, che solo la fotografia analogica sia vera fotografia e così via: da esperienze positive fatte in un certo campo, da emozioni realmente provate, può scaturire un assolutismo che non fa bene né a chi lo esercita né alla diffusione del reale valore di ciò che si è appreso. Restare sempre negli stessi confini significa soprattutto non possedere gli strumenti per poter comprendere ciò che vive al di fuori di essi.

Quindi, dopo aver ripensato con divertimento a tutti i fotografi affetti dal Dunning-Kruger che abbiamo conosciuto, rivolgiamo questa analisi verso noi stessi. A che punto siamo? Quali sono i nostri confini? Siamo capaci di prendere una nostra fotografia che ci è tanto piaciuta due anni fa e trovarne oggi dei difetti sulla base di ciò che abbiamo appreso in questi ultimi due anni? Se siamo appassionati di fotografia di paesaggio molto nitida e satura di colore, che effetto ci fa quel viso mosso in bianco e nero pubblicato sulla copertina di un libro?

I consigli per evitare di essere vittima di questo bias cognitivo, e quindi in definitiva per estendere i nostri orizzonti, sono, per fortuna, sempre gli stessi. Ampliamo la nostra cultura fotografica, affianchiamo la lettura allo scatto e alla postproduzione, frequentiamo le mostre e cerchiamo di argomentare la fotografia che ci piace con qualcosa che vada al di là del semplice pollice retto.

Se la nostra personale carriera fotografica è costellata di fotografie che ci hanno dato soddisfazione e allo stesso tempo sentiamo di essere ancora insoddisfatti, allora probabilmente siamo sulla strada giusta.