Maurizio Galimberti fotografa il Cenacolo Vinciano

Anche la fotografia trova spazio all’interno delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte del genio Leonardo da Vinci. Fino al 12 gennaio 2020, infatti, è possibile visitare presso la Sala delle Colonne delle Gallerie d’Italia a Milano, la mostra “Maurizio Galimberti. Il Cenacolo di Leonardo da Vinci”, curata da Denis Curti.

Galimberti, nato a Como nel 1956, sceglie lo strumento della fotografia istantanea, in particolare Polaroid, a metà circa degli anni ‘80 e ne fa il suo principale mezzo espressivo. L’immediatezza del risultato, l’unicità, le possibilità di manipolazione sono soltanto alcune delle caratteristiche che gli permettono di alimentare la sua ricerca.

Ma è il mosaico fotografico la forma artistica per cui Galimberti è maggiormente conosciuto, declinato soprattutto nel ritratto. Il fotografo utilizza un numero variabile di Polaroid a seconda del progetto, scomponendo e ricomponendo l’immagine in mosaici. Il risultato è una forte reinterpretazione del soggetto arricchito da una sorprendente tridimensionalità grazie anche all’utilizzo di prospettive diverse.

Come il celeberrimo ritratto di Johnny Depp, realizzato alla Biennale del Cinema di Venezia nel 2003, scelto come copertina del “Times Magazine”.

Successivamente utilizza la tecnica del mosaico anche per ricostruire paesaggi e città. Tra il 1997 ed il 2006 dedica importanti lavori a città quali Parigi, Lisbona, New York, Berlino, Venezia e Napoli.

Le immagini esposte nella sede museale di Intesa Sanpaolo, tutte di grande formato, sono frutto di un impegnativo lavoro durato diversi mesi. L’autore in un primo momento ha indagato il capolavoro di Leonardo cercando di immergersi spiritualmente. Solo successivamente è passato all’operazione vera e propria di scomposizione e scatto.

Tale operazione non è avvenuta nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie di Milano dove l’opera si trova, bensì su una riproduzione a grandezza naturale di ben 8,90 x 1,40 metri, ottenuta da Archivio Scala di Firenze tramite stampa con plotter.
Questo passaggio è stato necessario in quanto la tecnica di scatto di Galimberti consiste nell’appoggiare l’apparecchio fotografico a contatto con il soggetto, operazione impossibile da ripetere su un dipinto murale così prezioso e delicato come Il Cenacolo.

Le macchine utilizzate sono diverse: una Polaroid Instant Camera 600 e Spectra, una Fuji Instax Square SQ20, oltre che una mitica Polaroid Giant Camera, banco ottico 50×60 da oltre 100 kg di peso, di cui esistono pochissimi esemplari al mondo costruiti artigianalmente.

Con questi mezzi Galimberti costruisce una nuova narrazione trasfigurando il reale. Il corpo di Cristo viene scomposto, gli apostoli moltiplicati. La scena mantiene inalterato il mistero e vede amplificata la propria complessità.

Lo stesso Galimberti racconta: “Mi sono cimentato con un tema delicato e importante. Il lavoro ha necessitato di un grosso impegno economico, è stato un lavoro faticoso. E’ un atto d’amore verso un capolavoro che appartiene alla nostra storia. Nella mia versione dell’Ultima Cena è aumentato il numero degli apostoli: se si vuole è un riferimento all’accoglienza, e in particolare a una più ampia accoglienza necessaria in questi tempi di migrazioni e di sbarchi.”

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it