Memoria e nostalgia: gli autoritratti di Sofia Uslenghi

Nella storia della fotografia sono molti gli autori che hanno utilizzato l’autoritratto come forma di espressione, di ricerca, indagine di sé. Moltissimi altri si sono fotografati senza mai mostrare i risultati al pubblico. Quasi tutti ci siamo cimentati almeno una volta.
Lasciando da parte le statistiche, l’autoritratto fotografico è un genere che, nelle sue accezioni più intimiste, coinvolge in particolar modo il momdo femminile. Ricordiamo nei primi decenni del ‘900 il trasformismo di Claude Cahun, a seguire la fiction di Cindy Sherman, il surrealismo di Francesca Woodman, fino ad arrivare in tempi recenti alla ricerca personale di Cristina Nunez, diventata addirittura un format/laboratorio.

Tra i giovani fotografi che lavorano con la macchina puntata verso di sé, Sofia Uslenghi si è distinta grazie al suo particolare stile che accompagna lo spettatore attraverso un percorso fatto di atmosfere morbide ed avvolgenti, fusioni di immaginari, strati di memorie ed affetti, grovigli di radici naturali ed identitarie.

Qual è la tua personale storia della fotografia?
Quando ero piccola mio papà faceva il fotografo al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, e passavo del tempo con lui in camera oscura dopo essere stati sugli scavi. Sarebbe molto romantico se la mia passione per la fotografia fosse nata lì, ma era il periodo dei film di Indiana Jones ed ero più interessata a fare la piccola archeologa. La mia relazione con la fotografia è iniziata più banalmente all’inizio degli anni 2000 quando sono esplose le macchine fotografiche digitali. Tutti a fotografare.Io pure, coinvolta dalla moda. Poi però
non mi sono mai stufata, ho imparato a guardare meglio a forza di fare, credo. Fatto sta che non c’è stato un momento in cui ho deciso di fare la fotografa, credo di non averlo ancora stabilito davvero.

Ci sono dei personaggi artistici da cui hai tratto ispirazione?
È molto difficile dire dei nomi escludendone altri. Credo che questi ultimi anni siano in assoluto nella storia dell’umanità quelli in cui tutti quanti siamo sottoposti a un bombardamento di immagini senza pari. Siamo bulimici anche riguardo a viaggi, film, mostre, libri… Capire cosa ci condizioni penso sia molto  difficile da individuare nelle mucchio. Ci sono delle preferenze a livello estetico ed emotivo, che
cambiano.

Il tuo genere fotografico è quasi nella totalità di tipo autoritrattistico. Fotografo, soggetto e spettatore sono la stessa persona. Genere complesso che sotto intende oltre che una ricerca personale anche un lavoro su se stessi.
Credo che fotografarmi sia la cosa più facile che io possa fare, anche la meno rischiosa. Il rapporto in fotografia è: tu (fotografo), il  oggetto fotografato e, se esiste, un pubblico spettatore che giudicherà il risultato. Per fotografare bene, o quanto meno provare a dire qualcosa, serve conoscenza e relazione. io ho paura di non capire gli altri, di sbagliarmi nell’interpretazione, di vedere in maniera
distorta. Questa paura non ce l’ho con i paesaggi perché non possono replicare, però mi serve del tempo per entrarci in relazione, motivo per il quale se sono in viaggio non faccio fotografie. Ma sicuramente l’autoritratto elimina il confronto con il soggetto, o rende l’atto di fotografare molto più paraculo. Poi sì, cercando di essere più seria: sicuramente c’è un lavoro , anche non proprio a tavolino ma più
inconscio, di ricerca su se stessi e di analisi di alcuni aspetti per i quali la fotografia diventa una sorta di auto lettura.

La poetica del tuo lavoro spesso si lega alle radici, alla memoria ed agli affetti. Per chi fa autoritratto confrontarsi con questi temi è necessario. Ricordo, rispetto o malinconia, nostalgia?
È un insieme di tutto: ricordo e nostalgia insieme. Da una parte penso sia frutto del fatto che viviamo ormai quasi tutti in posti diversi da quelli in cui siamo nati, il concetto di famiglia è un po’ diverso da quello di relativamente pochi anni fa, nel senso dell’appartenenza a un luogo e a una ristretta comunità. E’ un discorso complesso di indipendenza vs squadra. 
Per quanto mi riguarda è quasi il frutto della lotta interiore tra il tornare a vivere in Calabria e il trasferirmi a New York o a Londra o a dovunque nel mondo, e poi cambiare ancora. La difficoltà nel trovare un equilibrio tra l’avere delle radici e il senso di libertà. Lavorare con la fotografia in questo senso avvicina le due cose…o crea ancora più dubbio. Devo ancora capirlo. Nel frattempo, affronta l’argomento sperando di venirci a capo.

Le tue immagini riescono ad evocare mistero, poesia, a tratti sensualità. Tempi lunghi rendono morbida ed evanescente la tua figura, mentre le esposizioni multiple aggiungono nuovi livelli di lettura. Una sola immagine non sarebbe sufficiente a contenere così tante cose da dire?
Ad autoritrarsi c’è sempre dell’imbarazzo. Motivo per il quale quando mi fotografo non deve esserci nessuno in casa. Rendere l’immagine mossa e le esposizioni multiple servono per filtrare questo disagio. Per rendere il tutto meno diretto, meno prepotente e auto celebrativo.
Nella definizione c’è troppa imposizione e mi da fastidio. E credo sia troppo violento per chi guarda. 
Le esposizioni multiple invece sono più funzionali a inserirmi nelle cose e si collegano alla questione della memoria. Io mi inserisco in una foto di famiglia o in un paesaggio dei posti dove sono cresciuta per essere insieme in un’unica immagine, in cui le sovrapposizioni, i livelli, gli strati alla fine si cementificano. Ecco, l’operazione è proprio quella di tenere tutto insieme, stretto.

L’autoritratto, dicevamo, è frutto di lavoro di ricerca molto intimo e personale. Come si concilia questo aspetto con quello commerciale come vendere in una galleria, ad un collezionista?
Non mi sono mai preoccupata dell’aspetto commerciale del mio lavoro. La mia fotografia è talmente distante da tutto quello che può avere una funzione commerciale che non avrebbe senso provare a farci i conti. Sono sicura che sarebbe la peggiore strada percorribile e cerco di evitarla come la peste, come ogni condizionamento da quello che si vende in galleria.
Quello che mi sento dire da chi colleziona le mie fotografie, al più spesso, è che ci si identifica facilmente. Che anche se è la mia storia, la mia famiglia, il mio paesaggio, quel senso di ricerca di appartenenza è presente in tantissime persone. E quindi il fatto che sia la mia faccia o il mio corpo passa in secondo piano a favore di una presa a livello emotivo che viene prima del ritratto puro.

La trasversalità della fotografia è una caratteristica fondamentale. Interessante è la collaborazione col musicista Vasco Brondi de “Le Luci della centrale elettrica” per la canzone “Libera”. Come è avvenuto questo sodalizio? Si è aperta per la fotografia una strada nuova nella quale giovani artisti di altre discipline ne riconoscono il valore?
Non credo sia una strada nuova, le collaborazioni tra chi usa mezzi di qualsiasi genere per raccontare qualcosa esistono da sempre. Solo adesso hanno declinazioni nuove e, spezzando una lancia a favore della tecnologia e dei social media, le connessioni (che poi diventano reali) tra le persone sono più veloci.
Vasco ha visto il mio lavoro tramite passaparola e social, in quel momento stavo provando a fare dei brevissimi video in stop motion. Ci siamo conosciuti ed è nato il progetto del video di “Libera”. Ero davvero terrorizzata perché un conto è uno scatto singolo ma un video di 3 minuti e 45 secondi di autoritratti è un’eternità. Pensavo avrebbe stufato al quinto frame. Da una parte lavorare su commissione mi fa sempre terrore, il che è positivo. Da una responsabilità al cosa e al quanto bene lo sto facendo. E la soddisfazione principale è stata quella di essere stata chiamata da Vasco per fare il video sentendo da parte sua la massima fiducia sul mio lavoro, totale. Con una serenità di cui mi stupivo, ho cercato di dirgli che si sbagliava. Quando l’ho consegnato è piaciuto subito, così come lo avevo fatto, senza modifiche. Ammetto di fare fatica a guardarlo, provo una sorta di imbarazzo ma sono contentissima di questa esperienza.
Quando è uscito ero al supermercato a fare la spesa, ero talmente saltellante che penso di esserci stata due ore ed essere uscita comprando uno yogurt. Aggiungo anche che era la mia canzone preferita del disco e che poco meno di un anno fa, quando è uscita, non poteva essere più azzeccata.

Hai partecipato a diverse manifestazioni di fotografia d’arte, fra queste il MIA. Come giudichi questa esperienza? I giovani fotografi italiani hanno spazio nel panorama artistico?
La mia esperienza nel mondo delle gallerie e delle manifestazioni di fotografia d’arte è molto recente, tre anni in tutto. Sono momenti di confronto con i collezionisti, i visitatori e i colleghi. Penso sia uno scambio utile e necessario. E sarà che in generale tendo a essere positiva ma non vedo così nero come si sente dire in giro. Ci sono bravissimi giovani colleghi che stanno facendo il loro percorso, con tutte le difficoltà di essersi impelagati in un campo che è di nicchia e volubile come il mercato dell’arte, che forse non remunera come remunerava anni fa nella pratica professionale ma, senza volermi mettere a parlare a nome di una generazione intera che non mi pare il caso, c’è la tenacia, la  determinazione e anche l’umiltà nell’accettare che il percorso è lungo e mosso da convinzione e da necessità.

Metamorphosis e Maps sono i tuoi due progetti che sento affini per forma e contenuto. Ci puoi dire di più su queste serie?
Sul tema della Metamorfosi si sono confrontati poeti e artisti più o meno da quando esiste l’Uomo, da Ovidio a Kafka. La capacità di cambiare corpo mantenendo la stessa anima. Il fatto che questo tarlo ricorra nella letteratura e nella fantasia di molti è curioso. Ho letto saggi di filosofia e romanzi e non ho trovato una risposta al perché avessi anche io sentito questo impulso.
Anche sul perché la gente sia affascinata dalle mappe è un bel mistero. Non so se sia legato al fatto di guardare le cose dall’alto e da abbastanza lontano per ridimensionarsi, per prendere coscienze di quanto si è microscopici rispetto all’insieme.
I miei lavori partono sempre a un impulso più che da qualcosa di chiaro e definito. Faccio e poi collego i punti. Capisco meglio alcune motivazioni del mio lavoro quando è finito. Le interviste e le domande degli spettatori poi mi aiutano a vedere cose che io non avevo visto o
sulle quali non mi ero soffermata.

www.sofiauslenghi.it

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it