Migrant Mother. Un caso di manipolazione

Nell’era della fotografia digitale, sono in molti a credere, erroneamente, che la pellicola era più vera, più genuina, più naturale, semplicemente perché non sottomessa alla logica della manipolazione.
Il fatto che oggi i software di sviluppo fotografico permettano di migliorare in tempi relativamente brevi le fotografie scattate, togliendo imperfezioni, modificandola luminosità, i colori, il contrasto, la nitidezza; questo non significa che unapratica analoga non fosse adottata anche in passato, con un processo certamente più lento e articolato, ma pur sempre intervenendo sull’immagine fino a cambiarne l’aspetto originario.

Un caso abbastanza emblematico è certamente la famosa fotografia di Dorothea Lange, scatta sul finire degli anni 30 del 1900, che ritrae Florence Owens Thompson, protagonista insieme ai suoi figli, del set di cinque esposizioni, delle quali la più famosa è quella conosciuta come Migrant Mother.

Il reportage si inserisce all’interno di un progetto più vasto, commissionato dalla Farm Security Administration, nato per documentare e combattere la condizione di povertà degli americani rurali durante il periodo della grande depressione.

Della fotografia Migrant Mother esistono due versioni: quella famosa, conosciuta e da tutti apprezzata, e quella originale. Sono praticamente uguali, tranne per un particolare, vale a dire il pollice e l’indice della mano sinistra della donna appoggiati al palo di legno che tiene in piedi la tenda di fortuna.
Dorothea Lange decise di rimuovere il pollice, il più evidente, per evitare che l’occhio dell’osservatore fosse distratto dal volto affamato e sofferente della donna, una scena drammatica amplificata oltretutto dal bambino neonato tenuto in braccio.

Migrant Mother @Dorothea Lange

Innanzi tutto, questa è dimostrazione, ulteriore, che la manipolazione delle immagini è nata con la fotografia stessa, che la fotografia non ha niente di puro e sacro, ma è facilmente e spesso necessariamente violabile. In secondo luogo, anche Mother Migrant pone l’interrogativo se sia corretto, all’interno di un reportage, modificare una immagine per ragioni estetiche, a discapito della narrazione.

Se avessimo avuto una sola posa, la manipolazione avrebbe avuto anche senso o comunque giustificabile, ma essendo inserita in un contesto di altri quattro scatti, è del tutto superflua.

Federico Emmi

A questo indirizzo, il set completo delle immagini:
http://photogrammar.yale.edu/search/results.php?start=0&search=&pname=&lot=&van=&state=California&county=San%20Luis%20Obispo&city=&year_start=1935&month_start=0&year_stop=1939&month_stop=12

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