Nelle risaie, tra le etnie del Vietnam del Nord

Ci sono dei lunghi bruchi di color giallo e arancio che attraversano il vialetto asfaltato dell’ingresso della casa di legno scuro. Sotto gli occhi attenti dei quattro bambini della cugina di Sam, la mia guida dal nome maschile mi introduce in un’abitazione tipica dell’etnia Hmong.

Il Vietnam è tra i primi tre stati esportatori di riso nel mondo, ma tutto quello coltivato nel Nord, terrazzato a vista d’occhio tra pioggia continua, nebbia ed appiccicaticcia umidità, è utilizzato esclusivamente per soddisfare il fabbisogno delle etnie.

Il banchetto che si sta aprendo a base di coleotteri e riso bianco è accompagnato dal rice wine, il superalcolico artigianale che ogni famiglia Hmong produce in una piccola cantina esterna all’abitazione principale. Molto simile alla vodka, l’estratto alcolico del riso proviene dalla fermentazione dei chicchi. Quest’ultimi, attraverso il calore di un camino alimentato da sterco e bambù, perdono l’amido e, attraverso un artigianale alambicco, si trasformano in rice wine.

L’abitazione principale è priva di elettricità, si riconosce a malapena la grande sala da pranzo e la scala in legno che conduce nella zona notte. Non ci sono ornamenti né suppellettili, gli unici oggetti in bella mostra sono le pannocchie in fase di essiccazione, ancorate con delle mollette su un filo di corda, come fossero panni stesi in attesa dei raggi del sole.

Piove a dirotto da due giorni, una nebbia sottile abbraccia i campi sterminati di riso. L’unico colore che bilancia il grigio è il verde in tutte le sue sfumature, da quello più pallido a quello più scuro, dipende dal grado di maturazione di ogni singola pianta. Il grado di intimità che ogni Hmong possiede con il prezioso alimento lo si evince dalle carezze che Sam elargisce non appena si avvicina alle piantagioni. Con una mano impugna l’ombrello viola, l’altra è intenta al contatto fisico con lo stelo e, risalendo, finisce sempre nello stringere chicchi di riso per poi addentarli avidamente.

I quattro bambini hanno intrappolato i bruchi e corrono soddisfatti verso casa, rincorrendosi sotto un nuovo temporale che sta per abbattersi su Lao Chai. Gli Hmong sono il più vasto gruppo etnico del Vietnam: tra le 54 etnie, le differenze tra Dao (si pronuncia Dzao), Thai e Hmong sono visibili nell’abbigliamento, nei colori dei copricapi, nelle tradizioni e nel folklore.

I Dao sono originari della Cina, circa 450.000 persone che vivono in piccoli villaggi arroccati sulle montagne. Le donne indossano copricapi di colore rosso acceso, resi ancora più evidenti dal colore blu scuro o nero dei loro abiti ornati da monete. Il rito di iniziazione di accesso alla società dura tre giorni.
I Thai sono una delle etnie più numerose, circa un milione di persone con un sistema di scrittura basata sul sanscrito. Così come tutte le minoranze etniche del Nord del Vietnam, il loro sostentamento deriva dall’agricoltura, dall’allevamento e, soprattutto, dal riso.
Sam, invece, la mia guida, è una donna Hmong e fa parte di una piccola agenzia turistica chiamata “Sapa sisters”. Si tratta di una sorta di collettivo di donne trekker Hmong che accompagnano il turista tra le risaie e i villaggi sperduti: Giang Ta Chai, Ban Ho, Ta Van, Ta Phin.

Sam ama stare in mezzo alla gente, galleggia sul fango con le sue galosce e non scivola mai. Parla un inglese perfetto, mi racconta le fasi di produzione del riso e adora il rice wine. Resta asciutta dall’inizio alla fine del trekking mediante un ombrello viola, il suo oggetto di riconoscimento più vistoso. Le affido il mio cellulare e me lo restituisce non appena arrivati nelle home stay. Per ogni itinerario si fa accompagnare da una donna Hmong diversa che aiuta il turista nei percorsi impervi: la forza che sprigionano è inversamente proporzionale al loro corpo snello e slanciato. Se sono riuscito a superare indenne cascate, frane, sentieri selvaggi, discese nebbiose, risaie terrazzate e foreste di bambù lo devo soprattutto a loro.