Non siamo tutti sulla stessa barca

Ultimamente la nostra nave ricorda quella dei folli di Sebastian Brant:

Di stolti e pazzi la ridda precedo
Ché molti libri attorno a me pur vedo
Che io non leggo e in cui neppure credo.

Chi troppo studia, si riduce scemo! Così, più avanti nel primo dei componimenti intitolato: Dei libri inutili. I libri, ma oggi anche: riviste, quotidiani, mensili, settimanali. Non leggere è ancora occasione di vanto, condivisa e ostentata con il pollice in alto. In un tempo in cui l’appetito più importante, la curiosità, è venuto meno, le opportunità per approfondire e quindi capire cosa accade ovunque nel mondo, sono quasi prive di senso. La scrittura, con tutti i suoi affascinanti sbocchi, è ormai ridotta nell’immaginario comune al servizio di un potere che ostacola il benessere, collusa, di regime. Chi scrive è uno di loro, il cattivo, il poco credibile, non leggo e non credo, la follia diventa qualunquismo, una barca dove la rotta è tracciata dall’indifferenza e dal disprezzo nei confronti di ogni cosa.

Voyage en barbarie, diretto da Delphine Deloget e Cécile Allegra, è un documentario del 2015 e racconta la drammatica storia di tre sopravvissuti, rispetto alle migliaia che non ce l’hanno fatta, che descrivono le torture subite per mesi da criminali che li hanno rapiti per ottenere un riscatto. Nell’immaginario comune, le persone scappano per mancanza di benessere nel loro paese, mentre il giornalismo impegnato racconta una storia differente, la fuga è da paesi disumani, l’accoglienza che cercano coloro che fuggono è umanità.

Aiutiamoli a casa loro, ma quale? Come se le persone fossero disposte a rinunciare alle loro tradizioni, ai loro cibi, ai loro paesaggi, alle loro abitudini, per vivere in casa, soprattutto nostra, quando per nostra casa si dovrebbe parlare di palazzi grigi e anonimi, della cui bruttezza noi stessi siamo vittime.
Il non capire è la difficoltà di dover leggere, leggere per conoscere, mentre le esigenze editoriali, costrette a  dover monetizzare subito, sono obbligate a puntare sull’urlo e quindi a un utilizzo talvolta fastidioso della fotografia drammatica, addirittura anche per scopi pubblicitari e per niente umanitari.

Perché non ha contribuito alla soluzione delle migrazioni drammatiche, per esempio, la fotografia del bambino morto sulla riva del mare, oppure quelle che documentano gli innumerevoli cadaveri galleggianti nel mare nostrum? Frammenti, dove le impaginazioni costrette a seguire il qui e ora non riescono a raccontare il prima e il dopo. Storie incomplete, che finiscono per essere schiacciate da una retorica e da una morale superate. Oppure al contrario, speciali pieni di dettagliati e ottimi articoli, con apparati fotografici di alto livello, che però ottengono come risultato il disinteresse generale, nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore alimentano i soliti slogan nazionalistici.

Ma ben di rado ne ho consigli colti.

La serialità poi, tanto nelle immagini, quanto nelle parole, può portare spesso a un dibattito sterile, dove l’occasione è quella di far tornare protagoniste le storiche post belliche ideologie contrapposte, i pro contro gli anti.

Il reportage che racconta la disperazione della fuga dalle guerre è importante, molti fotografi lo svolgono con grande capacità tecnica, serietà, passione; così come anche molti giornalisti che si occupano di raccontare gli eventi che quelle foto registrano. Quello che manca è una cultura aperta e condivisa, questi sono argomenti che purtroppo interessano a pochi. Oggi non è una questione di razzismo, ma di priorità. Pur fotografando le cose così come sono, è venuto meno il senso documentaristico, quello cioè di raccontare la storia di chi è più sfavorito a coloro che stanno meglio. Eppure, quella società che dovrebbe essere in una condizione di vantaggio, si trova a vivere un disagio economico e sociale, che finisce per rendere meno marcata la differenza.  Per questa ragione, con molta probabilità, sarebbe opportuno dare più spazio, ampio e nazionale, anche ai reportage urbani, affiancandoli, volendo, all’attualità che non è strettamente legata al nostro territorio, perché molte realtà della nostra penisola non raccontano certamente il paradiso che i migranti immaginano.
Il bell’articolo di Maria Rosaria Spadaccino pubblicato sul numero 343 de La Lettura, intitolato “La vita non è più dolce”, è un esempio interessante: il racconto della periferia di Roma attraverso la filmografia recente è infatti di forte impatto.

 

Le citazioni in corsivo sono tratte da primo componimento intitolato Dei libri inutili in La nave dei folli di Sebastian Brant, Spirali Editore.

 

Federico Emmi