Perché il dolore in fotografia

La felicità è meno sociale della tristezza, almeno è quello che si percepisce sfogliando le principali fonti di immagini. Non c’è argine alla devastazione, è presente nelle nostre vite in maniera oppressiva, in qualsiasi momento della giornata. La sofferenza come stile di vita.
Aprendo qualsiasi rivista, un quotidiano, anche partecipando a un concorso, dal più sconosciuto a quello più prestigioso, addirittura i servizi stock di immagini, insomma ovunque, il dolore prevale.

Il tema del dolore come genere fotografico è stato affrontato con un approccio culturale pregevole e elegante da Susan Sontag nel libro “Davanti al dolore degli altri” che, per oscure ragioni, risulta fuori catalogo e anche introvabile nell’usato.
Al di là dell’approccio filosofico e delle molte sfumature che la Sontag ha esposto, vale la pena aggiungere un paio di considerazioni. La prima è che il dolore, la sofferenza e di riflesso la morte, sono esperienze condivise; la gioia, la felicità, quindi la vita, è questione personale, intima. La seconda ragione, quasi più da manuale fotografico, di questa ricerca morbosa, a tratti macabra, è la quantità di dettagli che una immagine dolorosa è in grado di bloccare.
A chi interessa ad esempio la fotografia di un resort dove si vedono persone che non conosciamo, mentre ridono, scherzano, si divertono, si rilassano, oltretutto in un contesto di perfetto ordine? Al contrario, se intervenisse un commando armato che massacrasse tutti, allora ogni dettaglio, da quelli che raccontano la quotidianità, ai vetri frantumati, al sangue, ai feriti, ai morti, genererebbero quel pensiero ricorsivo, circolare, di annientamento, che porta il fruitore a ricreare la scena, in un loop infinito, dove dal momento della gioia si passa a quello del dolore, quindi dal disinteresse all’interesse. Dove c’era ordine, il disordine, dove c’era il divertimento, il silenzio, dove c’era la vita, la morte.

Se lo scopo è quello di raccontare le tragedie che accadono nel mondo per sensibilizzare, non si comprende perché ciò debba avvenire attraverso un fiume di immagini, che tra le altre cose si ripetono come in un circolo vizioso, quando sarebbe più appropriato averne una sola, un’icona, che con quella sua intrinseca capacità di veicolare con forza il messaggio, otterrebbe il risultato sperato.
Basterebbe ricordare le immagini drammatiche, crude, forti nel loro contenuto violento, scattate da Letizia Battaglia che hanno documentato la furia omicida della mafia. Eppure la serialità di queste fotografie, unitamente alla cronaca dei fatti, non ha generato quel moto di indignazione che avrebbe dovuto.
Al contrario – senza nulla togliere alla bravura di Letizia Battaglia – icona della lotta alla mafia è una fotografia di Tony Gentile, nel tempo sempre meno fotografia, con le due figure via via defotografizzate, ormai espressive anche con un tratteggio ridotto al minimo, che racconta un momento di intimità, di spensieratezza, di felicità, delle due persone che più di tutte hanno cercato di fermare la mafia, rimettendoci anche la vita, allungando la lista di tanti come loro: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Insomma un messaggio decisamente opposto, dove al dolore è prevalsa l’allegria.
La speranza attraverso il sacrificio.

La conclusione amara ce la forniscono sempre le principali fonti di immagini, quelle più rinomate e blasonate, dove la natura, gli animali, lo spazio, cioè tutto ciò in cui non è presente l’uomo, vengono raccontati con quella poesia, che con una azzeccata scelta di contrasti morbidi e tinte cromatiche adeguatamente saturate, sono capaci di fornire un senso di pace, di tranquillità, di profonda bellezza.
Il genere umano, al contrario, nell’immaginario comune sembra che debba vivere solo sofferenze, che non possa fare a meno di cavalcare l’onda del dolore, accompagnata da quello stillicidio dai contorni apocalittici di una denuncia sempre e comunque necessaria, per di più ormai ridotta a arte poco nobile e molto sbrigativa del: fate girare!

Federico Emmi