Barbari in montagna

Quest’estate camminando in montagna nei pressi di Saint Rhémy in Val d’Aosta abbiamo incontrato la signora nella foto. Abbiamo cercato di parlarle, ma lei non rispondeva. Forse non parlava italiano, ma poi abbiamo pensato che non avevamo niente da dirci. Ci siamo guardati e ci siamo resi conto che indossavamo solo abiti in tessuto tecnico, microfibra e goretex. Probabilmente la signora era abituata ai vecchi montanari vestiti in cotone e lana. Forse con la tecnologia avanzata ci stiamo allontanando dalla vera montagna. Può darsi che ci abbia visto come extraterrestri. Sembrava, infatti, ci guardasse con aria impaurita.

Ciò mi ha fatto riflettere sul rapporto che abbiamo noi cittadini con la gente che vive in montagna. Andare in montagna non vuol dire solo fare passeggiate o arrampicate, ma vuol dire anche incontrare la gente del posto e poter conoscere realtà diverse dal solito. Dovrebbe significare, inoltre, sapersi adattare al luogo in modo naturale, senza abusare delle tecnologie.

È stata emblematica per me questa immagine di questa anziana che, seppure non comunica con noi, si è mostrata accogliente. Penso che sia l’immagine attuale della montagna, cioè di un’entità di cui, sebbene abbiamo violato la sua intimità, non si lamenta, ma ci tiene a ricevere gli ospiti nel miglior modo possibile.

Mi ha colpito, infatti, la sua abitazione. Per molti tratti è senza intonaco, ma la signora aveva messo i fiori nel balcone. Forse quei fiori sono una testimonianza che la gente di montagna cerca di opporsi alla solitudine e all’isolamento cercando di rendere ospitali le loro case. Questa signora è sopravvissuta al turismo di massa di cui noi in quel momento facevamo parte. Mi ha lasciato una strana sensazione, quando ce ne siamo andati, vedere che lei continuava ad osservarci con quell’aria fra la paura e la sorpresa.

A volte utilizziamo la montagna come un luogo per dimostrare a noi stessi di essere vivi e forti. Non pensiamo, invece, a tutte quelle persone che da sempre vivono in montagna e che affrontano tutte le difficoltà che noi andiamo a cercare ma che con l’uso della tecnologia possiamo facilmente superare. Noi ci sentiamo sicuri quando abbiamo un cellulare in tasca per chiamare il soccorso alpino, ci fidiamo dei chiodi messi da qualcuno quando facciamo le arrampicate. Forse stiamo sfruttando troppo la montagna per fini egoistici. Forse siamo i nuovi barbari perché ci appropriamo dei luoghi senza il rispetto per le persone che ci abitano. Forse sarebbe più opportuno tutelare il paesaggio e la cultura di montagna. Forse dovremmo levarci il cappello quando incontriamo gente che vive in montagna.

Daniele Ciuffa

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