Il ponte sulla Drina

L’alba che vidi nell’agosto 2001 in arrivo a Spalato da Ancona è di quelle che non si possono dimenticare: cielo blu profondo ed una miriade di isole nere come la pece ad interrompere le venature rosso fuoco del sole che sorgeva. Ma di quel viaggio non dimentico soprattutto l’ingresso in Bosnia, per raggiungere Sarajevo in una mini missione di sostegno e ricostruzione di 15 giorni nel quartiere a prevalenza cattolica di Stup.

Non avevo mai visto dal vivo ciò che resta di una guerra, anche a distanza di cinque anni le case lungo la strada erano ancora sventrate dall’artiglieria ed i muri crivellati da proiettili di ogni genere; la stessa città di Sarajevo era in gran parte ingombrata da macerie come la vita degli abitanti era ingombrata da lutti e difficoltà a ricucire gli strappi.

Nel novembre 2009  sono tornato in Montenegro per lavoro, ma dal momento che i voli per Roma ci sono in media ogni due-tre giorni, ho avuto la fortuna di poter trascorrere il week-end in quella piccola nazione, che in parte avevo già visitato qualche mese prima sempre per motivi lavorativi. Recentemente però avevo avuto l’occasione di leggere il meraviglioso romanzo di Ivo AndricIl ponte sulla Drina“, che appunto narra delle vicende della cittadina di Visegrad, attualmente in Bosnia, dove intorno al 1570 un visir dell’impero ottomano, originario di quelle parti, fece costruire un monumentale ponte (un’opera pia come si legge nell’iscrizione), che da quel giorno fa da cornice agli eventi personali e collettivi di chi vi abita.

A leggere quel romanzo ci si innamora del ponte e dei luoghi descritti, dei pregi e dei difetti degli abitanti, e la voglia di visitarlo sale sempre di più; così io ed una mia collega abbiamo affittato un’auto in Montenegro e ci siamo imbarcati per questa piccola avventura di 600 km in una giornata.

I paesaggi che si incontrano sono splendidi, ma le case in Bosnia non sono tutte ricostruite, difficile appunto non ricollegare quello che ho visto dieci anni fa a ciò che tuttora si vede: una nazione martoriata, a due passi da casa nostra, che vive di attività da noi ritenute sorpassate; le industrie sono state in gran parte abbandonate o utilizzate come lager dal 1992 al 1995, ed attualmente non interessano ai grandi affaristi.

Ma il ponte era là, maestoso, solido, da 500 anni testimone di eventi felici o tragici, fatto saltare per ben tre volte e sempre risorto; e là c’eravamo anche noi, a sederci sul “sofà” ed ammirare la “porta” (c’è poco altro da fare a Visegrad), a respirare un pochino un’atmosfera così diversa dalla nostra, che chi ha vissuto non dimentica e che chi ha conosciuto ha voglia di provare ancora, per capire, per in un certo senso impossibilmente restituire ciò che è stato tolto.

Dopo un pomeriggio passato tra i vicoli della cittadina il sole finalmente inizia a tramontare, così inforco la Fuji S2 Pro sul cavalletto e catturo il ponte con la luce che avevo desiderato. Ma solo al mio ritorno a casa mi sono reso conto che quello scatto era qualcosa di più, testimone di un giorno avventuroso, di una storia centenaria, di gioie e dolori inenarrabili e che l’emozione della lettura, dell’immaginario, della pianificazione del tragitto, della fotografia erano in realtà una cosa sola.

Tornerò…

Silvio Villa

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