Il Pozzo di campo SS. Apostoli a Venezia

Quando giri per Venezia ti perdi.

Vuoi perché a un occhio poco allenato tutto intorno è simile a se stesso, tutto sembra uniforme: la decadenza, i colori, il verde dell’acqua dei canali, il rosso dei mattoni, il bianco usurato e sporco dei marmi e delle pietre d’Istria. È facile scambiare un luogo per un altro e così trovarsi a girare in tondo o, peggio ancora, trovarsi a chilometri da dove si pensava di essere.

Chi come me ha vissuto a Venezia, anche se poi se n’è andato, sviluppa una sorta di sesto senso per i “masegni” dove ha messo i piedi da piccolo o per le “vere da pozzo” dove si sedeva a parlare con gli amici, magari con uno spritz in mano.

Piccoli retaggi di una “venezianità” che comunque, anche se te ne vai, anche se manchi da anni e continui a dire che stai meglio ora, non ti lasciano mai.

Ogni volta che torno nella mia città è tutto un guardare, osservare e, nonostante tutto, ricordare.

Di pozzi in città ce ne sono tanti, quasi ogni campo o campiello ne ha uno, bellissimi, perfetti malgrado i secoli, le mani dei turisti, con il loro camminare  e il loro sedersi. Per noi veneziani ognuno di loro ha una storia, un motivo d’essere, un ricordo da tenere conservato sotto quel pesantissimo coperchio di ghisa.

Questo pozzo, che si trova in Campo SS.Apostoli, per me ha il sapore di un’amicizia ritrovata, il ricordo intrinseco di qualcosa di doloroso, ma comunque importante,  i colori caldi di un affetto mai dimenticato. Una sera, di ritorno da una cena amarcord con gli amici della scuola, ci siamo seduti su questo pozzo a riprendere fiato dalle risate, e così, dopo essere rimasti solo in due, vecchi amici persi di vista da vent’anni, guardando le foto appena scattate, è saltato fuori un vecchio discorso, una crepa di un vecchio litigio e questo pozzo ora conserva le nostre confessioni, i nostri sbagli, le nostre motivazioni e i passi falsi da adolescenti, e l’abbraccio di una pace cercata per un ventennio.

Ecco, per la “questione pozzo”, mi sembrava giusto immortalare IL pozzo.

Mariagrazia Pinna

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