Le patite gioie del Carnevale

Lo aspetti per tutto l’anno, un po’ perché coincide con l’inizio della fine dell’inverno, un po’ perché ne ami la vitalità, ti affascinano i colori sgargianti, ti piace la musica in piazza e ti seduce la follia della tua città trasformata per qualche giorno in un salotto dove eleganti ragazze vestite di tulle e piume danzano in lussuosi palazzi, sorridendo estatiche sotto le loro mascherine, accompagnate da eleganti gentiluomini settecenteschi.

Ok, sto mentendo. Naturalmente lo aspetti perché ci sono le frittelle. Grosse, unte, zuccherose, da farci l’indigestione. Il resto del Carnevale veneziano, per quanto ti riguarda, è da cestinare.

In questo periodo Venezia è romantica solo nei film, nei videoclip di MTV, o negli occhi languidi delle coppiette di turisti inebetite dai 6 euro e 50 del vaporetto che ti porta da una sponda all’altra del Canal Grande.

Venezia col Carnevale, nella realtà, assomiglia a una bizzarra e immane rissa da strada dove, nelle calli intasate, grotteschi ultraquarantenni attaccabrighe mascherati da puffi sgomitano e pestano i piedi a uomini baffuti vestiti da suore, mentre in piazza San Marco esseri umani con sesso indefinibile annaspano solenni sotto quintali di stoffe preziose e broccati, accatastati alla bell’e meglio e tenuti su da chili di graffette. Il tutto sotto l’immancabile vento gelido che, stando al meteo, ha scelto quel weekend per fare una capatina direttamente dalla Siberia. Quando non c’è il vento più caldo che invece porta l’acqua alta, inevitabilmente straordinaria.

E tu ogni anno dichiari, prometti, spergiuri che quest’anno col cavolo ti farai fregare; anzi sfrutterai l’occasione per fare un sano ritiro in montagna, o contemplerai il mare invernale da una spiaggia deserta e silenziosa, o ti rintanerai ovunque ci sia una vaga promessa di pace e tranquillità.

O in alternativa, te ne starai murato in casa come se fosse scoppiata la peste bubbonica.

E invece, puntualmente, Zack!!! Tua zia viene in visita a Venezia e tu devi ASSOLUTAMENTE accompagnarla, oppure vieni reclutato dai vecchi amici dell’università per una imperdibile gita amarcord, o ti accorgi che devi fare una commissione urgentissima in un negozio speciale che manco a dirlo è PROPRIO a due passi dal centro storico.

Sarà il karma.

Sì, perché dopo aver militato per anni in un gruppo di mezzi invasati che passavano tutto l’inverno a incollare e cucire gli arnesi più improbabili per creare ancora più improbabili gruppi a tema con i compagni di università, poi evidentemente non si può all’improvviso dire “…Bè sì ok, ora basta, esco dal giro” e cavarsela come se niente fosse.

Certo che no. Esisterà una qualche giustizia divina.

Soprattutto esiste l’espiazione; e così, nonostante i ripetuti giuramenti sugli antenati, ti ritrovi anche quest’anno paralizzato nelle calli, mentre Biancanevi bellicose col mantellino di nylon ti pestano i piedi, giapponesi imparruccati ti scaricano flash nella retina, e pittoresche espressioni  quali “Ma ghesboro, ‘ndè ‘vanti!” e “Oi mona, moighea de spinsar!” sono dolci aforismi che ti ricordano che, in quell’inferno terrestre multietnico di tulle colorato, non sei da solo a patire le gioie del Carnevale.

Quest’anno però, visto l’inevitabile destino profilarsi all’orizzonte (“…Sì prontooo? Ciao, sì siamo noi, sì veniamo a Venezia, facciamo un giro per la piazza, sì a vedere le maschere…”), mi sono attrezzato per bene.  Insomma: se proprio devo perire, perirò con onore.

E poi, quest’anno è diverso. Quest’anno ho la reflex nuova, la Eos 500D, e intendo usarla. Magari come mazza, con quello che pesa. Poi, se non si ammacca troppo, magari la uso anche per fare delle foto.

L’unica consolazione è che, per una curiosa coincidenza, le frittelle migliori si annidano solitamente a due passi da dove la bolgia è più infernale. Ancora il karma. Indubbiamente.

Per esperienza, il volo della Colombina l’ho evitato. Quello sì, come la peste. Anche perché quel giorno, non essendoci né bora né acqua alta, giustamente diluviava.

Durante l’escursione della domenica successiva ho usato praticamente sempre il 75-300 mm, indispensabile per dare un’ingannevole parvenza d’ordine e isolare i soggetti sfruttando la massima apertura del diaframma (cosa che con la compatta pure superzoom non mi era stato mai possibile fare in modo efficace), e devo dire che sono stato soddisfatto del risultato.

Non che abbia ottenuto scatti di chissà quale originalità, ma dopotutto a Venezia il déjà-vu è quasi d’obbligo. Venezia col Carnevale, poi, è quanto di più déjà-vu si possa umanamente concepire.  Per cui mi sono immerso nella folla, ho sgomitato, ho imprecato per bene, e pestando quanti più piedi potevo ho fatto man bassa di scatti cliché, classificando nel mio safari cittadino alcune tipologie base di travestimenti:

1) Le maschere (pseudo)storiche. Arzille vecchiette settecentesche (…con i vestiti stile ‘700, intendevo), con illogici decolletè e push-up di serie, i colli rugosi impacchettati in giri di perle simili agli spaghi dell’arrosto, spesso abbinate a decrepiti pseudonobili pure pseudosettecenteschi. Alcuni di loro non fanno neanche lo sforzo di recuperare da loro uno straccio di mascherina, un corsetto e un tricorno: arrivano tronfi a Venezia, noleggiano il costume già pronto, si mettono rossetto, calzamaglia, parrucca e nèi finti (il tutto, beninteso, donne e uomini) e sfilano in piazza tutti impettiti. Mah.

2) Gli ammassi di stoffe. Volti androgini di plastica bianca dall’aria vagamente depressa che sbucano timidi da enormi accozzaglie informi di tulle, nastri, stoffe similpreziose, campane, cristalli da lampadario, ori, canarini di plastica, piante, piume, addobbi di Natale e quant’altro può sbucare dalla fantasia scellerata del sarto di turno; il tutto ammucchiato, cucito e accatastato in modo da dare al risultante una vaga parvenza antropomorfa all’abito che, una volta messo, non può che costringere al suo indossatore un dignitosissimo lento incedere. Questi esemplari si trovano spesso in Piazza San Marco (altrove verrebbero pressati a morte), inchiodati in posa plastica dalla mattina alla sera, ad atteggiarsi graziosamente con l’evidente missione di far imbrattare i terabytes di memoria dei millemila turisti affamati di sano folklore veneziano.

3) I creativi, nel senso che si sono fatti da soli i costumi, spesso in gruppi a tema. La categoria che forse rispecchia più l’originale spirito carnevalizio trasgressivo, di rovesciamento dell’ordine, di gioco e scherzo, peraltro ormai molto annacquato. Anche perché diciamocelo: un tizio alto un metro e novanta, mascella quadrata, ombra di barba, tacchi a spillo, rossetto, e vestito in simil-lattice da Catwoman, che ti fa “Mmmiao!” con boccuccia a cuore e sguardo ambiguo appena vede una fotocamera avvicinarsi, non rispecchia forse appieno il concetto originario di “[…] sfogo ritualizzato della tensione tramite l’annullamento temporaneo di ogni forma di appartenenza a classe sociale, sesso, o religione”. O forse, pensandoci meglio, magari sì.

4) I bambini. Torme di minuscoli Batman, Uomini Ragno tarchiati, e Son Goku deformi con silhouette a salsicciotto; supereroi nani rigorosamente ciompi che fanno sfoggio di muscolature da caramella gommosa e inevitabilmente infestano la città, contendendosela con i più tradizionali Zorro, pirati, coniglietti, vichinghi e fatine. Ma così carini, sorridenti, felici mentre emulano i loro paladini, che quasi perdoni il loro enigmatico amore per l’invasione recente di quei costumi massificati, agghiacciantemente  psichedelici, pieni di corna, ali, unghioni, spuntoni e pettorali di gommapiuma. Com’è che si chiamavano? Ah sì, Gormiti. Boh.

5) Le sciatterie dell’ultimo minuto. Composizione estemporanee dell’ultimo istante, accostamenti azzardati senza un preciso scopo o senso; così, tanto per. Per quanto naif, su questo non sprecherò più di una parola e dieci pixel (nel caso dovessero entrare per sbaglio in un angolo della foto).

Ma alla fine il carnevale si conclude, e l’importante è essere sopravvissuti: passa il peggio, passa la bolgia, passano le vecchine con le perle sul seno pompato, passano gli uomini imparruccati, passa Catwoman (“Mmmiao!”), passano gli ammassi informi di stoffe col muso depresso, passano pure i Gormiti, passano le unte frittelle (sigh) e passano i gruppi di giapponesi con i loro flash.

Anzi no, i giapponesi rimangono.

E dopo martedì grasso si torna alle solite scialbe frolle con l’albicocca.

Luca Turcato

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