Presidio al C.I.E. di Campochiaro. Un reportage di Luca Rossi e Mario Casmirro

Pubblichiamo con piacere un report fotografico, con testo di Luca Rossi e foto di Mario Casmirro, sulla situazione del campo C.I.E. di Campochiaro in Molise, una realtà a cui pochi possono accedere in prima persona, i lettori interessati possono approfondire sul sito Tratturi

Pour les sans-papier, sans logement, sans tavail, sans droits, sans égalité liberté fraternité”
Compagnie jolie môme
(Per i clandestini, senza alloggio, senza lavoro, senza diritti, senza uguaglianza libertà fratellanza)

Campochiaro, 9/4/2011–  Al presidio di solidarietà indetto dalla CGIL per i migranti trasferiti da Lampedusa ci sono una quarantina di persone, alcune in rappresentanza di associazioni quali “Primo marzo” e “Libera”. Quaranta persone venute per mostrare il Molise che accoglie e per vedere di persona le condizioni in cui i migranti si trovano a vivere qui a Campochiaro da martedì 5 aprile. L’obiettivo è quello di poter entrare, parlare con le 200 persone ospiti del centro di identificazione allestito all’interno del vivaio della Guardia Forestale e fargli il dono simbolico di uno striscione con scritto “benvenuti” in arabo, francese, inglese e italiano.

Entrare non è semplice, ma è necessario per essere visti dai migranti, i quali si trovano distanti dal cancello d’ingresso che i manifestanti non possono varcare. Dopo circa un’ora dall’arrivo delle 40 persone, una rappresentante della prefettura esce, ascolta le domande dei manifestanti, i quali chiedono cosa sia -giuridicamente- il campo: un centro d’accoglienza? Di detenzione? La rappresentante della prefettura afferma che, sebbene i migranti non possano uscire, non si tratta di un centro di detenzione e che possono accedervi parlamentari, consiglieri regionali e i sindaci che ne facciano richiesta. Come in un carcere.

Le viene fatto notare e le viene chiesto perché dei cittadini non possono visitare altri cittadini. Le risposte non sono chiare, è evidente che neanche la signora sa come motivare un divieto che non viene dalla Legge. Torna dietro al cancello, telefona per sapere se può far entrare delle persone, i manifestanti attendono e alla fine viene fatta entrare una delegazione di 7 persone tra cui due migranti residenti in Molise. La restante parte dei manifestanti attende fuori dal cancello. Dopo circa 20 minuti la delegazione esce dal campo: c’è commozione mista a una gran voglia di fare qualcosa, nel breve e nel lungo periodo. Subito si decide infatti di fare una prima riunione. Il primo a parlare è Michele Petraroia. Il suo discorso si concentra innanzitutto sul da farsi una volta che i migranti abbandoneranno il campo. Il consigliere regionale racconta che la stragrande maggioranza di essi ha espresso la volontà di recarsi in Francia per ricongiungersi con i familiari. Il problema è che non sono minimamente informati sulle decisioni dei singoli stati in materia di respingimenti. L’altra questione riguarda invece -per quelli che decidessero di restare in Italia – la necessità di trovare loro un lavoro, seppure a tempo determinato. E per questo, dice Petraroia, è necessario che si attivino le istituzioni, i centri per l’impiego e i sindacati. Italo Di Sabato del Prc Basilicata, invece, si sofferma sulla denominazione giuridica del campo: non ha un nome né è definibile giuridicamente, ma è un sito che assomiglia tanto a un carcere. E siti di questo tipo, nella nostra regione, non ne vogliamo. Intervengono anche due ragazzi nord-africani che fanno parte del “Comitato 1 Marzo”. Raccontano le difficoltà dei loro compagni rinchiusi, con i pasti (arrivano da Foggia e hanno un solo tema, pasta), con l’acqua (1/2 litro al giorno), con il caldo delle tende esposte continuamente al sole e con i servizi igienici che lasciano alquanto a desiderare. Gli altri presenti alla riunione, pur non partecipando attivamente alle discussioni, si guardano tra loro sbigottiti: ci si chiede perché i pasti debbano arrivare da Foggia, perché la dieta non possa essere un po’ più variata (in fondo chiedono solo fagioli, ceci, piselli), perché non si possa mettere a disposizione una cisterna con dell’acqua potabile (la Protezione Civile dovrebbe esserne dotata). Ci si chiede, in sostanza, perché, nei limiti del possibile, non si faccia qualcosa per rassicurare questa gente disperata che ha rischiato la vita, che ha visto annegare i compagni di viaggio, per far capire loro che l’incubo è finito e che qui sono al sicuro…

Mentre la delegazione è riunita con gli altri manifestanti e Paolo Di Lella fa da orecchio per “Tratturi”, grazie all’interessamento di  una delle Guardie Forestali all’ingresso, viene fatto entrare un altro gruppetto di persone, soprattutto fotografi, compreso chi scrive. Ci rendiamo conto ancora di più che non esiste norma né di buonsenso né di Diritto per non far entrare al campo dei pacifici cittadini. Accompagnati da un poliziotto fino all’ingresso del recinto dove sono montate le tende, a me e agli altri viene raccomandato dalla rappresentante della Prefettura e da alcuni agenti di Polizia in borghese di chiedere espressamente ai migranti se accettano di essere fotografati e se accettano che le foto vengano pubblicate. Ci spiegano che è necessario per evitare che qualcuno che possa avercela con loro possa riconoscerli e rintracciarli. All’interno del cancello c’è qualche Guardia forestale, qualche finanziere, dei Vigili del fuoco; si vede qualche mezzo di Polizia e Carabinieri e si intravvede in lontananza qualcuno che suppongo essere della “Connecting people”. Percorriamo una stradina asfaltata all’interno del Vivaio e il poliziotto che ci accompagna ci dice che le operazioni di identificazione dei 200 migranti sono terminate e che da martedì  5 aprile (quando nella notte sono arrivati i migranti) non ci sono stati problemi o tensioni; arriviamo a un cancello aperto, ai lati del quale, in due container, è stata allestita l’infermeria in cui c’è del personale sanitario e qualche agente di Polizia. Superato il cancello troviamo il tendone mensa e di fronte a questo un’altra rete metallica che ci separa da una ventina di tende blu della Protezione Civile. Fa caldo, sulla rete ci sono panni stesi e ci è stato attaccato lo striscione quadrilingue di benvenuto portato dal primo gruppo di manifestanti. Subito ci si fanno incontro alcuni migranti. Sorridono, rispondono ai nostri saluti con qualche parola in italiano. Dalle tende ne vengono altri, saranno in tutto una quindicina e accettano di essere fotografati e ripresi. Alcuni hanno un pallone e palleggiano, altri si mettono in posa per essere fotografati. Sono tutti ragazzi tra i 20 e i 35 anni. Il clima all’interno del campo è disteso e i ragazzi si mostrano allegri.

Mi avvicino ai gruppetti e con un misto di poco inglese e pochissimo francese faccio qualche domanda. Per prima cosa gli chiedo come stanno e mi rispondono che stanno bene, che il viaggio fino a Lampedusa è stato lungo e duro (per alcuni di 72 ore, per altri di 80…) e anche stare nell’isola è stato duro. Gli chiedo come sono stati trattati dalle Forze dell’ordine sia a Lampedusa che qui in Molise e tutti rispondono bien. Insisto, sono convinto che non si possa stare bene da reclusi, ma mi ripetono di essere stati accolti bene e che, finora, degli italiani che hanno trovato non possono che dire bene. Qualcuno dice di voler rimanere in Italia a lavorare. I più invece vogliono raggiungere la Francia dove hanno già parenti o amici. Un ragazzo mi dice con entusiasmo di voler raggiungere un cugino in Francia e quando gli dico che il governo francese si è mostrato piuttosto ostile nei loro confronti mi guarda deluso e mi chiede c’est vrai?. Ma poi riprende il suo entusiasmo e mi dice che in un modo o in un altro lui ci andrà lo stesso.

Tra i ragazzi c’è speranza, hanno tutti voglia di parlare del dopo più che del presente fatto di giornate da riempire dentro a un recinto; è per questo, credo, che nonostante il divieto di uscire e tutto il resto riescono a sorridere: perché loro ce l’hanno fatta, perché sono qui e sperano di lavorare, di avere diritti. Di vivere. Ancora il tempo di scambiare qualche parola, di augurare a lui e agli altri buona fortuna e ci salutiamo. Uscendo dal campo mi vengono in mente tante altre domande che avrei potuto fare e che, spero, potrò tornare a fargli, meglio se fuori da un recinto.

Il presidio si conclude verso le 18 con la convinzione nei manifestanti che la mobilitazione in sostegno dei migranti sarà crescente e che, almeno questa parte dei molisani, ci sarà.

Luca Rossi