Risonanza Cinese

Le fotografie ormai sono considerate delle vere e proprie opere d’arte, quanto, se non più, quelle pittoriche. Benché abbiano raggiunto questo prestigio e i fotografi che le realizzano possano essere anche definiti artisti, solo un numero limitato di immagini fotografiche riesce a essere incisivo come una tela.
Non è un differente modo di dire bello, la fotografia esercita un certo fascino per la sua facilità di realizzazione, dove la bellezza è tutta nel mezzo, nell’apparecchio fotografico, al massimo nella chimica per imprimere il negativo su carta o nella post produzione digitale.

Contrariamente alla pittura, in fotografia tutto ruota intorno al concetto di fedeltà: è una implicita dichiarazione che il modo di esprimersi, semplificato, tradisce la pratica pittorica. Un allontanamento frutto di un’euforia legato alla velocità di impressione, ma certamente non consensuale. La pittura ha delle regole, alcune delle quali rispettate anche da chi fa fotografia, ma un quadro esce dalla mente di un pittore, una fotografia al contrario entra in un frame. È una magia che viene tutta lasciata alla chimica o all’elettronica.

La fotografia infatti, meglio dire il fare fotografia, è priva della preliminare ricerca, calma ed elaborata, dei pigmenti; della lentezza del gesto che si muove sulla tela; delle ore per dipingere la scena.
I colori delle stampe, che siano monocrome o policrome, sono inchiostri mischiati da una macchina; il gesto è tutto nella pressione di un bottone; la scena, con la giusta esposizione, è immediatamente rappresentata.

Non c’è intento polemico, né tanto meno il la volontà di imporre una rigida gerarchia, nel voler mostrare i limiti delle immagini fotografiche rispetto a quelle pittoriche. Gran parte delle fotografie americane, che poi con il tempo sono divenute icone, devono molto alla pittura o al disegno. Le stazioni di benzina, i binari dei treni, i motel, le vetrine, i dettagli architettonici, le stesse architetture, la campagna urbanizzata e non; devono tutto al genio di Edward Hopper, che ha ispirato il reportage fotografico e cinematografico, inventando il modo di osservare, elevando ad arte il così popolare, il così semplice, il così a volte insignificante.

In una mostra di breve durata, a Roma, nell’estate del 2018, intitolata Risonanza Cinese, la realtà diventa oggetto di rappresentazione, attraverso la pittura a olio. Opere attuali, non solo dei nostri tempi, ma più esattamente dei nostri giorni. Il continuum fotografico, la quotidianità delle gallerie instagram, flickr, facebook, twitter, e così via; viene bloccato e con la pittura reso arte, cioè immortale, degno di un significato che va ben oltre la pura condivisione. Accade con il quadro di Shen Xinggong “In attesa della primavera”. Un autentico capolavoro, per la sua concettualità, che mette in evidenza il limite della fotografia. Fermare il tempo con tanta facilità, impoverisce. Al contrario, le emozioni contenute in questo quadro: l’amicizia, lo svago, il divertimento, il riposo, l’attesa; sono tutte ben presenti e vive. Lo stesso dettaglio del cellulare con il quale viene scattata la fotografia, diventa significativo.

Con molta probabilità, alla base di questo contrasto tra la pittura e la fotografia, c’è il modo con cui il cervello rielabora ciò che vede; ragione per cui per suscitare grandi emozioni c’è sempre bisogno di immagini shock, come quelle rappresentano l’orrore di una guerra.
Un confronto indicativo è quello di paragonare i paesaggi urbani di Sironi e Basilico. I primi segnati dal passaggio dalla campagna, dove la natura è viva anche grazie alla presenza umana, alla città, dove al contrario predominano le linee delle strade e le architetture degli edifici, elementi che inoltre cancellano la natura e confinano le persone all’interno di autovetture. I secondi, quelli di Basilico, sono la narrazione di un contesto urbano molto simile a quello di Sironi; la città diventa protagonista, bella nelle sue geometrie, intensa nell’essere colta lontano dalla presenza rumorosa e caotica delle persone. La città ideale (opera di attribuzione dubbia, conservata a Urbino e realizzata sul finire del 1400) rappresentata in fotografia.

 

Federico Emmi