Sensualità ed ambiguità: Man Ray in mostra a Torino

Una delle mostre di fotografia più interessanti da visitare in queste festività invernali, è senza ombra di dubbio “WO | MAN RAY. Le seduzioni della fotografia”, curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola.

Fino al 19 gennaio 2020, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, espone oltre duecento fotografie del periodo dadaista e surrealista di cui Man Ray è indiscusso interprete.

L’esposizione è stata resa possibile grazie alla collaborazione con numerose istituzioni e gallerie nazionali e internazionali dallo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università degli Studi di Parma – Sezione Fotografia, all’Archivio Storico della Biennale di Venezia – ASAC, dal Lee Miller Archive del Sussex al MAST di Bologna alla Fondazione Marconi di Milano.

Emmanuel Radnitzky, detto appunto Man Ray, nato a Philadelphia nel 1890, fu introdotto come ritrattista nei salotti intellettuali di Parigi da Marcel Duchamp nel 1921, con la fama di “dadaista newyorchese”.
Sovversivo e provocatorio, autore dei “rayographs”, delle solarizzazioni e delle doppie esposizioni, seppe sapientemente tramutare degli errori in camera oscura in vere e proprie tecniche fotografiche, diventate poi imprevedibili ed emblematiche magie delle avanguardie di inizio secolo.

<< Dipingo ciò che non posso fotografare. Fotografo ciò che non voglio dipingere >> Man Ray

A riguardo di questa citazione di Man Ray il curatore Giangavino Pazzola, nell’eccellente catalogo della mostra, commenta: “Dichiarazioni che sono statement radicali di un approccio inusuale alla pratica artistica, che porta in nuce la descrizione di una proposta di avanguardia, esclusivamente personale, dove possibilità e volontà di fare arte trovano prima forma in uno spazio mentale che, solo successivamente, viene tradotto in un linguaggio idoneo a dare forma all’idea, dove è l’intenzione della mente ad attribuire senso al processo di creazione”.

Le straordinarie opere che hanno fatto la storia della fotografia Le Violon d’Ingres (1924), Noire et blanche (1926), La Prière (1930), fanno dunque da cornice preziosa al tema portante della mostra: la figura femminile, principale ispiratrice della poetica di Man Ray e nucleo forte della sua produzione artistica.

<< Finalmente mi sono liberato dalla appiccicosa tecnica pittorica, e sto lavorando direttamente con la luce stessa >> Man Ray, 1922

Ad accompagnare i citati capolavori troviamo inoltre Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar, Meret Oppenheim, Kiki de Montparnasse, Nusch Éluard, Juliet (l’ultima moglie). Presenze femminili inquiete e geniali, tutte legate a Man Ray in momenti diversi, sono state modelle e compagne.

In particolare Berenice Abbott e Lee Miller, inizialmente semplici assistenti, furono in grado di affermarsi autonomamente nel mondo della fotografia, liberandosi dalla ingombrante personalità artistica di Man Ray. Come disse Sylvia Beach, leggendaria editrice e proprietaria di “Shakespeare & Co.”, importante libreria di Parigi:

<< Essere fotografati da Man Ray o da Berenice Abbott significava essere qualcuno >> Sylvia Beach

Sono proprio della Abbott (esposta quest’anno a Lecco in una notevole mostra, leggi qui l’articolo) i ritratti di James Joyce e Jean Cocteau, André Gide ed Eugène Atget, una serie di immagini che riportano alla mente una stagione irripetibile della cultura europea.

<< Per quanto mi riguardava, tutti i quadri erano già stati fatti, e io sono diventata fotografa >> Lee Miller, 1976

Lee Miller invece collabora con Man Ray a partire dal 1929 e diventa tanto abile da diventare a sua volta una protagonista della fotografia di moda negli anni Trenta e Quaranta. Inoltre viene considerata coautrice di “Électricité” (1931), capolavoro assoluto della fotografia di ricerca del periodo.

Come osserva il Direttore Walter Guadagnini “abbiamo voluto raccontare un pezzo di storia dell’arte e della fotografia da una prospettiva sorprendente: tutti conoscono Man Ray, i suoi nudi dall’erotismo sensuale, provocatorio e giocoso, ma non altrettanto conosciuta è la storia delle donne che con lui hanno collaborato, vissuto, litigato, che da lui hanno imparato e a lui hanno insegnato, e che si sono rivelate come altrettante protagoniste dell’arte e della fotografia mondiale. In questa nuova prospettiva, ricreiamo un ambiente, raccontiamo una storia in parte inedita ed esponiamo dei capolavori.

L’esposizione distribuisce le opere in sei sale ed un lungo corridoio.
La prima sala denominata Wo Man Ray fa da introduzione e contiene autoritratti, ritratti e la serie di nudo Models (1920-1940).

L’age de la lumière, la seconda sala, ospita i lavori di Berenice Abbott fatti all’interno dello studio parigino di Man Ray ed alcuni ritratti su commissione dello stesso, importante mezzo di sostentamento.

Nella terza sala, La beauté convulsive, si trovano alcune delle immagini più note dell’artista. La sessualità diviene elemento liberatorio e sovversivo tramite l’esaltazione dell’ambiguità delle forme.

<< La bellezza sarà convulsiva, o non sarà >> Andrè Breton, 1928

Rayogrammi e solarizzazioni sono protagoniste della quarta sala, Quand les objects rêvent. La prima è una tecnica senza uso di macchina fotografica, realizzata poggiando degli oggetti a contatto diretto con la carta emulsionata. La seconda tecnica consiste nel sovraesporre porzioni dell’immagine creando degli aloni intorno al soggetto. In questo modo si creano sagome sovrapposte alla posa originale che creano suggestive sfumature.

La quinta sala è dedicata per intero all’opera di documentazione dei manichini dell’Exposition International Surrèaliste del 1938, “Les mannequins. Résurrection des mannequins”, evento seminale nella storia dell’arte del XX secolo.

Atelier Man Ray, la sesta sala, vede affiancate prove a contatto e stampe. Accostamento interessante per approfondire la metodica di taglio delle immagini che l’artista eseguiva nella ricerca di un linguaggio autoriale ed estetico.

Nel corridoio finale la mostra si conclude con le immagini dedicate alla moglie Juliet Browner, The Fifty Faces of Juliet (1941-1955) e La mode au Congo (1937), immagini commissionate per un servizio di moda sui cappelli.

In definitiva una mostra di grande valore, da non perdere assolutamente. La possibilità di trovarsi al cospetto di immagini che hanno fatto la storia della fotografia unita alla profondità del percorso espositivo, biografico ed artistico insieme, danno più di un’idea di quanto geniale e florido sia stato il periodo surrealista.

Mirko Bonfanti
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