Una lezione di fotogiornalismo. Intervista a Pier Paolo Cito

Chi è il fotoreporter?

Da una parte c’è l’ultimo, il lettore, dall’altra il primo e il primo è il fotografo. Il fotografo è l’inizio della catena, se tu ci pensi, se il fotografo la foto non la fa, non arriverà mai da nessuna parte, se la fa, c’è la possibilità che venga bloccata lungo la strada. Ma il primo filtro, quello più, diciamo, drastico; è proprio quello che fa il fotografo sapendo di avere questa responsabilità.

Quanto pesa il fatto che tu sei stato mandato lì dal tuo committente e che quindi quelli si aspettano la tua foto, magari anche cruenta e sensazionalistica?

Dipende dal committente. In linea di massima un committente serio, come è stata per me la AP, non si aspetta una foto sensazionalistica o cruenta, ma una foto che rappresenti, onestamente, quello che sta succedendo e quindi sta al fotografo trovare il sistema per illustrare visivamente quello che lui sta vedendo, cioè meglio, trasformare in comunicazione attraverso l’immagine, la realtà, che è una cosa difficile. E ancora più difficile, se pensi, ci vuole un attimo a vedere le foto più importanti di drammi, tragedie; pensi alla situazione in cui ha lavorato il giornalista o il fotografo, perché si sentono le grida nelle fotografie, la puzza del sangue, il cuore che batte perché hai dovuto correre in un punto, la gente che sta scappando da una parte all’altra. Questi sono tutti elementi che rendono più difficile quel lavoro, perché non lo fai seduto a una scrivania e quindi hai il tempo di pensare, decidere, questo lo fai mentre corri, mentre stai rischiando la vita, mentre vedi la gente che sta soffrendo; quindi è una situazione difficile da gestire.

In questi casi entra in gioco l’esperienza?

Quando tu sei su quel posto, lavori a mille, sia per l’input che stai ricevendo, sia perché sai la responsabilità che hai e sia perché comunque tu devi cogliere ogni cosa, devi guardarti a torno, devi essere capace di notare tutti i dettagli che poi ti possono servire a elaborare quella fotografia o fare attenzione a quel tipo di fotografia, che sarà quella che rappresenterà per te quello che sta succedendo.

Quindi il reporter parte con un progetto già in mente per poter andare a cercare gli scatti della storia che ha immaginato o invece è un ragionamento che viene ex post, cioè in base alla situazione che vivi devi avere l’immediatezza per poterlo raccontare?

Si il reporter, il fotografo quando parte, quando ti dicono vai lì perché c’è stato un attentato, tu non puoi farti nessun film, quindi vai lì e cerchi di essere rilassato mentalmente perché sai che stai per affrontare uno stress notevole. Da questo stress deve uscire qualcosa di valido, non puoi prevedere “farò questo genere di foto o quest’altro” perché non sai quello che ti aspetta.

Quanto conta l’etica in tutto questo? Nel senso che in alcune situazioni tu non hai la possibilità di scegliere cosa fotografare, perché magari è una scena cruenta ed è quella che devi fotografare.

Non proprio, perché è vero che c’è una scena cruenta, macabra, ma sta a te ad avere la freddezza a isolare alcuni elementi e cioè, quando vedo qualcosa di grave, dove la gente sta male per qualche motivo perché c’è stato un attentato o altro, io cerco di trovare degli elementi che da una parte possono rappresentare il dolore che viene causato da quello che sta succedendo, da l’altra che abbiano un valore universale e che quindi portino il lettore a non applicare il meccanismo di autodifesa e di rimozione, perché se io facessi vedere una foto macabra, una testa tagliata, quello che vuoi, ammesso che venga pubblicata, comunque questo filtro viene applicato dall’editor, ma poniamo il caso che passi, per assurdo, su un giornale, una foto di questo genere; il lettore gira subito pagina perché evidentemente è troppo dura e quindi applica un meccanismo di autodifesa immediato e rimozione di quell’immagine, che disturba. Quindi ho perso tutto, cioè non ho comunicato nulla. Ho perso tutto, andare lì fare tutto il servizio, è stato inutile.
Se io invece riesco a trovare degli elementi all’interno di quella scena che individuano quello che più o meno sta succedendo, che però siano dei simboli o dei riferimenti per capire il dolore che provocherà quello che sta succedendo; il messaggio non diventa caratteristico di una sola situazione.
Esempio: mi è capitato tempo fa di essere chiamato a Telaviv perché c’era stato un suicide bomber a nord della città. Quando sono arrivato ho trovato a terra il cadavere del suicida, diviso in due parti, perché ovviamente essendo esplosa la cintura, era separato con tutto quello che veniva fuori, siccome non stiamo guardando le immagini, lo posso dire a parole, come fai? In quel momento, qualunque cosa avessi fotografato, sarebbe stato di un cadavere a metà e quindi una cosa difficilissima da mostrare, per cui sarebbe stato proprio inutile farlo. Mi sono posto questo problema, cioè risolverlo in un modo così semplice quanto inefficace e quindi ho aspettato che un esperto della scientifica israeliana si chinasse vicino al corpo. Chinandosi vicino al corpo ha coperto la parte finale del busto, che era poi quello troncato, lasciandomi vedere dall’alto il viso insanguinato e la testa e la spalla dell’esperto della scientifica con la scritta Israele in ebraico. Quindi sono riuscito a trovare l’occasione, le condizioni adatte, per far vedere non solo che c’era stato un cadavere, il viso insanguinato, che sappiamo che può essere accettato da una persona, ma dare anche una connotazione geografica di quello che era successo. Io sapevo che quello che vedevo inizialmente, non era quello che dovevo comunicare.

 

© Associated Press

Cosa ti ha dettato questa scelta, la tua esperienza? Quale è stata la chiave “aspetto, qualcosa succederà?”

L’esperienza, perché io sapevo che sarei dovuto tornare da quello assigmament con delle immagini, ma non erano certo quelle delle budella. Dovevo trovare un sistema per farlo, non solo, quando sono sceso giù, ho iniziato a girare e a un certo punto ho visto che a terra c’era un ciuccio di un bambino, un po’ più avanti c’era un panno sporco di sangue e un po’ più avanti c’era una scarpa. Per cui mi sono spostato, mi sono abbassato, ho messo in primo piano il ciuccio, mettendolo a fuoco e andando a sfocare gradualmente il panno di sangue e il resto. Ho pensato, “tutto sommato è un ciuccio” però qualunque mamma, di qualunque parte del mondo avrebbe capito il dramma, perché un ciuccio vicino a un panno di sangue non sono due cose che stanno insieme, significa che qualcosa di grave è successo. In questo modo ho trovato il sistema per entrare nella psicologia del lettore, in modo non offensivo o intrusivo, ma dandogli la possibilità di capire il dramma che era successo, cioè non con le budella del suicide bomber, ma con il ciuccio a terra vicino a un panno sporco di sangue.

 

© Associated Press

Quindi come commenti anche tutta questa spettacolarizzazione dell’orrore e anche questa cosa che si racconta che adesso con il fatto che tutti facciamo foto, le foto sono più diffuse, allora bisogna alzare il tiro, cioè far vedere di più?

Si bisogna alzare il tiro, ma a livello qualitativo, non a quello di percentuale di durezza delle immagini. Bisogna alzare il tiro nella ricerca di immagini che siano emblematiche, senza offendere. È facile, dicevo prima, fare delle immagini molto dure, in fondo stai camminando nel sangue, ce l’hai davanti. Quello che è difficile è riuscire avere la freddezza, la professionalità, l’esperienza, per riuscire a produrre delle immagini che riescano a comunicare quel messaggio, senza offendere il lettore, la sua sensibilità, senza farle rimuovere rendendo inutile l’intero servizio.

Che ne pensi della foto di Aylan Kurdi, il bambino morto riverso sulla riva?

Intanto bisogna anche considerare una cosa: se un fenomeno come quello della migrazione, dello spostamento di persone che vanno a cercare una vita migliore, include dei bambini, noi da una parte abbiamo una necessità di proteggerli, per altro l’Italia è molto attenta, in tal senso, grazie alla carta di Treviso; d’altra non dobbiamo dimenticare che per salvaguardare i bambini, non dobbiamo correre il rischio di annullarli nella presenza mediatica. La verità è che, se i bambini muoiono, non si può dire “è brutto far vedere i bambini che muoiono, non li facciamo vedere”. Questa foto l’avrei pubblicata, perché le persone devono sapere; perché è una foto terribile, brutta, ma non è brutta la foto, ma è brutta la realtà. È la foto di una infanzia negata, quel bambino non avrà più una vita e come lui molti altri, quindi, ne vogliamo parlare o no? La facciamo vedere o no? Io l’avrei fatta vedere. C’è da dire, inoltre, che di questa foto, ne esistono diverse versioni, ma questa, con il bambino riverso con la testa in giù, in cui non si vede il viso, è una foto universale, perché questo è il figlio di tutti.

Perché sei diventato fotoreporter?

Perché mi sono accorto che attraverso la fotografia, facendo il fotoreporter, è un sistema per cercare di cambiare le cose. Forse prima ero più ottimista, rimane il fatto che è un sistema efficace per mettere a conoscenza le persone di alcuni fatti.

Secondo te la fotografia è più efficace della lettura dell’articolo, cioè delle parole?

La fotografia è più immediata, non c’è perfino bisogno di saper leggere o anche conoscere una lingua diversa dalla propria per vedere una foto; è un sistema molto semplice per comunicare. La foto la vedono tutti.

Questo implica che, essendo la fotografia un mezzo di comunicazione universale, è anche più mediata dall’occhio del fotografo. C’è una differenza tra il fatto e per l’appunto l’occhio del fotografo che racconta il fatto? Prima dicevi che puoi scegliere cosa fotografare, quindi anche la responsabilità è maggiore?

La responsabilità del fotografo è altissima, nel senso che se pensi che quando andiamo in una zona di guerra con lo scopo di far vedere cosa sta accadendo, rischiando la propria vita, allora puoi immaginare, non solo il peso della responsabilità, ma di farlo soprattutto bene. Quanto siamo consci di doverlo fare bene. La fotografia è una cosa soggettiva, non oggettiva, perché se volessi riprendere un avvenimento, l’unico modo sarebbe di creare un calco, con le statue e tutto il resto, perché sappiamo bene che basta una inquadratura diversa, l’uso di un differente obiettivo, e il racconto cambia. Un professionista sa che c’è una illusione nella fotografia, che è quella della ripresa oggettiva della realtà. La fotografia non riprende oggettivamente la realtà, perché basta usare una lente diversa e io posso far sembrare la stessa cosa più vicina o più lontana.
Io non sono un artista, ma un fotoreporter e la gente si aspetta che quello che fotografo corrisponda alla realtà, quindi prima di fare qualcosa che possa ingannare il lettore non facendo vedere bene quello che è accaduto, devo pensarci bene. Per questa ragione ci sono molti fotoreporter che decidono di usare un solo obiettivo evitando teleobiettivi e grandangoli, cioè lenti che modificano la realtà per effetto della prospettiva.

Secondo te questa cosa potrebbe essere affidata alla sensibilità del professionista che ha studiato o servono codici condivisi, universali, da usare come riferimento?

Intanto, come dicevo, è difficilissimo riprendere la realtà così come è. L’unica cosa che è possibile fare è riferirci a dei codici, personali prima di tutto, nonché professionali, per assicurarci che quello che viene pubblicato sia molto vicino o totalmente vicino alla realtà, di sicuro non diverso.

Quante fotografie manda all’agenzia un fotoreporter? Fa una selezione importante già da solo oppure no?

Il fotografo fa la selezione più importante. Dipende dagli avvenimenti, tanto per tipologia che per importanza; dal tipo di impaginazione, quindi sono necessarie tanto le foto orizzontali, quanto quelle verticali; la selezione comunque è come un pezzo giornalistico, con un attacco, i contenuti e poi i dettagli, così il reportage fotografico. Il giornalista prepara un attacco forte dove spiega subito quello che è successo, il fotografo come prima foto usa quella in cui chiaramente si capisce quello che è successo, chi è coinvolto e possibilmente dove. Poi continua con i dettagli, particolari, a raccontare le cose.
Il reportage può essere risolto con cinque foto, con dieci, ma dipende anche dal tipo di output e dal tipo di avvenimento, perché quando questo continua, cioè non si risolve in un periodo di tempo prestabilito. Dal momento che i giornali oggi sono online e sempre aggiornati, nell’evolversi della notizia, il fotografo, avendo una tecnologia differente rispetto al passato, continua a contribuire alla storia.

Secondo te la tecnologia mette a rischio la professione del fotoreporter, visto che tutti ormai sono in giro a fotografare in modo più agevole? C’è questo rischio?

In teoria no. Il problema è un altro è che attualmente tutti quanti con il proprio cellulare possono scattare delle immagini e inviarle alle testate online. Dall’altra parte queste ultime cercano di risparmiare e di avere subito materiale da pubblicare, e chiedono ai lettori di inviare le loro immagini.
Quali sono i rischi? Sicuramente la velocità degli avvenimenti determina un flusso di immagini corposo e molte volte i redattori non controllano le immagini, le mettono online e dimenticano che non hanno a che fare con professionisti che hanno un codice deontologico e che inviano immagini coerenti con l’avvenimento descritto dall’articolo, ma con appassionati che spesso si discostano, fotograficamente dall’evento.
Il rischio che deriva da questa pratica, inoltre, è quello di uniformare e quindi confondere il piano professionale con quello amatoriale, soprattutto per quello che riguarda l’aspetto deontologico.

 

Intervista a cura di Federico Emmi

 

Immagini tratte dal sito di Pier Paolo Cito