A Matino (Le) nasce Yeast Photo Festival, cibo veicolo che ci conduce da quello che siamo al dove stiamo andando

Yeast come lievito e fermento, forse ribollire, un moto di rivoluzione. Molti sguardi intorno a quello che sembra un solo tema: il cibo.

Questione senza confini, su cui la globalizzazione è avvenuta da una parte pareggiando il gap spazio-temporale tra luoghi e persone e dall’altra parte amplificando l’apertura delle differenze sociali e dello squarcio ambientale al quale abbiamo dato evitabilmente corso. Ad oggi sempre più pressante è la necessità di controvertere a quello che fino a pochi anni fa si è andato strutturando a scapito del futuro.

Yeast è il titolo del Photo Festival appena inaugurato a Matino, cittadina del Salento sud-occidentale.

Siamo alla prima edizione, il progetto è fortemente interessante e giustamente ambizioso, chi andrà in quel di Matino si troverà immerso in un “festival internazionale che unisce fotografia, cibo e arti visive, per ripensare il rapporto tra uomo e ambiente”.

Come si uniscono fotografia e arti visive al tema del cibo è un discorso che meglio si comprende pensando al sottotitolo del festival ‘Food is Identity’, quando da sempre l’artista ha avuto occhi più lungimiranti su quello che ci accade nello scorrere del tempo quotidiano, così la fotografia nella velocità degli accadimenti è in grado non solo di testimoniare con memoria tangibile e visibile a tutti, ma anche di scrutarci dentro mettendoci a confronto con quello che stiamo facendo al fuori.

Le parole della curatrice Edda Fahrenhorst chiariscono l’intento che questo festival si prefigge“Gli esseri umani sono plasmati dalle tradizioni, dalle preferenze e da ciò che li circonda. Di conseguenza, anche ciò che le persone mangiano è parte integrante della loro individualità e della loro identità.

Ci sono parole vengono alle nostre orecchie ormai da anni: climate change, biodiversità, allevamenti intensivi, agroindustria, gas serra, riscaldamento globale, Sviluppo Sostenibile, GWP global warming potential, resilienza, ne potremmo aggiungere molte altre, ma se quello che significano materialmente non lo raccontiamo rendendolo non solo visibile ma fruibile e comprensibile ai più nulla potrà essere mai reversibile. Da questa necessità germoglia e fermenta il seme di questo festival, dal progetto di Visual Storytelling “Yeast Stories, che durante il 2021 ha raccontato il buono della Puglia puntando l’obiettivo su una selezione di personaggi protagonisti della biodiversità, dell’hospitality e dell’e(t)nogastronomia locali”.

Gli organizzatori di questo evento sono due associazioni culturali Besafe e ONTHEMOVE, la direzione è affidata a Flavio & Frank e Veronica Nicolardi; invece, la curatela è di Edda Fahrenhorst. Cosa ci aspetta andando a Matino in occasione dello Yeast Photo Festival?

16 Artisti in 12 mostre

  • Francesco Rucci e Francesco Marinelli “Future food”

Future Food è un viaggio tra la documentazione e l’evoluzione del cibo. Un viaggio che mira a rispondere, attraverso le tecnologie alimentari emergenti, a un problema sempre più reale e imminente.”

  • Aleksey Kondratyev “Ice Fishers”

Osservando il modo in cui i pescatori si sono appropriati di queste plastiche e la funzione d’uso secondaria alla quale le ha adattate, Kondratyev analizza il flusso materiale del Capitalismo globale e il suo effetto sulle pratiche nomadi degli abitanti locali. Seguendo questo flusso, rivela il punto di congiunzione tra la politica commerciale internazionale e la vita degli individui.”

  • Flavio & Frank e GABRIELE SURDO “Yeast Stories”

Yeast Stories racconta la Puglia attraverso un progetto di visual storytelling incentrato non solo su immagini di luoghi, ma anche sulle persone e le loro storie: 54 interpreti della trasformazione della cultura enogastronomica della Regione sono i protagonisti dei ritratti d’autore che ne esaltano la personalità, insieme ad alcuni video che ne raccontano l’essenza e l’impresa, il luogo in cui operano e la materia che trasformano.

  • Franck Vogel “Bishnois”

La comunità Bishnoi del Rajasthan ha fatto della protezione degli alberi e della fauna selvatica la propria ragione di vita da oltre 500 anni. In un mondo in cui le questioni ambientali sono sempre più pressanti, le secolari tradizioni Bishnoi possono certamente insegnarci qualcosa.

  • Gabriele Galimberti “In her Kitchen”

In cucine che non potrebbero essere più diverse, il fotografo ha scoperto un’abbondanza di ingredienti esotici che sono facilmente reperibili a livello locale, ma che non si possono sempre acquistare al negozio di alimentari dietro l’angolo. Oltre a questa lista di ingredienti, senza dubbio considerevole, Galimberti ha fotografato numerose tradizioni e peculiarità regionali.”

  • Ingerid Jordal “She Hunts”

“Per la fotografa norvegese Ingerid Jordal, il progetto She Hunts ha preso il via dopo aver visto su Facebook l’immagine di una sua amica ripresa in piedi su un grosso esemplare di renna maschio che aveva appena abbattuto, su un altopiano di montagna, a diverse ore di cammino nella natura selvaggia. Era in gravidanza avanzata. ‘Questa immagine ha messo in discussione la mia percezione dell’identità femminile.’”

  • Valentina Piccinni e Jean-Marc Caimi “Fastidiosa”

Chi non ha mai sentito parlare della Xylella Fastidiosa? Chi guardando gli oliveti salentini mutilati non ha avuto un moto di indignazione? Ma chi sa davvero cosa è accaduto intorno a quegli alberi, cosa è accaduto alle persone che vivevano con e per quegli alberi? “Fastidiosa” il progetto di Valentina Piccinni e Jean-Marc Caimi lo racconta, e racconta cosa si sta facendo per poter tutelare il più possibile la biodiversità degli uliveti storici, ricerche che partono dallo studio e selezione delle cultivar più antiche, i “germogli della salvezza”, per scongiurare l’omologazione ambientale che avverrebbe se si mettessero a dimora cultivar globalizzate modificate in laboratorio. Un progetto che scuote la nostra coscienza che sposta l’indignazione per la presenza di un batterio verso l’indignazione per noi stessi causa del cambiamento climatico e utilizzatori di pesticidi che indeboliscono l’equilibrio immunitario degli alberi.

  • Manuela Braunmu Üêller “One Chicken”

“Dove va a finire l’identità di questi miliardi di individui animali, che per lo più “incontriamo” confezionati e solo in specifiche parti del loro corpo? In One Chicken, Manuela Braunmüller ha fotografato ogni singolo osso dello scheletro di un pollo per invitarci a ‘riflettere sul nostro rapporto con la loro individualità’”.

  • Marie Hald “I am Fat”

Marie ritrae le donne vedendole bellissime, belle in quanto libere di essere quello che si è, in questo caso grasse. Questo non è un lavoro che demonizza diete salutari, è un progetto lontanissimo da quello che si potrebbe pensare guardando le fotografie in mostra. Lo scopo è quello di scardinare la gabbia della “bellezza canonizzata” in fisici snelli, quasi eterei, si è in realtà belli quando si è liberi. Dopo anni di derisione, di rifiuti, di ragazze e ragazzi vittime di disturbi alimentari, di body shaming, alcune ragazze scandinave hanno deciso di uscire dal gioco ed essere semplicemente loro: “I am fat”.

  • Michele Sibiloni “Nsenene”

“La cattura e il consumo di cavallette è una tradizione antica in Uganda, e il loro alto contenuto proteico le rende una potenziale risorsa alimentare per il futuro: come dichiarato nel 2013 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, l’introduzione di insetti commestibili nella dieta di un maggior numero di persone potrebbe ridurre la fame nel mondo e migliorare la sicurezza alimentare.”

  • Rebecca Ru Üêtten “Contemporary Pieces”

“Contemporary Pieces è un progetto che tratta argomenti quali l’erotismo, la presentazione e il carisma dei dipinti del periodo rinascimentale. Nel tardo Rinascimento (primi anni del 1500), i pittori italiani e olandesi ritraevano principalmente soggetti appartenenti al ceto medio e basso.

 In questo progetto, Rütten ha ricreato dipinti rinascimentali con cibo da fast food.

  • Walter Schels “Plates”

Walter Schels è senza dubbio il più anziano dei fotografi presenti allo Yeast Photo Festival, va specificato, in quanto è la memoria storica di questo percorso di “food identity” e di come si è arrivati alla necessità di raccontare l’alimentazione, il cibo come fatto sociale inscindibile dall’impatto che l’uomo ha sul sistema natura. Vi è forse un perché personale dietro “Plates” lo dice lo stesso Schels definendosi “figlio della guerra” per cui anche figlio della scarsità di cibo, della necessità di nutrire tutti, animali inclusi, con poco, semplicemente non scartando nulla. Fotografare piatti con avanzi di cibo, palesa una società che produce enormi quantitativi di scarti alimentari senza neppure rendersene conto. L’autore racconta che i piatti venivano puliti leccandoli, ad oggi leccare un piatto è considerato un gesto di maleducazione, quando invece potrebbe essere visto come un atto di incoraggiamento, non solo metaforico, alla giusta redistribuzione delle risorse alimentari e come un atto di sfida al consumismo alimentare.

Dove | Quando

Location suggestive ed in forma di itinerario nel centro di Matino:

  • Chiesa della Pietà, Via Roma
  • Palazzo Marchesi del Tufo, Piazza San Giorgio
  • Aranceto, Via Vittorio Emanuele II
  • Macelleria, Via Vittorio Emanuele II
  • Frantoio, Via Carlo Alberto

I giorni egli orari del festival:

  • dalle 18,00 alle 23,00 dal 23 luglio al 31 agosto
  • dalle 17,00 alle  22,00 dal 1 al 18 settembre
  • Apertura la mattina dalle 10:00 alle 12:00 solo nei weekend

Informazioni e modalità di acquisto biglietti: Yeast Photo Festival web site