Lettura e percezione

Come si legge una fotografia?

I piani di approccio ad una immagine sono tutti leciti. C’è chi si chiede «qual è il messaggio dell’autore?», chi invece corre ad informarsi sui dati di scatto; c’è chi parte dall’analisi delle scelte tecniche e compositive e chi si interessa solo al soggetto della immagine e non all’immagine in quanto tale.

Quante “cose” è una fotografia? Possiamo scegliere di classificarla per autore, per stile, per anno di produzione, per tecnica utilizzata (analogica o digitale, piuttosto che bianco e nero o colori), per genere (che sembrano diventare sempre più articolati, dal reportage allo storytelling, o alla street photography) e così via; cosa non facile, peraltro.

Tutte queste classificazioni a volte aiutano. A volte no.

C’è un piano che è spesso trascurato, un piano al quale non siamo abituati e non educati nei nostri percorsi scolastici: il piano della percezione.

Percezione. Nel vocabolario Treccani si legge che nel linguaggio filosofico «il termine può designare sia ogni esperienza conoscitiva, ogni attività intellettuale, in antitesi alle operazioni della volontà, sia l’atto cognitivo con cui si avverte la realtà di un determinato oggetto e che è distino, secondo alcuni, dalla semplice sensazione, in quanto implica, pur nella sua rapidità, un processo di organizzazione e interpretazione (anche alla luce di ricordi e passate esperienze) di sensazioni diverse».

La percezione, dunque, che si esperisce nella frazione di un secondo, o in tempi più lunghi, ma che può restare impressa indelebile nella nostra mente e che, inoltre, si nutre del nostro passato e del nostro sapere. La percezione, che, appunto, è un «processo di organizzazione e interpretazione», e che dunque certo è istintiva, ma non per questo senza alcune basi, che sono poi le nostre esperienze e le nostre conoscenze.

Non ci riferiamo, pur non confutandola, alla famosa frase di Ansel Adams «Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato.»  e che certamente può valere anche per chi la osserva.

Ci si rivolge, piuttosto, ad un approccio che ha a che fare con il porsi in modo diverso davanti alla fotografia, all’immagine. Un approccio non esaustivo, ma certo totalizzante.

Quando guardiamo la fotografia di una sedia, la riconosciamo perché i segni che riconosciamo nella fotografia innescano in noi gli stessi meccanismi cerebrali che si attivano di fronte alla sedia vista nella realtà (c’era chi narrava che di fronte a ritratti fotografici, alcune popolazioni non civilizzate vedessero delle teste mozzate); ma se fossero proprio questi meccanismi a bloccarci? È sempre utile un approccio in questo senso analitico?

La nostra riflessione nasce in realtà da un’esperienza completamente diversa: quella del disegno.

Betty Edwards ha scritto un manuale decisamente interessante, più volte rieditato, intitolato “Disegnare con la parte destra del cervello”. La sua teoria, basata sulle scoperte di Roger Sperry relativamente alle diverse funzioni delle parti sinistra e destra del nostro encefalo, è che il disegno sia in realtà una attività “globale” basata su cinque capacità percettive: la percezione dei contorni, la percezione degli spazi, la percezione dei rapporti, la percezione delle luci e delle ombre, la percezione del tutto o Gestalt. Suggerisce dunque tutta una serie di esercizi interessanti per condurre il lettore, anche il più disperato, ad imparare a disegnare, a familiarizzare con il tratto. La chiave, ed è quello che ci interessa, è che di fatto non ci insegna a disegnare, ma ci insegna a vedere.

Lo fa cercando di ingannare proprio la parte sinistra del cervello, quella analitica, quella che di fronte, ad esempio, ad un disegno da ricopiare, riconosce quanto è disegnato e pare sabotare completamente la capacità di riproporlo sotto forma di tratto. La Edwards ad esempio propone ai suoi lettori di provare a copiare il ritratto fatto da Picasso a Igor Stravinsky, ma capovolto. È stupefacente come il risultato di questo esercizio sia molto più efficace, nella realizzazione finale, rispetto alla copia dello stesso disegno non capovolto. Quella che lei definisce funzione D (quella tipica dell’emisfero destro) è riuscita a boicottare la imperante funzione S (sinistro), assumendo un ruolo guida. Tutto il libro, che vi consiglio, porta ad acquisire perciò un approccio decisamente interessante nel vedere, cosa che è utilissima anche di fronte ad una fotografia.

Quando ci si dispone in questo modo di fronte alle immagini, le si rende davvero protagoniste. Libere. Sganciate dal loro autore, genere, epoca, stile. Autonome. Si badi, non si sta affermando che sia meglio così: conoscere gli autori, la storia dell’arte e della fotografia, gli stili è molto importante, è parte di quel processo su cui, per tornare all’inizio, si innesca la percezione; la nutre.

È tuttavia utile concentrarci solo esclusivamente su quello che vediamo in quel riquadro che è una fotografia, e sottolineo vediamo, come ci insegna la Edwards; scopriremo più facilmente che un ritratto non è solo quel volto, ma tutto l’insieme di linee, macchie, colori, equilibri che occupano il riquadro. Per intero.

Vi propongo un esercizio interessante, che non ha in realtà tempi prestabiliti e che ho scoperto sostanzialmente per caso, ma che è formidabile nel mettere in moto quell’approccio di pura percezione, senza nulla di razionale. È un metodo empirico per sottrarsi al filtro del pensiero analitico, al consueto modo per elaborare le informazioni visive accedendo al pensiero razionale, unito alle nostre conoscenze, che continueranno a sostenerci, ma in modo decisamente trasversale. Si tratta di creare una sorta di rete, di connessioni tra immagini che appartengono al nostro archivio iconico; è un lavoro che si compie a partire da una prima illuminante connessione, non cercata, ma semplicemente arrivata. Arbitraria e soggettiva. Discutibile, anche. Con un pregio, tuttavia: si è creata a partire da un fatto puramente percettivo e ci ha fermato sulla immagine, solo su quella. Liberandola dall’autore, dalla storia, dal genere, dalla tecnica, operando dei voli pindarici per certi versi opinabili, ma non sotto i profili percettivi, che sono quelli che si vogliono attivare. Non è un esercizio programmabile; si innesca solo di fronte a certe immagini, come un lampo. Fatta la prima esperienza, però, si crea un precedente. Riaccadrà.

Eccovi qualche personale appunto dai miei cortocircuiti visivi. A voi ora annotare i vostri.

Weston_Mapplethorpe

Luisa Raimondi

 

 

 

Betty Edwards, "Disegnare con la parte destra del cervello"
Betty Edwards, “Disegnare con la parte destra del cervello”, Ed. LONGANESI

Per alimentare le nostre conoscenze, di seguito gli autori delle foto, seguendo la sequenza: Edward Weston, Robert Mapplethorpe – Sally Mann, Paul Strand – Arnold Newman, Irving Penn –Dennis Stock, Letizia Battaglia – Josef Koudelka, Ferdinando Scianna – Ruth Orkin, Mario De Biasi – Richard Avedon, Mimmo Jodice