Living Sculptures. Un racconto fotografico di Stefano Gio Semeraro

Quando è iniziata la tua personale storia della fotografia?

Ho avuto i primi contatti con la fotografia quando ero piccolo, ai miei chiedevo di farmi usare la macchina fotografica di famiglia, loro per paura che la rompessi mi compravano quelle usa e getta, che poi usavo nelle gite scolastiche o in giro per strada, era più un passatempo e un gioco, un tipo di fotografia spensierata e senza alcuna regola.

Successivamente, grazie ad un professore delle scuole medie iniziai a frequentare un corso pomeridiano di fotografia analogica, ricordo che rimasi affascinato dal processo di stampa, vedere apparire le foto poco alla volta in una bacinella per me fu una vera e propria magia. Da lì in poi la fotografia è stata parte della mia vita, utilizzata soprattutto per immortalare ricordi di famiglia e le varie tappe della mia crescita. A partire dal 2010 ho invece iniziato a interessarmene in maniera più approfondita, cercando di apprendere il lavoro dei grandi fotografi e le loro storie, scoprendo un mondo tutto nuovo per me fino a quel momento.

Poco dopo ho avuto la fortuna di frequentare la scuola di formazione CFP Bauer a Milano, dove ho appreso molto di teoria e tecnica, e che ha cambiato buona parte del mio approccio alla fotografia, soprattutto nell’ambito della progettualità fotografica.

Living Sculptures è il racconto di una bella storia tra la natura e le persone, in questo caso la natura è rappresentata dagli olivi. Cosa rappresentano gli olivi per i pugliesi e più in generale per la Puglia, al di là della loro utilità nel fornire olive e olio?

L’olivo è sempre stato uno degli elementi più significativi nelle diverse civiltà del mediterraneo che si sono succedute. Basti pensare alla moltitudine di scritti e testimonianze archeologiche dove l’olivo viene elogiato per le sue molteplici proprietà e utilizzi. Mi è rimasta impressa una frase letta tempo fa, dello storico greco Tucidide, in cui fa riferimento proprio al legame tra questi popoli e l’olivo:

“I popoli del Mediterraneo cominciarono ad uscire dalla barbarie quando impararono a coltivare l’olivo e la vite
”.

È dunque facile intuire che per i pugliesi questa pianta ha un valore che prescinde il semplice aspetto economico, non è azzardato dire che l’olivo rappresenta una coltura- cultura di questa terra. L’albero di olivo è una presenza costante del paesaggio rurale da millenni e per questo motivo costituisce l’elemento che unisce tutta la regione, da nord a sud, come anche dimostrato dallo stemma regionale in cui l’olivo è rappresentato al centro. I contadini hanno sempre pensato a questi alberi come abitanti ancestrali di queste terre, considerati parte della famiglia per i quali nutrono un grande amore, creature da curare e difendere nel tempo, e con essi vivere e condividere il territorio con profondo rispetto.

Living Sculptures © Stefano Gio Semeraro

È molto bella l’espressione che utilizzi per definire gli olivi: sculture viventi e maestose. Il focus del tuo progetto è proprio su questa grandezza che a un certo punto necessita di essere sostenuta, anziché addomesticata. Puoi spiegarci cosa sono le “culonni a tufu”? In che modo la pianta si sviluppa dopo questo intervento? Viceversa, perché non viene lasciata al suo destino?

In questo lavoro mostro un tipo particolare di olivi, quelli in cui sono visibili delle rudimentali strutture architettoniche che nel dialetto della mia zona vengono identificate come “culonni a tufu” (colonne di tufi). Queste colonne sono formate da conci di tufo pugliese, una roccia calcarea porosa molto diffusa sul territorio salentino. Le motivazioni alla base di questa procedura sono di natura sia sentimentale che economica.

L’olivo che si piega, a causa di fattori ambientali e meccanici, viene paragonato all’uomo che durante la vecchiaia necessita di aiuti per reggersi in piedi: il contadino, per il suo amore e senso del dovere verso questo “amico”, tende a preservarlo il più possibile dal cedimento strutturale, permettendo una prolungata longevità all’albero senza dover eliminare parti di esso.

La motivazione economica, invece, affonda le radici nei secoli scorsi. L’olivo è sempre stato una coltura fondamentale per i pugliesi: da questa pianta non si buttava via nulla, e qualsiasi suo prodotto (rami, foglie, olio) era utilizzato per vari scopi, dall’uso come carburante (lampade ad olio) a quello come medicamento, come elemento sacro nei rituali religiosi, fino all’uso più comune, cioè quello alimentare. Si può quindi immaginare quanto fosse importante anche un solo olivo, e per questo motivo non si poteva eliminare nessuna porzione dell’albero utile alla produzione. Ed è qui che l’uomo interveniva, con le colonne di conci, per aiutare l’albero a sostenere una folta chioma carica di frutti, tanto pesante da poter spezzare i rami inclinati.

Living Sculptures © Stefano Gio Semeraro

Cosa ti ha spinto a fotografare questi olivi particolari?

Come molti sanno, negli ultimi anni la Puglia sta lottando contro il contagio da Xylella, che ha portato alla perdita di centinaia di esemplari di olivo nelle aree del basso Salento. La conseguenza diretta di ciò è stato, oltre all’ingente danno economico, un drastico mutamento del paesaggio rurale: le foreste di olivi, che caratterizzavano intere aree del territorio pugliese a sud, hanno lasciato spazio a campi svuotati, distese di terra rossa aride e desertificate.

Questi accadimenti mi hanno fatto riflettere sul futuro paesaggistico delle zone in cui sono cresciuto, e ho così iniziato a documentare e ritrarre queste sculture viventi per creare una sorta di archivio visivo personale, in modo da avere una testimonianza dei luoghi e i suoi abitanti centenari che hanno accompagnato parte della mia vita. Mentre procedevo con questa catalogazione degli alberi di olivo, mi sono imbattuto anche in alcuni esemplari che presentavano una particolare impostazione strutturale, e da qui ho cominciato una caccia al tesoro per scovarne il più possibile all’interno dei campi. Nella fase di editing del materiale prodotto, ho deciso di voler raccontare nello specifico questo aspetto poco conosciuto della cultura rurale della mia zona, così ho concentrato il mio lavoro solo su questa tipologia di sculture, nelle quali si evince una simbiosi tra l’elemento architettonico e l’elemento natura, tema che ho avuto modo di affrontare anche in lavori precedenti durante il mio percorso fotografico.

Living Sculptures © Stefano Gio Semeraro

È un azzardo paragonare queste “sculture viventi” agli Ent, le creature giganti riprese da Tolkien ed immaginate come degli Alberi Antropomorfi? Pensi che agli occhi delle generazioni più giovani possano suscitare l’emozione e il senso di rispetto che meritano?

A dire il vero non avevo pensato a questo paragone tra gli Ent e gli olivi, però riflettendoci adesso mi vengono in mente varie analogie tra le due parti.

Ricordo che Tolkien descrive questi alberi antropomorfi come giganti di una certa età, dotati non solo di saggezza ma anche dell’uso della parola per comunicare con i personaggi che si trovano di fronte. Questi aspetti sono simili a quelli che caratterizzano gli olivi secolari, i quali hanno affrontato intemperie ed eventi storici, invecchiando e resistendo, donando all’uomo tutto ciò che da essi è possibile utilizzare. Anche la lentezza e i tratti anziani che caratterizzano gli Ent sono riscontrabili negli olivi giganti, i quali lentamente si sviluppano durante la loro esistenza e col passare del tempo necessitano di cure e sostegni, come il bastone per la vecchiaia (la colonna di conci di tufo).

Inoltre, c’è una particolarità negli Ent di Tolkien che la scienza moderna è riuscita a dimostrare empiricamente: la comunicazione tra gli alberi. Negli ultimi anni, gli studi sulla neurobiologia vegetale (tra cui quelli condotti dal professore Stefano Mancuso) hanno evidenziato come le piante e gli alberi non sono esseri elementari e grezzi, ma creature intelligenti, capaci di comunicare tra loro per scambiarsi risorse e informazioni anche a grandi distanze, proprio come gli umani, attraverso una sterminata rete di connessioni. Io credo che grazie alla capacità di connettersi tra loro sia stato possibile avere queste foreste di olivi in Puglia, difficilmente se ne trovano di esemplari isolati, di norma sono tutti raggruppati in grandi comunità poco distanti gli uni dagli altri, dando luogo ad una continuità territoriale.

Da quella che è la mia esperienza sul campo, ho notato che i più giovani dimostrano un certo interesse a queste tematiche, soprattutto quando viene data loro la giusta informazione e gli strumenti adatti per poter comprendere il territorio e gli esseri che lo abitano. Alcune associazioni da anni portano avanti il compito di educare alla storia di questi giganti della natura, organizzando tour culturali all’interno della Piana degli Ulivi Monumentali per bambini e ragazzi (ma anche adulti) e far accrescere l’interesse attorno le tematiche annesse agli olivi.

Quindi sono fiducioso e voglio credere che questi monumenti viventi susciteranno sicuramente emozioni e rispetto da parte delle generazioni future.

Living Sculptures © Stefano Gio Semeraro

Questi olivi, sorretti, accompagnati, a tutti gli effetti delle autentiche opere di ingegneria ambientale ante litteram, testimoniano, come detto, un legame strettissimo e di soccorso dell’uomo ad una natura produttiva. Questa tua documentazione, unica, che racconta la lentezza, l’imprevedibilità del crescere, soprattutto la memoria di ciò che è stato, che costringe a fermarsi, a farlo dedicando un tempo necessariamente giusto, ritieni possa essere un buon modo per contrastare l’attuale momento che privilegia immagini fruite a scorrimento veloce?

Io credo che questo mio lavoro possa essere un valido punto di partenza per approfondire alcuni aspetti del mondo rurale, non solo in riferimento alla Puglia, ma anche a livello nazionale, per comprendere meglio i suoi tempi lenti e i suoi rituali stagionali, che spesse volte ci lasciamo alle spalle per andare incontro ai ritmi frenetici della modernità.

Io stesso mi sono dovuto confrontare con questo aspetto, ho dovuto rallentare i miei tempi di produzione delle immagini, per poter apprezzare questi scenari bucolici e la quiete che si respira camminando tra gli oliveti. Ed è uno dei motivi per cui ho scelto di eseguire gli scatti utilizzando una macchina analogica medio formato, la quale mi ha permesso di valutare bene i tempi di posa dei soggetti e le inquadrature, senza avere alcuna fretta, godendo della natura intorno a me.

Living Sculptures © Stefano Gio Semeraro

Sei pugliese e sei abituato di certo alla luce della tua regione, che spesso anche in pieno inverno è chiarissima e quasi abbagliante in estate. Qual è il tuo rapporto fotografico e cromatico con la luce ed i colori della tua terra?

Confesso che non sono mai stanco dei colori e della luce che offre la mia terra d’origine. Ho una sorta di genuina dipendenza a questi cromatismi, per i quali mi ritrovo, spesse volte, a passare intere giornate a contemplare uno stesso luogo in condizioni di luce diverse. Amo molto i contrasti e i colori saturi che il paesaggio pugliese ha da offrire: le terre rosso ruggine, i cieli blu intenso, le fronde degli ulivi verdi e argentee, i muretti in pietra bianco-grigiastri, il mare cristallino che vira dal verde smeraldo ai blu intensi, le coltivazioni di grano giallo oro.

Fino a quando non ho smesso di frequentare i luoghi dove sono cresciuto, non mi sono accorto veramente di ciò che mi circondava e della sua bellezza nascosta, probabilmente perché ne ero assuefatto dato che ci vivevo tutti i giorni. Successivamente, dopo essermi allontanato dalla Puglia, prima per studio e poi per lavoro, la mancanza di questi paesaggi rurali mi ha spinto ad utilizzare la fotografia per realizzare una documentazione personale di questi luoghi, in quanto sentivo la necessità di avere sempre con me un pezzo di Puglia da poter ammirare intimamente da solo o con i miei amici più stretti. In seguito, ho voluto far conoscere una parte del territorio pugliese ad un pubblico più ampio, raccontando attraverso le immagini alcuni aspetti poco conosciuti delle zone in cui ho vissuto.

Living Sculptures © Stefano Gio Semeraro

Tra i tanti olivi che hai fotografato, qual è quello che ritieni il più bello?

In realtà non ho un olivo preferito tra quelli ritratti, o che ritengo il più bello. Tutti gli alberi fotografati mi piacciono per la loro diversità e caratteristiche peculiari. E in questo lavoro se ne vedono solo alcuni, una piccola selezione della moltitudine di immagini prodotte. Sicuramente alcuni esemplari presenti in Puglia suscitano un maggiore impatto visivo rispetto ad altri, tant’è vero che quelli che si distinguono per forma e dimensioni eccezionali vengono proclamati Giganti di Puglia.

Io personalmente ritengo che ogni albero abbia una sua bellezza, resa unica dai difetti nei tronchi o dalla mancanza dei rami nelle chiome, dalle torsioni e bruciature, dalle cicatrici causate dall’uomo o da altri animali. Mi piace pensare a questi olivi come delle persone aventi pregi e difetti, con i caratteri somatici che rendono unico e diverso ogni umano, con le cicatrici e i segni di vita vissuta, che raccontano una storia strettamente personale e non replicabile.

Intervista a cura di Federico Emmi